Parole nuove

L’arte di memare non è per tutti

  • Luisa di Valvasone
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2022.17717

Licenza CC BY-NC-ND

Copyright: © 2022 Accademia della Crusca


I memi (è usato spesso anche il plurale invariabile i meme) − intesi come “immagini, foto o video che, dopo aver subìto modifiche divertenti o l’aggiunta di didascalie di carattere umoristico, vengono diffusi rapidamente dagli utenti sui social network” (cfr. Nuovo Devoto-Oli) − sono ormai un fenomeno notissimo della rete, che viaggia quotidianamente tra i social network, le applicazioni di messaggistica e perfino nelle email. Una trattazione sulla loro origine si trova in questa scheda a cura di Vera Gheno, pubblicata nel 2014. Ma come si crea un meme? Semplificando un po’, si parte da un’immagine di base, come questa (che, per chi frequenta la rete, è notissima):


e la si completa, modificandola o aggiungendo battute, frasi divertenti, riferimenti sarcastici ecc. (in rete si trovano numerosissime applicazioni o siti che permettono di farlo); ad esempio:


A questo punto il meme è pronto per essere condiviso e diffuso in rete. Quello che abbiamo appena fatto è ‘trasformare, creare un meme’, nel gergo della rete: abbiamo memato, voce del verbo memare.

Il verbo memare è naturalmente derivato da meme con l’aggiunta della desinenza -are, propria dell’infinito della prima coniugazione dei verbi italiani. Per quanto riguarda il significato, come vedremo successivamente dalle occorrenze e gli esempi d’uso, sembra che vi siano due accezioni del verbo: in alcuni casi memare indica propriamente la pratica di ‘creare, diffondere e condividere memi’ e in questi casi è usato in modo intransitivo (memare su qualcosa o qualcuno) e anche assoluto (è ora di memare); in altri contesti, meno comuni, possiamo invece notare un uso transitivo del verbo nel significato di ‘trasformare qualcosa (spec. un’immagine, un video, una frase ecc.) in un meme’ (memare una foto, una persona ecc.). Tuttavia, il suo impiego è ancora circoscritto al gergo della rete, come dimostrano le attestazioni, piuttosto limitate, che siamo riusciti a reperire. Tra le pagine in italiano di Google (da una ricerca del 14/2/2022) si rintracciano 13.800 risultati per la forma all’infinito memare, mentre degli 815 risultati che restituisce Google libri, uno soltanto è pertinente (“ma perché la sinistra non sa memare?” in Gabriele Ferraresi, Cortocircuito: Come politica, social media e post-ironia ci hanno fottuto il cervello, Milano, Ledizioni, 2019). In entrambe le ricerche, inoltre, occorre considerare una certa quota di rumore, elevato su Google libri, dovuto alla confusione con parole dalla grafia simile come, ad esempio, menare o mimare. La ricerca in rete è complessa anche per le forme flesse (su Google Italia memato, usato anche come aggettivo, conta 4.530 occorrenze, memano 6.090, memiamo 5.870, memando 4.100), ma la loro presenza conferma comunque una certa dimestichezza d’uso del verbo da parte degli utenti del web. Ecco una rassegna di esempi:

Ecco, in un mondo dove la politica fa già così ridere a cosa serve memare? (La politica ai tempi dei meme non è un Logo comune, www.liberopensiero.eu, 20/11/2017)

Tutti memano ormai, ma pochi memano facendoti venire voglia di condividere, e quasi nessuno riesce a memare creando qualcosa che va oltre il giro di amici e il momento in cui viene creato, come quello con Woody e Buzz Lightyear di “Toy Story”. (Guarda cosa gira. Regola 4: prima viene il Gruppo, www.labalenaarancione.wordpress.com, 5/4/2018)

John Wick è un franchise composto tra tre film diretti da Charles F. Stahelski e con protagonista Keanu Reeves, già protagonista di Point Break e Matrix e ultimamente uomo più memato e amato dell’internet. (Benjamin Cucchi, Perché non si può smettere di uccidere: la necessità di essere John Wick, www.ilsuperuovo.it, 16/7/2019)

Quanti sanno cos’è un “meme”? Sicuramente pochi sarebbero in grado di darne una definizione precisa. Eppure, fino a qualche tempo fa, a Francavilla si memava forte: Francavillae, per l’appunto, era una pagina Facebook frequentatissima da tutti, appassionati di meme e non. […] La mia domanda è: su cosa memeremo domani? (Rita Mariateresa Mascia, Francavillae, i meme e l’estetica cringe, www.petroliomag.it, 26/8/2020) 

“Se memi dopo una sconfitta non sei un vero romanista”, dicono in tanti. […] Allora valga il concetto pure per chi mema, nella vittoria e nella sconfitta. Neanche troppo lontano da noi, in Francia, qualcuno combatte in queste ore per la libertà di satira nelle redazioni e d’espressione nelle scuole. Nulla a che fare con le nostre vignette comiche, chiariamoci, ma occhio al principio: un’opera scritta o disegnata non rappresenta un ostacolo, va semplicemente interpretata. Se a produrla siamo noi, popolo romanista, è davvero il caso di fidarsi e dirlo a gran voce: lasciateci memare. (Riccardo Cotumaccio, Lasciateci memare, www.riccardocotumaccio.altervista.org, 22/1/2021)

Inutile dire che, in epoca social, la gaffe della deputata ha fatto il giro di molte pagine e non sono mancati i commenti di derisione. “Ma che memiamo a fare”, dice qualcuno. (Voto alla Camera, Daga si dimentica il suo nome e si chiama da sola: “Ah già sono io”, “Il Giornale d’Italia”, 19/2/2021)

Memando il fatto che i meme sono tutti uguali ne ho fatto uno uguale pure io..;) (post pubblicato su www.reddit.com, 18/12/2021) 

È attestata anche la variante, decisamente minoritaria, memizzare (234 risultati su Google Italia). A riprova della sua appartenenza al gergo della rete, il verbo memare non emerge dalle ricerche condotte sugli archivi dei principali quotidiani italiani (“la Repubblica, “La Stampa”, “Corriere della Sera”). Al momento neanche Google Trends restituisce risultati.

Per quanto riguarda la data di prima attestazione, le ricerche in rete mostrano, come abbiamo visto, attestazioni a partire dal 2017; troviamo un’occorrenza isolata di memare (posto tra due asterischi) del 2009, il cui significato sembra però diverso:

I blogger, i giornalisti, i politici, i tecnici avrebbero fatto meglio a partecipare, ad esempio, all’incontro di Pescara (peraltro benefico pro Abruzzo) invece di starsene nelle loro torri d’avorio a *memare* iniziative fondate su errori gravissimi (Daniele Minotti, Blog e rettifiche: io penso differente – UPDATED 2, www.minotti.net, 5/7/2009)

Molto probabilmente, qui memare si riferisce piuttosto a memo (sostantivo invariabile entrato nella nostra lingua nel XX secolo e registrato dai dizionari col significato di ‘breve promemoria, appunto’, secondo alcuni accorciamento di memorandum, secondo altri di (pro)memo(ria)), in un impiego del verbo ironico e del tutto occasionale, che ha però un riscontro con un’occorrenza, anch’essa isolata, trovata su Google libri e datata 2003 (“Il reparto formattazione […] si occupa di […] memare (cioè inserire i memo) le sceneggiature”).

Sono i social network, terreno fertile per i memi, a fornirci occorrenze precedenti al 2017. Su Twitter possiamo infatti rintracciare una prima attestazione del 2012, in cui il verbo è usato transitivamente:


Le occorrenze sul social network aumentano gradualmente a partire dal 2015: se nel 2012 si trova una sola occorrenza (per la forma all’infinito tra i tweet in italiano), nel 2015 arriviamo a 25 risultati, che aumentano a 75 l’anno successivo, per poi attestarsi su circa 90/95 risultati costanti per ogni anno a partire dal 2017. Di seguito alcuni tweet:

Io non voglio memare sui fatti di parigi, ma se aprite un servizio su valeria soresin con "hello darkness my old friend" Vi memate da soli.. (23/11/2015)

Una volta il bullismo era menare, ora è memare. (26/5/2018)

Questo nuovo forse-governo è meraviglioso: non fai in tempo a memare su qualcosa che già ti danno altro da memare. Altro che Terza, questa è la Meme Repubblica (29/5/2018)

Ricordiamocelo, un giorno magari non troppo lontano, quando coccoleremo i nostri nipoti bionici sotto l’albero in eco-abete, che siamo la generazione capace di ridere e memare per 48 ore su un video del Presidente della Repubblica che stampa un certificato di nascita. (16/11/2021)

buonanotte anche questo Sanremo è finito
A godere abbiamo goduto, a memare abbiamo memato a vincere soldi questo purtroppo no ma va bene (6/2/2022)

Le occorrenze viste finora ci aiutano a definire meglio le sfumature semantiche e gli usi di questo verbo. Tuttavia, come detto, non possiamo parlare di un uso diffuso: l’impiego di memare − i contesti stessi lo suggeriscono − rimane al momento ancora strettamente legato al mondo di internet e a una pratica prevalentemente, ma non esclusivamente, giovanile.

La “cultura dei memi” è, però, un fenomeno che sembra destinato a proseguire ed espandersi nel tempo, anche sul piano della lingua. Infatti, sia meme sia il verbo memare hanno dato origine ad altri derivati, come già segnalava nel 2014 Licia Corbolante nel suo blog “Terminologia etc.”. Così troviamo in rete l’aggettivo memabile ‘che può essere trasformato in meme’ (1.180 risultati su Google Italia), il sostantivo memizzazione (328 risultati), memologia/memelogia (581/496 risultati) e memologo (141 risultati per la forma al maschile singolare), memistica (5.590 risultati, in contesti come settimana memistica, esperienza memistica), l’aggettivo memistico (638 risultati) e il più diffuso memetico ‘relativo a meme’ (19.000 risultati solo per la forma al maschile singolare) − la cui forma femminile è da non confondere con il sostantivo memetica, riferito allo studio dei memi nel loro primo significato di ambito biologico di ‘unità di informazione genetica’, come riportato nella scheda di consulenza già citata –, da cui deriva, inoltre, l’avverbio memeticamente (537 risultati). Infine, abbiamo ben tre varianti per l’appellativo dato a ‘chi crea memi’ (chi mema?). Il sostantivo più diffuso è memer, prestito integrale dall’inglese, che conta ben 127.000 occorrenze tra le pagine in italiano di Google (51.900 per memers; ma sia per il singolare sia per il plurale c’è un’alta presenza di rumore). Memer è registrato sia dall’americano Urban Dictionary, sia da Slengo “dizionario online dedicato ai neologismi e al gergo in lingua italiana, curato dal popolo di Internet” con la definizione di ‘individuo che crea o modifica meme di internet’. Slengo rimanda, inoltre, alla variante mematore (‘persona che crea e condivide meme frequentemente’), discretamente attestata in rete: 5.860 risultati per il maschile singolare, 26.600 per il plurale mematori, 140 e 4 per i femminili singolare, mematrice, e plurale, mematrici. Un terzo concorrente è infine rappresentato da memista, che conta 1.660 occorrenze in rete (memisti 1.350, memiste 3), e la cui diffusione si deve probabilmente al “memista Tenente Silvestri”, personaggio del programma televisivo Una pezza di Lundini. Concludiamo, dunque, con alcune attestazioni dei derivati e, naturalmente, con un meme stesso:

Secondo me la sinistra ha ormai “imparato a memare” molto meglio della destra, ma a volte rimane ancora prigioniera della propria autoreferenzialità. Il linguaggio memetico, che può e deve essere esoterico, esercita una grande attrattiva proprio perché oscuro, ma serve anche una componente exoterica che possa arrivare a tutti, come ci insegnano le religioni. (Matteo De Giuli, Fabrizio Luisi, Gli archetipi della politica, “Il Tascabile”, 31/7/2020)

Negli ultimi anni i meme sono diventati centrali nelle dinamiche comiche della maggior parte dei creatori di contenuti online, oggi è infatti poco probabile che uno youtuber o uno streamer su twitch non abbia il suo subreddit in cui i fan possono condividere le loro creazioni memetiche. (Beatrice Puglisi, Luca Pagani, Bernie Sanders e le muffole ecosostenibili, “Scomodo”, 2021)

Che voi ci crediate o meno, il sottoscritto non reputava repellenti i cartoni animati mandati in onda sulle reti statali: […] soprattutto quello che, allo stato attuale delle cose, è uno dei prodotti italici per infanti più in voga nel panorama memistico: la Pimpa (Matteo Lo Presti, La Pimpawave: un ritorno all’infanzia tra meme e accelerazionismo, www.neonpeetsa.it, 28/10/2021)

La cosa meno evidente è che molte delle immagini che finiscono per essere riprodotte memeticamente sui social più mainstream e che hanno un ruolo attivo nella creazione di consenso sono sviluppati in luoghi alla portata di tutti (vedi le discussioni board /pol/ di 4chan e 8chan tra i tanti) ma ancora non così esplorati. (Domenico Russo, Stefano Serretta. Svuotare tutto è un atto d’amore, “Juliet”, 5/8/2019)

I memer, d’altro canto, non si sono mai posti il problema e la faccenda sembrava non dare fastidio a nessuno. (Alessandro Lolli, Saranno proibiti anche i meme?, “Esquire”, 15/9/2018)

Per ora, fare “il mematore” è una competenza, non ancora una professione. Perché questo scatto avvenga, servirebbe una diversa regolamentazione a livello di copyright autoriale. Chi dovrebbe essere pagato per il contenuto? Chi fa il meme o chi gestisce la pagina? (Elettra Bernacchini, Youtuber, influencer, mematore: l’Umbria dei mestieri digitali, www.quattrocolonne-news.it, 10/6/2021)

Le immagini che lo ritraggono, infatti, provengono da Shutterstock, un sito di immagini stock da cui ogni memista con licenza può pescare liberamente, che tra l’altro ha saputo sfruttare in modo intelligente il successo del famoso fidanzato, ricordando che può esistere un modo legale e conveniente per creare meme (Stai violando i diritti di una foto se crei un meme?, www.rivistastudio.com)