DOI 10.35948/2532-9006/2026.43665
Licenza CC BY-NC-ND
Copyright: © 2026 Accademia della Crusca
Un lettore chiede se la parola disacculturato, trovata in un post su FB, sia usabile come sinonimo di ignorante.
Nella lingua italiana esistono differenti parole e perifrasi per definire una persona priva d’istruzione e di cultura: tra queste, ignorante, incolto, non istruito. Si può aggiungere che negli studi riconducibili all’àmbito della linguistica italiana, a partire da alcuni saggi di Francesco Bruni risalenti agli anni Ottanta del secolo scorso, con il lessema semicolto si è inteso descrivere chi, nel parlato e nello scritto, si serve di una varietà di lingua lontana dagli usi standard dell’italiano. I semicolti, quindi, pur essendo alfabetizzati, non hanno una piena competenza delle norme che regolano il funzionamento della lingua italiana e il loro comportamento linguistico è oggetto di stigmatizzazione sociale (cfr. Bruni 1984; De Caprio 2019; D’Achille 2022).
Quanto a disacculturato, per comprendere in che modo il termine sia utilizzato e se sia opportuno servirsene per indicare un individuo di scarsa o nulla cultura, è necessario richiamare gli usi del verbo acculturarsi e della forma aggettivale derivata dal participio passato acculturato, che sono alla base del termine. Innanzitutto, va segnalato che acculturato non è sinonimo di cólto e istruito. Infatti, il significato centrale e originario dei verbi parasintetici acculturare (trans.) e acculturarsi (rifl.), impiegati negli studi demo-antropologici sul modello del termine specialistico inglese (to) acculturate (1917), descrive e individua il processo – detto di acculturazione – mediante il quale un popolo o un gruppo sociale (e/o etnico) acquista in modo significativo e stabile elementi sostanziali della cultura di un altro popolo o gruppo preminente (soprattutto in riferimento al rapporto fra cultura cosiddetta “occidentale” e culture originarie del continente americano, africano, ecc.).
Va inoltre ricordato che le prime attestazioni di acculturare/acculturarsi (risalenti, come si dirà nelle prossime righe, alla seconda metà degli anni Sessanta) seguono quella del sostantivo acculturazione, che risale al 1947 (Devoto-Oli online, GRADIT, Sabatini-Coletti 2024, Zingarelli 2026; v. anche GDLI Supplemento 2004 per citazioni ed esempi): sebbene sul piano formale il sostantivo sia un derivato dal verbo, l’uso di acculturazione ha preceduto il verbo acculturare. Come analiticamente illustrato in una risposta data da Claudio Iacobini nel 2021 per il servizio di consulenza dell’Accademia, quest’ordine di comparsa (ossia, il sostantivo prima del verbo) ben si spiega tenendo conto del fatto che nei linguaggi specialistici e tecnico-scientifici spesso il sostantivo è “più necessario” e il verbo corradicale compare, “qualora sia ritenuto utile, solo dopo che il sostantivo si è stabilizzato” (Iacobini 2021, p. 50): si tratta dunque di una retroformazione.
Venendo alla semantica, con una prima approssimazione, si può osservare che, a partire dal significato specialistico proprio della ricerca etnografica e storico-antropologica (‘sottoporsi o essere sottoposto a un processo di acculturazione’), acculturarsi e acculturato sono stati oggetto di un processo di estensione e di banalizzazione del significato. Per dar conto di questo processo, è utile mettere a sistema le definizioni e datazioni proposte dal GDLI (o meglio dal Supplemento 2004), dal GRADIT e dal Sabatini-Coletti 2024, che sono le opere lessicografiche più ricche di informazioni e accezioni.
In primo luogo, va osservato che il GRADIT inserisce come lemma acculturato, ma per i significati rimanda in sostanza ai due distinti lemmi acculturare (datato al 1974) e acculturarsi (non datato, come tutti i verbi riflessivi e pronominali inseriti come lemmi); invece, tanto nel Supplemento 2004 al GDLI quanto nel Sabatini-Coletti 2024 sono inseriti come lemmi acculturare (acculturarsi), la cui prima attestazione è datata al 1969, e acculturato, datato al 1967 (Sabatini-Coletti 2024, s.vv.). Venendo ai significati, pur con minime differenze, dalle voci dei tre dizionari risulta che il verbo acculturare (transitivo) è stato via via adoperato – senza un valore necessariamente limitativo e negativo, ma soprattutto in modo scherzoso – come sinonimo di istruire (cfr. GRADIT e Supplemento 2004 al GDLI, che allega un esempio del 1984: “il bambino non ha la possibilità di acculturare il genitore”); quanto alla forma riflessiva acculturarsi, oltre a registrare il significato, proprio delle discipline socio-antropologiche, di ‘compiere volontariamente o subire un processo di acculturazione’, i dizionari mostrano che acculturarsi è stato progressivamente utilizzato sia per indicare lo sforzo di migliorare il proprio livello culturale e diventare più colto o istruito, sia per designare chi possiede una cultura e un’istruzione approssimative, superficiali e raccogliticce.
Parimenti, per acculturato, in aggiunta al significato di ‘indotto a un processo di acculturazione’, il Sabatini-Coletti 2024 riporta l’accezione, più generica, ‘che ha acquisito una cultura o, in senso meno generale, un’istruzione’ (ad es.: gruppo sociale acculturato, popolazione acculturata, persona acculturata), mentre il GDLI Supplemento 2004 registra il valore “fortemente iron[ico]” che acculturato assume quando è usato per designare chi ha ‘una cultura superficiale e velleitaria’. È interessante che per quest’ultima accezione nel GDLI sia segnalata un’attestazione dalla poesia Dormiveglia di Eugenio Montale (inclusa nel Quaderno di quattro anni, 1977): in effetti, nella poesia, datata al 26 dicembre 1976, il poeta ligure si serve della forma sostantivizzata acculturati nel verso “Gli acculturati, i poeti, i pazzi” (v. Eugenio Montale, L’opera in versi, edizione critica a cura di Rossana Bettarini e Gianfranco Contini, Torino, Einaudi, 1980, p. 615). Come osservato da Giuseppe Savoca, a quell’altezza cronologica acculturato appare nella lingua letteraria alla stregua di un hapax di Montale, anche se l’aggettivo è destinato a trovare una sua “sistemazione” nella lingua comune, mentre sono “veri e propri hapax montaliani” le varianti che il poeta poi esclude (i culturali e gli acculturali) e a cui preferisce acculturati (v. Savoca 1987, pp. 79-80 e Montale, L’opera in versi, p. 1139).
Il processo di estensione semantica appena descritto è ben visibile se si consulta la voce acculturarsi del Vocabolario Treccani online: in prima istanza è indicato il significato specialistico “mutare cultura e costumi per un processo di assimilazione in seguito a contatti con popoli o gruppi sociali di cultura diversa”; in seconda battuta sono riportati i due significati, etichettati come “più recenti”, di “coltivarsi, formarsi una cultura, arricchirsi culturalmente” e “acquisire (o cercar di acquisire) una cultura parziale, estrinseca, velleitaria”; infine, è indicato come “meno comune” l’uso di acculturare transitivo con il significato di “attrarre un popolo o un gruppo sociale nella propria cultura, o, con sign[ificato] più generico e per lo più iron[ico] o scherz[oso], dare a qualcuno una cultura, addottrinarlo, istruirlo”. In conclusione, come segnalato da Iacobini (2021), dai significati più generici del verbo si può far derivare il fatto che acculturato sia stato “impropriamente usato come sinonimo di colto”, come accade nell’esempio seguente riportato dallo studioso: “Sei abbastanza acculturato da saper rispondere a queste domande?” (v. Iacobini 2021, p. 50).
Alla luce del quadro sin qui ricostruito, disacculturato con il significato di ‘non istruito’ e ‘incolto’ sembra essere una creazione lessicale che, a partire dall’estensione semantica di acculturarsi e acculturato, sfrutta il prefisso dis-, che in italiano è portatore di diversi significati, fra i quali quello privativo o sottrattivo (ad es. attivare / disattivare) e quello contrario (ad es. abitato / disabitato) (si veda anche questa scheda). In effetti, nei casi seguenti, alla luce del cotesto, disacculturato pare coprire un’area semantica che include sia ‘l’esser privo di cultura e/o istruzione’, sia ‘l’avere una cultura approssimativa’, sia ‘l’aver perso la cultura che originariamente si possedeva’ (si veda, in particolare, per quest’ultima sfumatura, l’impiego dell’aggettivo in riferimento all’Italia nel secondo esempio):
il 98% di questa generazione è totalmente desensibilizzato, disacculturato, mediamente stupido (utente su reddit.it)
RAGAZZI L’ITALIA E' [sic] UN PAESE DISILLUSO, DISACCULTURATO MA SOPRATUTTO RINCOGLIONITO (commenti di un utente a una recensione su mymovies.it)
Se si guardano altri impieghi in rete, si nota che disacculturato è spesso usato con valore spregiativo: in breve, con disacculturato si può sminuire il proprio interlocutore dandogli dell’ignorante. Indicativo un botta e risposta polemico su threads (risalente al dicembre 2023) in cui due utenti usano a breve distanza disacculturato e ignorante:
utente 1 (17/12/2023: disacculturato, era giusto gne gne
utente 2 (18/12/2023): si dice rap ignorante
utente 1 (18/12/2023): bello guarda che tu stai dicendo un altra cosa [sic], non sto parlando di rap il genere musicale
In taluni casi, invece, disacculturato è usato da persone che sembrano avere una qualche familiarità con letture di taglio sociologico e storico-antropologico e non essere culturalmente sprovvedute:
quindi l’unico spazio era il mattino in classe, l’ora di insegnamento – l’istante in cui si accende una luce di passione o di curiosità negli occhi dei ragazzi, anche nel ragazzo più disacculturato, più distratto, a cui non gliene frega assolutamente nulla della scuola, appena un briciolo di luce si accende, si registra l’esperienza di un brano di verità, in quell’ora in classe. (INVITO ALLA LETTURA, meetingrimini.org, 23/8/2012)
Una delle chiavi della risposta a questa domanda va cercata nel rapporto tra politica e cultura, oggi sottoposto - come accade nell’articolo che qui viene discusso - ad una pericolosa divaricazione, laddove la figura dell’intellettuale politico, che ha incarnato storicamente tale rapporto, sembra quasi scomparsa per effetto di una divisione del lavoro che vede un (mediocre e spoliticizzato) ceto dei colti interagire esclusivamente con sé stesso, e un (mediocre e disacculturato) ceto dei politici interagire esclusivamente con sé stesso. (commento di un utente all’articolo Le tracce della maturità di Marina Polacco, leparoleelecose.it, 22/6/2014)
In particolare, nell’esempio di seguito riportato il contesto in cui il termine occorre pare suggerire che il basso livello di istruzione si leghi alla marginalità e alla subalternità sociale e culturale di alcuni gruppi o individui:
La definizione di gruppi bersaglio appare problematica anche allorquando contiene attribuzioni di deficit. Tra queste vanno annoverate anche le categorie spesso usate nel linguaggio professionale della mediazione culturale di «a basso livello d’istruzione» o «disacculturato». Queste designazioni presuppongono acriticamente una consolidata certezza riguardo al significato di «formazione» e «cultura», a chi ce l’ha e chi non ce l’ha. (Tempo di mediazione, 2.2 Critica dell’approccio orientato ai gruppi mirati, kultur-vermittlung.ch)
In questo caso, insomma, il termine disacculturato non solo è usato per designare chi ha un basso livello d’istruzione e di cultura, ma sembra anche entrare in cortocircuito con la nozione individuata tramite il sostantivo deculturazione: un concetto, quello di deculturazione, con cui nelle discipline demo-antropologiche e storico-sociologiche si designa il processo di perdita o impoverimento delle caratteristiche di una cultura da parte di un gruppo, dovuto ora a fattori interni, ora al contatto, spesso forzoso, con altre culture e all’adozione di modelli culturali egemoni. In effetti, seppur minoritario, il sostantivo disacculturazione fa capolino in qualche scritto e in qualche studio di taglio socio-antropologico e storico. Più precisamente, negli anni Settanta del secolo scorso si presenta come un’opzione lessicale meno praticata con cui descrivere il processo d’impoverimento culturale opposto al processo di acculturazione: è questo, ad esempio, il caso di una monografia del 1976 di Pier Franco Malizia, il cui titolo è Cultura e libertà. Acculturazione e disacculturazione in Africa e nell’America Nera (Napoli, Edizioni Cedem). Con il significato di ‘processo di perdita di caratteristiche culturali di un popolo, comunità o gruppo, causata da fattori interni o contatti con altri popoli’ disacculturazione non ha avuto fortuna nei dizionari, dove invece è lemmatizzato il più comune e diffuso deculturazione, la cui prima circolazione è fatta risalire agli anni 1966-1973 (si vedano, GRADIT, GDLI Supplemento 2004, Sabatini-Coletti 2024, Devoto-Oli online). Più recenti sono le attestazioni del sostantivo disacculturazione per designare un generale ‘processo di impoverimento culturale’ e ‘perdita di cultura’, come accade in una pagina giornalistica dello storico Sergio Luzzatto:
Il nostro soldato diventa così la teoria militante di una studiata disacculturazione degli italiani, se non di una lobotomia di massa intesa a garantire la sospirata Vittoria e poi, nel dopoguerra, il trionfo generalizzato dell’Obbedienza. (Sergio Luzzatto, I corpi obbedienti, “il manifesto”, 5/4/2003, poi ristampato in Id., Sangue d’Italia. Interventi sulla storia del Novecento, Roma, manifestolibri, 2008, p. 28)
Sebbene non abbia legami con gli usi più recenti di disacculturato per ‘ignorante’, ‘senza istruzione’, ‘con una cultura o un’istruzione approssimativa e superficiale’, si può infine segnalare che disacculturare si trova nella produzione di àmbito e tradizione femminista, dove si inserisce in una costellazione di lessemi (fra i quali il più importante è deculturalizzazione) con cui indicare il processo mediante il quale la donna si libera del peso e del retaggio culturale di una tradizione e di un’educazione patriarcali. Così, in particolare, negli scritti di Carla Lonzi e in altri testi ispirati al suo pensiero:
La maternità è il momento in cui, ripercorrendo le tappe iniziali della vita in simbiosi emotiva con il figlio, la donna si disaccultura. Essa vede il mondo come un prodotto estraneo alle esigenze primarie dell’esistenza che lei rivive. La maternità è il suo “viaggio”. La coscienza della donna si volge spontaneamente all’indietro, alle origini della vita e si interroga. (Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, Roma, Edizioni et/al., 2010, p. 37 [i ed. 1970])
In conclusione, gli impieghi di disacculturato con il significato di ‘incolto’ e ‘ignorante’ (o dotato di scarsa cultura’, ‘impoverito culturalmente’) sembrano legati al processo di estensione e banalizzazione semantiche di acculturato (usato impropriamente come sinonimo di cólto). Sebbene vadano privilegiati altri lessemi, disacculturato è documentato anche in scriventi non sprovvisti di un certo livello d’istruzione; questi ultimi, infatti, paiono adoperare disacculturato per indicare un individuo o un gruppo non istruito e/o incolto, privo di strumenti culturali adeguati o impoverito culturalmente, ora a causa di dinamiche che chiamano in causa la marginalità e la subalternità di alcuni ceti sociali, ora a causa di più generali e generici processi di appiattimento e depauperamento culturali. In quest’ultimo caso, l’uso di disacculturato potrebbe essere connesso alla presenza, pur minoritaria, del sostantivo disacculturazione in testi di ambito sociologico e antropologico e all’impiego del sostantivo disacculturazione per indicare ‘la perdita di cultura di un gruppo, una società o un popolo’.
Nota bibliografica: