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Se quello che rimane per sempre permane, quello che è rimasto per sempre è permas...?

  • Vittorio Coletti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.41629

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Quesito:

Parecchi lettori chiedono quali sono le forme del passato remoto e del participio passato di un derivato del latino mănĕo, manēre: il verbo permanere. Se un altro, più usato, derivato di manere, l’italiano rimanere, fa rispettivamente rimasi e rimasto, permanere, che al passato remoto fa, analogamente, permasi, al participio passato dovrebbe fare i pur rari permaso o permanso e non, aggiungiamo noi, addirittura il rarissimo permasto.

Se quello che rimane per sempre permane, quello che è rimasto per sempre è permas...?

Partiamo dal perfetto latino, da cui deriva il nostro passato remoto. Già in latino quello di mănĕo e derivati era “sigmatico”, cioè modificava il tema con una s (come succede nella coniugazione di mettere che dava misi o di rīdĕo che dava risi, come oggi in italiano): si avevano quindi mansi (da manēre), permansi (da permanēre) e remansi (da remanēre). L’indebolimento e la caduta in italiano della n nel nesso -ns- sono fenomeni fonologici comuni (come in mensem che dà mese o pensum che dà peso) e spiegano le forme attuali del passato remoto italiano rimasi e permasi, anche se, per quest’ultimo, è registrata anche la variante più fedele al latino con nesso conservato (permansi). In ogni caso le due forme del passato remoto da permanere sono attestate quasi solo (e quasi nella stessa misura) nell’italiano antico o premoderno.

Passiamo al participio passato. Se rimanere e permanere seguono il latino manēre al passato remoto, al participio passato divergono un po’, perché rimanere fa rimasto, e permanere dovrebbe fare permasto e invece fa (o meglio: faceva anticamente, perché poi quasi più attestato) anche e soprattutto permaso o permanso.

Cominciamo con il dire che il participio passato di rimanere era in antico anche (con maggiore fedeltà etimologica al latino) rimaso (su remansum) ma che poi si è affermato rimasto, come nascoso ha ceduto il posto a nascosto o risposo a risposto: tutte formazioni analogiche, forse attratte dalla coniugazione del latino ponere (porre), in cui da positum si è correttamente sviluppato posto; anche altri verbi in -ere hanno adottato questa terminazione per loro non etimologica (anche videre, che invece di viso dal latino visum ha dato in italiano il participio visto). Rohlfs (Rohlfs 1968, § 625) ricorda che rimaso era ancora nella prima redazione dei Promessi Sposi, poi corretto da Manzoni in rimasto. Il corpus OVI registra ben 986 attestazioni antiche di rimaso (ivi compreso Dante) e solo 36 di rimasto (che si è affermato più tardi, forse sull’onda del successo invece precoce di risposto).

Ma se da rimaso si è passati a rimasto, perché non anche a permasto accanto o dopo permaso e permanso? A questo punto, bisogna affrettarsi a dire che già il DEI di Battisti e Alessio, e poi lo Zingarelli e il GRADIT hanno registrato come arcaismo anche la variante permasto, non attestata dal corpus Ovi. La forma in effetti è reperibile in Google libri e databile almeno dal 1529, nella stampa dei Sermoni volgari del divoto dottore santo Bernardo (“et certo così saremo se pur egli fosse permasto in terra”) e ripreso nel 1818 in Risposta del professore Giovanni Rosini ad una lettera del cavalier Vincenzo Monti sulla lingua italiana (Pisa, Didot), dove si dà la coniugazione di permanere anche al participio passato, e nel 1875, in un trattato di Marco Wahltuch (L’anima umana nel suo stato oriundo, terrestre e futuro, Milano, Guglielmini: “a che cosa reducesi il residuo del dominio materiale, ossia del fluido nervoso, permasto nel sensorio centrale”), nonché in Sul nuovo positivismo nella giustizia penale, di Emilio Brusa (Torino, Utet 1887) e infine in Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, Roma, Stabilimento tipografico per l’amministrazione della guerra, 1920. Insomma, anche permasto è venuto fuori sporadicamente, prodotto dalla pressione analogica di rimasto, ma non ce l’ha fatta a imporsi sui più antichi ed etimologici permaso e permanso, che i vocabolari oggi espongono in prima linea, pur specificando che anch’essi sono rari.

Dunque permanere si è dotato nella sua storia al participio passato di tutte le forme possibili: quelle etimologiche (permanso e permaso) e quella analogica (permasto). Se questa ha avuto, a quel che sembra, poca fortuna, anche le altre due (pur più numerose nelle pagine di Google) sono state rare e poco gradite. Il celebre Daniello Bartoli, nel Torto e ’l diritto del non si può del 1655, scriveva che, se il passato remoto di permanere fa permase, “non pertanto nel determinato [il nostro passato prossimo] direi son permaso, se’ permaso, ecc., ma userei il verbo rimanere in luogo di permanere che val lo stesso”. Non oso pensare che cosa avrebbe detto di son permasto, se’ permasto. Seguirei ancora il suo consiglio.

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