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Ministerio/ministero: una storia di convivenze, guadagni e perdite

  • Rita Librandi
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.42642

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Quesito:

Un lettore chiede chiarimenti sul termine ministerio e, in particolare, se ci sia una differenza di significato con ministero; una lettrice domanda se per indicare il lavoro di cura delle anime si debba usare l’espressione ministero pastorale o ministerio pastorale; e ancora se, in rapporto alla cerimonia di ordinazione, si debba dire ordinazione al ministero o al ministerio.

Ministerio/ministero: una storia di convivenze, guadagni e perdite

La parola ministero entra per la prima volta nei testi in volgare nella forma ministerio e, allo stato delle attuali ricerche etimologiche, il suo ingresso è databile tra il 1304 e il 1306: la prima attestazione si trova, infatti, nel Convivio di Dante, che dal latino riprende il significato più antico di ‘servizio, ufficio, funzione, compito’. Si tratta di una parola che non è arrivata al volgare per via diretta, subendo, cioè, tutte le trasformazioni fonetiche e morfologiche che segnavano il cammino lento e ininterrotto compiuto dalla gran parte delle componenti del nostro lessico; ci troviamo, invece, di fronte a un prestito attinto al grande serbatoio del latino, che per secoli ha continuato a fornire all’italiano una gran messe di nuovi termini. Parliamo, in questi casi, di cultismi o latinismi, che si caratterizzano per la conservazione di una veste grafica o, talvolta, grafico-fonetica più vicina alla forma latina da cui derivano. La base originaria è rappresentata in questo caso da ministerĭum, adoperato nel latino della Chiesa per rendere, nei testi della cristianità, il greco leitourgia, che indicava il ‘servizio liturgico e sacerdotale’ (DELI, s.v. ministero). Non è un caso, del resto, che le prime testimonianze in volgare si rintraccino prevalentemente, ma non esclusivamente, in testi e contesti di àmbito religioso o teologico, come avviene nello stesso Convivio (IV.i.11; IV.xvii.9-11), dove il termine è usato, una prima volta, in riferimento al compito (“ministerio”) delle sostanze angeliche di muovere i cieli e, una seconda, per il confronto tra Marta e Maria che, secondo il Vangelo di Luca (10.38-42), caratterizzava la seconda per la noncuranza del governo (“ministerio”) della casa.

Anche l’accezione relativa ai ‘compiti propri del sacerdote in quanto ministro di Dio e della Chiesa’ è molto antica e ne troviamo traccia nello Specchio della vera penitenza del domenicano fiorentino Iacopo Passavanti, che nella propria opera rielabora sermoni da lui tenuti per la Quaresima del 1354:

Onde, come solo i preti sono ministri della Chiesa, e ’l loro ministero s’adopera sopra il vero corpo di Cristo, il quale egli hanno a consacrare, così sono ministri a dispensare gli altri sacramenti (Iacopo Passavanti, Lo specchio della vera penitenza, a cura di Ginetta Auzzas, Firenze, Accademia della Crusca, 2014, p. 295).

Qui si legge, come si vede, la forma ministero, da ricondurre, come informa la curatrice, a uno dei manoscritti più antichi e autorevoli che trasmettono il testo, il Palatino 95 della Biblioteca Nazionale di Firenze che risale alla fine del XIV secolo (ivi, pp. 27-28 e 198). Potrebbe ovviamente trattarsi di un intervento del copista sullo scritto del Passavanti, ma ciò che qui merita attenzione è il fatto che la forma innovativa e più distante dal latino appare già in un manoscritto del Trecento, smentendo così la datazione di ben tre secoli più tarda (1663) fornita da uno dei nostri più importanti dizionari etimologici DELI). Anche la voce posta in entrata nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca poneva sullo stesso piano “Ministerio e Ministero”, segnalando la prima come prevalente, grazie al primo posto nella sequenza, ma ritenendo entrambe ammissibili, tanto nel significato di ‘ministrare l’ufficio’ quanto in quello di ‘ordine, opera’. Vero è che in tutte e quattro le prime impressioni del Vocabolario, da quella del 1612 a quella del 1729-38, gli esempi riportati testimoniano sempre la forma ministerio, ma ciò poteva anche dipendere dalle possibili variazioni dei manoscritti e delle stampe di cui gli accademici si servivano.

È ormai certo, in ogni caso, che fin dal loro primo apparire le due forme hanno convissuto per secoli e che solo in tempi più recenti la veste fonetica solo relativamente più moderna di ministero ha cominciato a prevalere. È interessante, a questo proposito, osservare che mentre le quattro impressioni del Vocabolario della Crusca ponevano al primo posto ministerio per l’entrata della voce, la quinta edizione, pubblicata tra il 1863 e il 1923, ma rimasta incompiuta, ribalta la successione e assegna prevalenza alla forma non latineggiante: “Ministero e anche Ministerio” (vol. X, 1907, p. 292).

A rendere più frequente e usuale ministero aveva sicuramente contribuito un’estensione di significato molto ampia e in grado di produrre una specializzazione in senso amministrativo e giuridico: su influsso del modello francese, infatti, il termine aveva assunto, nel Settecento, il significato di ‘complesso organizzato di funzionari, diretto da un ministro e preposto a una branca della pubblica amministrazione’, e aveva dato vita alle numerose denominazioni dei singoli ministeri politici, come ministero dell’interno o ministero di grazia e giustizia (cfr. Andrea Dardi, «La forza delle parole». In margine a un libro recente su lingua e rivoluzione, Firenze, Stabilimento grafico commerciale, 1995, p. 142). L’uso nell’àmbito della pubblica amministrazione divenne poco per volta preponderante, portando sia ad altre specializzazioni di natura giuridica, come nel caso di pubblico ministero, sia ad ampliamenti generici che indicavano il complesso degli organi di governo, con espressioni come, per esempio, il ministero Sonnino.

Tutto ciò ha determinato una progressiva regressione della forma ministerio e un’affermazione di ministero per tutti i significati, da quello generico di ‘funzione, compito’ a quello relativo agli uffici sacerdotali e a quello, come si è visto, amministrativo e giuridico. L’uso indifferente delle due forme, già ammesso dal Vocabolario degli Accademici della Crusca, è durato ancora a lungo, riducendo però sempre più il ricorso a ministerio, che oggi è da considerarsi un arcaismo, come confermano anche i principali dizionari dell’uso, rinviando, sotto la voce ministerio, alla forma più popolare (GRADIT), o segnalandolo, dopo ministero, come voce caduta in disuso (Sabatini-Coletti; Zingarelli).

Mantenere anche il latinismo potrebbe effettivamente avere una funzione distintiva, come suggerisce Anna P., che per specificare il proprio impegno religioso propenderebbe per ministerio pastorale, ma sarebbe un uso arcaizzante e ricercato, poco trasparente per i fedeli e, dunque, sconsigliabile, anche perché sarebbe comunque necessario specificarne l’accezione con un aggettivo o con un complemento, esattamente come sempre avviene con ministero (apostolico, sacerdotale, episcopale o degli interni, dell’istruzione, o ancora della real casa e così via).






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