DOI 10.35948/2532-9006/2026.43652
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Sono arrivati molti quesiti che esprimono dubbi sulla correttezza dell’aggettivo valoriale in rapporto a valore.
L’aggettivo valoriale nel significato di ‘proprio del valore, dei valori, che contiene valori, soprattutto etici, politici, civili, religiosi, sociali ecc.’ è pienamente legittimo e funzionale sia sul piano semantico che su quello grammaticale. È già registrato dal GRADIT, dal Devoto-Oli e dallo Zingarelli, che lo data al 1984; è ben attestato nelle pagine di Google (oltre 300 mila risultati, per quel che valgono questi numeri) e nei giornali. Si tratta di un normale derivato da sostantivo con i suffissi -ale o -iale che spesso sostituiscono un complemento introdotto da di, come in generazionale, alluvionale, premiale, anche se non di rado queste terminazioni, con funzione simile, si hanno già in derivati dal latino (claustrale) o in calchi di parole straniere (come caratteriale sul francese caracteriel o razziale sull’inglese racial).
I suffissi sono apparentemente due, ma in realtà sono due varianti dello stesso. Se si guarda bene, infatti, si vede che valoriale non discende direttamente da valor(e) con -ale ma con -iale. Poiché la formazione di derivati suffissali da sostantivi in italiano si attua, secondo alcuni studiosi di morfologia (altri pensano che i suffissi si aggiungano direttamente alle radici), con la cancellazione della vocale finale, come in aggettiv(o)ale o angelic(o)ale o esattori(a)ale, ci si può chiedere ragione di quella terminazione in -iale nella nostra parola, cioè perché valoriale e non *valorale.
È qui in azione il latino che aveva aggettivi in -ale derivati da sostantivi il cui tema finiva in -i semiconsonante, come sapientia, da cui sapientialem, it. sapienziale o come ministerium da cui ministerialem, it. ministeriale. Ma i derivati italiani di questi aggettivi latini sono in rapporto con sostantivi che nella nostra lingua non hanno più tema in -i, come sapienza e ministero (anche se anticamente circolava un ministerio che potrebbe fare al caso nostro) e quindi sono stati interpretati come suffissati in -iale anziché in -ale. A partire da questo dato si sono formati per analogia già in latino tardo o ecclesiastico (esempio: mundialem da mundus) e poi in italiano aggettivi in cui invece di -ale la lingua ha selezionato una terminazione -iale non etimologica (come invece lo è in ambulatoriale o circondariale), ma nel ruolo di vero e proprio suffisso, come in assistenz(a)iale (da assistenza) o attor(e)iale (da attore) o settor(e)iale (da settore), o, appunto, in valor(e)iale da valore: tutti aggettivi che derivano da sostantivi che in italiano non hanno tema in -i.
Il suffisso -ale ha dunque una variante fonetica -iale (anzi, secondo alcuni studiosi, ne ha più d’una, perché su certe basi si innestano le varianti - eale, come in floreale e rateale, e -uale, come in sessuale, sensuale, portuale). L’allomorfo -iale (su cui cfr. Thornton 1998; Wandruszka 2004, p. 387) appare con alcune basi in -ore (cfr. governatoriale, equatoriale, imprenditoriale ecc.) e con quelle che finiscono con [ts] (cfr. razziale ecc.), fra cui anche la maggior parte dei suffissati in -enza (cfr. residenziale, desinenziale, esistenziale ecc., ma influenzale).
La suffissazione in -iale si è attivata perfino con qualche forestierismo, come computeriale, anche per pressione di altre lingue, come in manageriale per adattamento dell’inglese managerial, derivato di manager.
Dunque, piena legittimità di valoriale. Solo è raccomandato, come per qualsiasi parola, un uso misurato. I valori sono preziosi e non vanno sprecati, abusandone. Per altro, il suo connubio con sostantivi come tavola, cardine, sistema, su cui ci interrogano dubbiosi i nostri lettori, è accettabile. Forse solo i “collanti valoriali” del “contradismo” senese paiono peccare per esibizionismo stilistico (ma probabilmente più per colpa dei collanti che di valoriali).
Nota bibliografica: