Consulenza linguistica

Ma va’!

  • Laura Ricci
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.41626

Licenza CC BY-NC-ND

Copyright: © 2026 Accademia della Crusca


Quesito:

Alcuni lettori desiderano chiarimenti sull’espressione ma va’ e sui diversi valori che può assumere; in particolare ci viene chiesto quale sia la forma verbale sottesa (va indicativo presente o va’ imperativo) e conseguentemente quale debba essere la corretta resa ortografica.

Ma va’!

L’espressione ma va’, usata nel parlato con diverse sfumature di significato, appartiene alla categoria dei cosiddetti “segnali discorsivi” (detti anche “connettivi pragmatici” o “marcatori del discorso”):

sono elementi linguistici (parole, espressioni, frasi), di natura tipicamente pragmatica, diffusi in specie nella lingua parlata, che, a partire dal significato originario, assumono ulteriori funzioni nel discorso a seconda del contesto: sottolineano la strutturazione del testo, connettono elementi nella frase e tra le frasi, esplicitano la posizione dell’enunciato nella dimensione interpersonale, evidenziano processi cognitivi in atto. (Carla Bazzanella, Segnali discorsivi, in Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, con la collaborazione di Gaetano Berruto e Paolo D’Achille, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010-2011, vol. II, pp. 1303-1305)

Ricavando altre informazioni dagli studi che hanno approfondito il tema con particolare riferimento alla lingua italiana, possiamo aggiungere che i segnali discorsivi non costituiscono una classe morfologica a sé ma formano un gruppo morfologicamente eterogeneo (congiunzioni, avverbi, sintagmi verbali, locuzioni preposizionali, strutture frasali); hanno spesso più valori, variabili a seconda del contesto di frase, della situazione dialogica e dell’intonazione; “segnalano il punto di vista del parlante sull’enunciato o sull’atto di enunciazione” (Massimo Palermo, Linguistica testuale dell’italiano, Bologna, Il Mulino, 2013, p. 210).

Più tecnicamente, si attribuisce loro la caratteristica della multifunzionalità (o polifunzionalità), che può essere paradigmatica, se la stessa parola assume accezioni diverse in contesti diversi; o sintagmatica, quando si assommano più sfumature semantiche nello stesso segnale discorsivo. Normalmente discendono da una o più parole che, dotate in origine di significati precisi, con l’uso si sono progressivamente indeboliti, assumendo quella versatilità e vaghezza che li rendono adattabili a varie occasioni interlocutorie.

Accostandoci allo specifico quesito, l’espressione ma va' appartiene ai connettivi pragmatici catalogabili come “interattivi” o “interazionali”, quelli che esprimono o sottolineano, in una comunicazione orale, le reazioni, le impressioni, le intenzioni degli interlocutori. In particolare, in una turnazione dialogica, ma va’ apre una battuta di replica a un precedente enunciato, per esprimere negazione, scetticismo, incredulità. Può essere dunque paragonata ad altri segnali di ricezione, ovvero a formule esclamative come figurati!, non ci credo!, macché!, ma dai!, come alcuni esempi possono mostrare:

− Ammettilo, sei ancora innamorata di me. − Ma va’! −;

− Posso preparare questo esame in due giorni. − Ma va’! −;

− Sai che in Italia si mangia bene? − Ma va’? −.

La manifestazione di disaccordo o ridimensionamento rispetto all’enunciato che precede può essere più o meno marcata. In modo più tenue, l’espressione è impiegata per respingere qualcosa in modo leggero e ironico, o come garbato diniego a qualcuno che esprima complimenti o ringraziamenti:

− Sei una cuoca eccezionale! − Ma và’. −;

− Grazie, non so come avrei fatto senza di te, sei stato fenomenale! − Ma va’. −.

Oppure può caricarsi di un tono di stizza o fastidio:

− Se abbiamo perso il treno è solo colpa tua! − Ma va’ −.

Come si vede, le numerose sfumature semantiche sono ricavabili solo dal contesto dell’enunciato, in cui anche l’intonazione e il volume della voce possono avere un peso.

Gli esempi potrebbero aumentare, ma in tutti i casi, sia pure mitigata o interamente smorzata, è ravvisabile una modalità conativa, quasi a esprimere un distanziamento – figurato, psicologico – rispetto a quanto ricevuto dell’interlocutore. La filiazione da verbi di modo imperativo è del resto comune ad altre forme verbali che si sono evolute (senza peraltro perdere il loro valore di base) come marcatori discorsivi: è il caso di dai!, guarda/ guardate!, pensa/ pensate!, scusa/ scusate! ecc. L’impiego colloquiale come connettivi pragmatici ne ha affievolito la primaria intenzione iussiva, dato che per l’appunto non si tratta più di veri ordini, esortazioni o richieste, ma di richiami enfatici caratteristici della varietà conversazionale della lingua; grosso modo tali marcatori del discorso corrispondono a quelle che la grammatica definisce tradizionalmente “interiezioni improprie” o “secondarie”, ovvero quelle parti del discorso e locuzioni usate per esprimere un ordine, un’esortazione, un apprezzamento, una disapprovazione, un’imprecazione ecc.; generalmente sono accompagnate graficamente dal punto esclamativo, a sottolinearne la funzione emotiva ed espressiva.

Svolte queste premesse, possiamo stabilire che la grafia ma va’ è quella più corretta, sebbene manchi l’appoggio di una codificazione grammaticale e lessicografica, in ragione della prevalente circolazione orale del connettivo in questione. Anche la ricostruzione diacronica del tratto e la sua tracciabilità nella tradizione scritta risultano problematiche: proprio la stretta relazione con la lingua parlata “costituisce inevitabilmente una difficoltà per chi voglia esaminare i segnali discorsivi nelle fasi più antiche di una lingua, per le quali disponiamo, prevalentemente o esclusivamente, di testi scritti” (Andrea Sansò, I segnali discorsivi, Roma, Carocci, 2020, p. 58).

È tuttavia possibile tentare una piccola ricerca, dato che, oltre che nel parlato spontaneo, i segnali discorsivi trovano una moderata accoglienza anche in tutti quei testi – romanzi, racconti, prosa teatrale – che si accostano al parlato riproducendo situazioni dialogiche. Da una ricerca in Google libri si ricavano numerose attestazioni in testi relativamente recenti (dalla metà del Novecento a oggi), con prevalente ma non esclusiva trascrizione ma va’. Un sondaggio più mirato consente di verificarne meglio la diffusione e il tipo d’impiego nella narrativa degli ultimi decenni, utilizzando il Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento e contemporanea (PTLLINC): ideato da Tullio De Mauro allo scopo di allestire un thesaurus interrogabile dei romanzi candidati al prestigioso Premio Strega, il corpus raduna i libri vincitori del premio dal 1947 al 2021, più altri testi in prosa − tra quelli che hanno concorso allo Strega − significativi per la lingua e la letteratura. Dall’interrogazione del PTLLINC si ricavano 30 occorrenze (in corsivo nelle citazioni che seguono) da 14 romanzi. La più remota nel corpus è in Italo Calvino (Ultimo viene il corvo, 1949): “− Non saliamo, − disse Bombolo. − Ma va’, − fece Pier Lingera e già s’era attaccato alla catena, mani e piedi”; mentre l’ultima in sequenza cronologica è da Sandro Veronesi (Il colibrì, 2019): “Allora è proprio lei. Rovereto, 1973, o ’74, l’anno non lo ricordo. Primo turno. Carrera Marco batte Carradori Daniele 6-0 6-1. − Ma va’...”. Allego un altro paio di esempi autorevoli: “E (però con una voce, che mio malgrado, esprimeva solo una passione ridente e spavalda, non una severità da padre), le dissi: − Ma va’! dannata!? Eh! piantala, non fare la scema!” (Elsa Morante, L’isola di Arturo, 1957); “− Vorrei fare un bel viaggio! – Ma va’. – diceva Miranda – Si sta così bene a casa!” (Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963).

Alcune delle 30 occorrenze restituite dall’interrogazione del corpus vanno espunte perché ma va’ in qualche caso non costituisce un connettivo autonomo ma è l’inizio di una struttura frasale, in cui va’ è in ogni caso imperativo: “ma va’ a morire” (Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, 1962); “Ma va’ a sapere” (Ugo Riccarelli, Il dolore perfetto, 2004); “Ma va’ in malora” (Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010). Ricerche più approfondite potrebbero consentire di rintracciare qualche uso precedente, ad esempio nel Sentiero dei nidi di ragno (1947), peraltro sempre di Calvino: “Ma va’. Chi sa quanti ribelli hai ammazzato e non lo vuoi raccontare”.

Somiglia ma non equivale del tutto al nostro ma va’ il segnale rinforzato dall’avverbio di luogo ; nel romanzo di Calvino appena citato compare: “Ma va’ là! Quando mai i ragni hanno fatto il nido. Mica son rondini”). In queste locuzioni il completamento avverbiale consolida l’imperativo va’, sebbene il valore dell’avverbio di luogo sia più rafforzativo che realmente deittico. Il segno dell’apostrofo dopo va in questo contesto – non si sa se per scelta autoriale o editoriale – non è costante: ma va’ là è in Giovanni Testori (Il ponte della Ghisolfa, 1958) e in Goffredo Parise (Il padrone, 1964), mentre ma va là è la soluzione grafica adottata da Domenico Rea (Ninfa plebea, 1992) e da Antonio Pennacchi (Canale Mussolini, 2010).

Per quest’ultimo tipo, riporto anche un esempio riferito al primo Novecento, significativo per la tipologia testuale (dramma teatrale) e per la personalità dell’autore, notoriamente sensibile nel rappresentare i moti dell’animo anche attraverso minimi accorgimenti pragmatici e testuali. Da Luigi Pirandello, Cosi è (se vi pare), atto III:

Laudisi: Lasciatemi dire. Il fantasma d’una seconda moglie, se ha ragione lei, la signora Frola. O il fantasma della figliuola, se ha ragione lui, il signor Ponza. Resta ora da vedere, o signori, se questo fantasma per l’uno o per l’altra sia poi realmente una persona per sé. Arrivati a questo punto, mi sembra che sia anche il caso di dubitarne!
Amalia: Ma va’ là! Tu vorresti farci impazzire tutti quanti con te!

Si può inoltre menzionare la preferenza pirandelliana per la forma Va’ là, attestata, oltre sia nella scrittura teatrale sia nella prosa narrativa; nel romanzo Uno, nessuno e centomila (1926) figura anche con reduplicazione: Va’ là, va’ là!

L’esortazione piena ma va’ là/ ma va là (anche la ricerca in Google libri avvalora entrambe le grafie) potrebbe essere l’antecedente della forma abbreviata oggi più in uso, insieme ad altre costruzioni frasali, più o meno disfemiche, con sequenza ma va’ a + infinito. In effetti per ma va là si trovano esempi più risalenti nel tempo, specie in alcuni generi destinati a un pubblico ampio e predisposti all’accoglimento di tratti del parlato, come nel romanzo storico di Tommaso Grossi Marco Visconti (1849): “Ma va là, che ci hai avuto spasso, te lo so dir io.... Fu un bel colpo, per diana!” o nella commedia I mariti (1867) di Achille Torelli: “Maria: – […] lui patisce a star senza di me! – Eva: Ma va’ là che ne ringrazia Dio”.

Aggiungiamo che che l’uso appartiene all’italiano colloquiale di più varietà regionali. Per le peculiarità locali un dato interessante è offerto dal VRC (Paolo D’Achille, Claudio Giovanardi, Vocabolario del Romanesco Contemporaneo. Le parole del dialetto e dell’italiano di Roma, con la collaborazione di Kevin De Vecchis, Roma, Newton Compton, 2023, s.v. ma): nella varietà romana, si adopera tipicamente “per chiedere conferma di una novità inaspettata, oppure per sottolineare iron(icamente) l’ovvietà di un’affermazione altrui (senza radd. sint.): – Mario se sposaMa va’?, per davvero?; – A Juve ha vinto er campionato. – Ma va’?”. Il raddoppiamento fonosintattico di v, che ci si aspetterebbe in quest’area e che invece è segnalato come assente nei due esempi presentati, viene invece rilevato come presente quando il marcatore discorsivo è usato “per esprimere incredulità o fastidio di fronte a un’affermazione non ritenuta corretta (con radd. sint e spesso reiterato): – Dopo le vacanze ar mare, Mario diçe che nun cià più ’n zòrdo Ma vva, va!”.

Nell’esemplificazione lessicografica gli autori scelgono di mantenere la forma imperativa con l’apostrofo, pur evidenziando graficamente l’intonazione di sorpresa con il punto interrogativo. Nella narrativa italiana, troviamo alcuni esempi di questa accezione con prosodia interrogativa; in questi casi sempre consultando il PTLLINC – si nota una maggiore oscillazione fra va e va’. Il verbo imperativo convive con il punto di domanda in Margaret Mazzantini (Non ti muovere, 2004): “– E tu? Ci vai o no? – Sì, io ci vado. – Ma va’?” e in Veronesi (Caos calmo, 2005): “Ma va’? E come mai?”. Cade l’apostrofo invece in Pennacchi (Canale Mussolini, 2010): “– […] non è che mi piace tanto lavorare la terra. – Ma va? Non ce ne eravamo mai accorti”. E va infine menzionata la soluzione di Edoardo Albinati (La scuola cattolica, 2016), con doppio punto interpuntivo (esclamativo + interrogativo), e con va senza apostrofo: «La formula che allora ci faceva diventare pazzi era: “L’essere è, e il non-essere non è”. Firmato: Parmenide. Sì, ripetiamola pure: “L’essere è... e il non-essere non è”… Ma va?! Che scoperta. Questa sarebbe la filosofia?».

La ricerca in Google libri testimonia una certa prevalenza dell’apostrofo anche con il tipo interrogativo, come in questo curioso esempio, in cui il connettivo caratterizza l’intercalare di un personaggio femminile criticato per l’eccessiva invadenza e loquacità:

Sale, si siede, e poi comincia a chiacchierare e a fare domande e a dire tu da quanto stai con la carovana? Ma va, da così tanto? Ma va’, da così poco? E nel tuo paese che facevi? Ma va, il soldato? Ma va’, il ciabattino? E tu che cosa vendevi? Ma va’, le mele? Ma va’, i fiori e pure l’erba che si fuma? Ma va’, ma va’, ma va’ ... tutti cominciano a dire ma va’? ma va’? E allora anche se sicuramente ha un nome, nessuno se lo ricorda, perché tutti la chiamano Mavà. (Fabrizio Alessio Angeli, Verso ponente, Raleigh, Lulu, 2011, pp. 170-71)

Concludendo, l’espressione ma va’, a partire da una forma di imperativo, può svolgere duttilmente numerose funzioni in relazione al contesto linguistico e situazionale; un ruolo importante è giocato anche dall’intonazione, dato che in generale “la sfumatura di significato di cui sono portatori i segnali discorsivi nei diversi contesti varia in base ai tratti prosodici” (Carla Bazzanella, Segnali discorsivi in Renzi-Salvi-Cardinaletti 1995, vol. III, pp. 225-257: p. 231).

La grafia ma va’ con l’uso interpuntivo esclamativo risulta l’opzione più attestata e appropriata. Una maggiore incertezza emerge nel caso in cui il connettivo denoti curiosità, incredulità, scetticismo, con un’intenzione fatica paragonabile a espressioni – serie o ironiche – come “Davvero?”, “Veramente?”, “Dici sul serio?”. Per quanto l’origine debba ritenersi la stessa (il verbo andare al modo imperativo), qui la carica esortativa risulta del tutto esaurita; il tono di meraviglia è reso graficamente con il punto interrogativo o anche, più enfaticamente, con un doppio punto interpuntivo (di esclamazione e interrogazione insieme). Per questo tipo l’inserimento dell’apostrofo risulta più incostante, presumibilmente perché il profilo intonativo dell’interrogazione appare poco compatibile con la modalità conativa. Va precisato però che si tratta di una pseudo-interrogativa, in cui non ci si attende una risposta o, al massimo, come nel tipo delle interrogative “orientate positivamente”, si sollecita appena la conferma dell’interlocutore.

Ad ogni modo, per questo ed altri casi di trascrizione di tratti informali e colloquiali, è prevista una certa elasticità normativa.

Parole chiave