Consulenza linguistica

Repulisti o ripulisti?

  • Maurizio Trifone
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.43655

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Quesito:

Alcuni lettori chiedono se repulisti o ripulisti siano parole italiane e se entrambe le forme siano corrette.

Repulisti o ripulisti?

Prima della riforma liturgica del 1965 la messa veniva celebrata in latino:

il popolo, ancorché incolto, era abituato a sentire in chiesa formule e frasi latine di cui spesso non comprendeva l’esatto significato, ma che, in quanto legate alla solennità del rito, gli rimanevano impresse nella mente ed entravano quindi a far parte del suo bagaglio lessicale. (Zolli 1989, p. 43)

Una di queste voci latine è la forma repulisti (nel latino classico reppulisti), seconda persona singolare del perfetto indicativo (corrispondente al passato prossimo e al passato remoto italiano) del verbo repellĕre ‘respingere’, tratta da un versetto del Salmo 42 in cui un esiliato chiede a Dio perché lo abbia dimenticato e perché non lo liberi dai nemici: “Quia tu es, Deus, fortitudo mea, quare me repulisti? et quare tristis incedo, dum affligit me inimicus?” (‘Giacché tu sei, o Dio, la mia fortezza, perché mi hai respinto? e perché triste me ne vado, mentre il nemico mi opprime?’). Il salmo veniva recitato all’inizio della messa: il popolo, non comprendendo il significato della voce verbale repulisti, ha accostato il vocabolo al verbo ripulire, dandogli un senso completamente diverso da quello originario. Di qui nasce la locuzione fare (un) repulisti ‘fare piazza pulita’, con diverse sfumature di significato: ‘ripulire un luogo o un ambiente eliminando tutto ciò che non serve’, ‘sottrarre completamente beni o denaro da un luogo o a una persona’, ‘consumare interamente cibi e bevande’, ‘liberare un ambiente da persone corrotte, ostili o incapaci’.

Da voce verbale repulisti è diventato un sostantivo maschile, come è accaduto anche a lavabo ‘lavandino per lavarsi le mani e il viso’ (propriamente ‘laverò’), placebo ‘preparato farmaceutico privo di sostanze attive somministrato per ottenere un effetto terapeutico derivante dall’autosuggestione del paziente oppure impiegato in sostituzione di un farmaco di cui si vuole valutare l’effettiva efficacia’ (propriamente ‘piacerò’, attraverso l’inglese placebo, attestato dal 1770), placet ‘approvazione, consenso, permesso’ (propriamente ‘piace’), ecc.

La forma repulisti può essere usata non soltanto nella locuzione fare (un) repulisti, ma anche in altri contesti: “procedere a un repulisti”, “qui c’è bisogno di un repulisti”, ecc. Quando una parola non trasparente viene reinterpretata dai parlanti mediante l’accostamento ad altre parole che presentano una qualche somiglianza di forma o di significato si parla in linguistica di “paretimologia” o “etimologia popolare” (Bernhard 2011).

Variante di repulisti è ripulisti, in cui l’influsso del verbo ripulire è ancora più evidente: alcuni dizionari (Sabatini-Coletti, Nuovo Devoto-Oli, Zingarelli) contrassegnano la variante come “popolare”, altri (GRADIT, Garzanti, GDLI) non le attribuiscono alcuna marca considerandola semplicemente una forma secondaria. Troviamo ripulisti nella commedia La Calandria del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena (1470-1520), rappresentata la prima volta nel 1513:

Io faceva pensiero di andarmene invisibile alle casse di certi pigoloni avaracci, a’ quali non si trarrebbe un grosso delle mani con le tanaglie di Nicodemo, e quivi volevo fare un ripulisti di tal sorte che non rimanessi loro un marcio quatrino. (Prologo [del Bibbiena], p. 133 dell’ed. a cura di Giorgio Padoan, Bibbiena, Comitato per le onoranze al cardinal Bibbiena, 1970)

È questa la prima attestazione riportata dal GDLI, che annovera anche altri esempi più recenti: “la lupa [= la fame insaziabile] li spinge alla scodella di casa, o a tentare di far ripulisti nei cassetti della madre e della sorella” (Cletto Arrighi, La canaglia felice, 1a ed. 1885, composta nel 1883, cap. IV, p. 224 dell’ed. a cura di Gabriele Catalano, Firenze, Vallecchi, 1971); “C’è bisogno di un po’ di ripulisti per tentare di sbarbare alcune piante parassite (vizi ed abusi) che sono funeste all’esercito coloniale” (Ferdinando Martini, Il Diario eritreo, composto dal 29 dicembre 1897 al 31 marzo 1907, vol. II, p. 4 dell’ed. in 4 voll. a cura di Riccardo Astuto Lucchesi, Firenze, Vallecchi, 1946).

Cesare Marchi, nel suo libro Siamo tutti latinisti, inserisce l’espressione fare un repulisti all’interno di frasi di lingua comune: “I padroni della villa erano andati al mare e i ladri vi hanno fatto un repulisti”, “Il nuovo segretario del partito ha fatto un repulisti degli iscritti coinvolti in storie di mafia e di corruzione» (Marchi 1992, p. 212).

Per dimostrare come la presenza di parole ed espressioni latine nella lingua italiana non sia affatto marginale, Gian Luigi Beccaria si è divertito a costruire un racconto di poche pagine, infarcito di circa duecento voci del “latino nudo e crudo, calato dall’alto, dal dotto e dal libresco, dal curiale avvocatesco o dalle formule liturgiche, nel comune discorso: frammenti di latino che ancor oggi (ma sempre meno) c’è chi continua a usare” (Beccaria 1992, p. 31). Nel testo compare anche la locuzione fare un repulisti: “Un purista, nella sua aurea mediocritas, si sente come la longa manus dell’antico Vocabolario della Crusca. In genere è di ottusa forma mentis. Vorrebbe fare un bel repulisti delle parole nuove” (ivi, p. 37).

In conclusione, tanto la forma latina repulisti, quanto la variante “italianizzata” ripulisti sono corrette e, grazie alla semantica, si possono considerare a tutti gli effetti parole italiane: sono entrate da lungo tempo nella lingua italiana, insieme a tante altre parole ed espressioni latine vere e proprie che sono penetrate nel linguaggio comune e in alcuni casi anche nei dialetti “attraverso la liturgia, il diritto e l’amministrazione, la scuola e tanti altri tramiti, a volte serissimi, a volte scherzosi. Il loro numero è più alto di quanto si possa immaginare e le loro vicende costituiscono una pagina interessantissima di storia culturale ancor prima che di storia linguistica” (Zolli 1989, p. 43).

Nota bibliografica:

  • Gerald Bernhard, Paretimologia, in Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, con la collaborazione di Gaetano Berruto e di Paolo D’Achille, 2 voll., Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010-2011, vol. II, pp. 1048-1049.
  • Gian Luigi Beccaria, Italiano Antico e Nuovo, Milano, Garzanti, 1992 (19881).
  • Cesare Marchi, Siamo tutti latinisti, Milano, Rizzoli, 1992 (19861).
  • Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Milano, Rizzoli, 1989.

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