DOI 10.35948/2532-9006/2026.43653
Licenza CC BY-NC-ND
Copyright: © 2026 Accademia della Crusca
Un lettore ci fa una domanda molto specifica: se l’uso che Manzoni fa della parola accidenti al termine dell’“anonimo manoscritto” dei Promessi Sposi non possa considerarsi ironico, dettato dalla volontà di “indicare disappunto nei confronti dei barocchismi seicenteschi”, dato che accidenti è (almeno oggigiorno) anche un’esclamazione. Si chiede inoltre se, anzi, l’esclamazione accidenti! non sia un esempio di espressione “d’autore”.
Nell’introduzione dei Promessi Sposi, Manzoni finge di trascrivere il testo dell’anonimo manoscritto seicentesco nel quale avrebbe trovato la storia che si accinge a raccontare; tuttavia, disperandosi presto per le asperità che quella lingua contiene, decide di abbandonare il proposito e riscrivere tutto. L’“espediente letterario” che apre i Promessi sposi dovrebbe essere noto a tutti coloro che hanno letto e/o studiato in romanzo a scuola. Nella parte del testo a cui nostro lettore si riferisce, il finto autore del manoscritto spiega come nel suo racconto abbia oscurato i nomi e i luoghi in cui la vicenda si sarebbe svolta: informazioni, a suo dire, puramente accidentali di fronte alla “sostanza di detta Narratione”.
“[…] Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Nè alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti....”
La trascrizione si interrompe proprio sulla parola accidenti. Il testo prosegue dando voce al narratore vero e proprio del romanzo:
— Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla? —
Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare.
È possibile, ci chiede il lettore, che Manzoni abbia voluto giocare con la polisemia di una parola che, all’epoca come oggi, presentava una ricca stratificazione di significati e accezioni? Oltre al senso primario di “Accadimento, avvenimento; Evento imprevisto, fortuito, inatteso; caso”, attestato fin dal XIV secolo (GDLI), la parola ha da sempre (già lo aveva la sua corrispondente latina, e prima ancora l’antenata greca) un importante senso tecnico-filosofico: nella riflessione aristotelica l’accidente, contrapposto alla sostanza, è ciò che in un qualcosa non è essenziale. A questo specifico senso di accidente si riferisce Manzoni “nella penna” dell’anonimo seicentesco, richiamandosi esplicitamente alla filosofia e accoppiando ad accidente il tecnicismo parallelo, sostanza, nelle righe precedenti: ed è possibile che lo faccia con ironia, dato che per il Manzoni autore dei Promessi sposi i nomi sono tutt’altro che accessori.
Per rispondere ai dubbi del nostro lettore, dobbiamo però considerare un altro significato di accidente, quello che i vocabolari registrano come legato alla sfera della medicina: ‘manifestazione rapida e improvvisa di un male’, o anche ‘complicazione’ di una malattia. Da questo, per estensione, nel registro colloquiale accidente può indicare un malanno generico (“non uscire senza giacca o ti pigli un accidente”) o una specie di colpo apoplettico (“quasi quasi mi viene un accidente per lo spavento”) e comparire anche in esclamazioni e imprecazioni (“accidenti!”, “che ti venga un accidente!”). È possibile, chiede il lettore, che proprio quest’ultimo uso, quello interiettivo, sia da ricondurre proprio all’uso manzoniano?
Ora, il senso di ‘malanno repentino, colpo apoplettico’ è antico. Lo usa anche Boccaccio nell’introduzione al Decameron, riferendosi alla peste: non è neppure il primo a farlo, dato che la più antica occorrenza del sostantivo usato in questo senso sembra reperibile, consultando il TLIO, nell’Acerba, poema incompiuto di Cecco d’Ascoli (1269-1327):
E tu a me: “Or questi chiromanti / Ed aruspici, e quando l'occhio sbatte, / Voglio saper come di loro canti; / E se starnuto è segno d’accidente, / E incontrare animali e vecchie e matte / E cieco e zoppo e chi di guercio sente”. (Cecco d'Ascoli, Acerba, in Francesco Stabili [Cecco d'Ascoli], L'Acerba, a cura di Achille Crespi, Ascoli Piceno, Casa editrice di Giuseppe Cesari, 1927, [testo pp. 125-399], cap. 3, 112, p. 340)
Molto antica e largamente documentata appare anche la collocazione di accidente accanto ai verbi prendersi o venire:
Per la soverchia allegrezza gli prese uno accidente. (Benvenuto Cellini, La Vita [composta alla metà del XVI secolo], a cura di Giulio Cattaneo, Milano, Longanesi, 1958, p. 65)
Tra le testimonianze riportate dal GDLI, la prima tra quelle capaci di documentare l’uso di accidente come imprecazione è fornita da Massimo d’Azeglio, che era contemporaneo di Manzoni. La testimonianza di quest’uso di accidente è solo indiretta (perché sottintende l’esistenza nella lingua viva di espressioni come “mandare un accidente”, “ti pigliasse, ti venisse un accidente!”) e compare in un’opera pubblicata postuma nel 1867; il testo fu comunque composto qualche anno prima della morte dell’autore (1866):
Il postiglione... aveva già ricevuto i suoi denari e pronunziati tutti gli accidenti, le maledizioni e le bestemmie d’uso onde ottenere un grosso di mancia di più. (Massimo d’Azeglio, I miei ricordi, Torino 1949 [1a ediz. 1867], p. 197)
D’Azeglio era anche il genero di Manzoni: questo potrebbe forse indurci a fantasticare di una prima diffusione “familiare” del modo di dire, se non fosse che una semplice ricerca in rete ne testimonia l’impiego anche in anni precedenti. Il Tommaseo-Bellini (1861), alla voce accidente, riporta:
Ti pigli un accidente, che certuni usano quasi vezzeggiando e per tenerezza, come dire: Che tu sia benedetto. E assol.: Accidenti!, imprecazione, e anco interiezione volgarissima per esprimere o per affettare maraviglia.
Se, come i nostri lettori sanno bene, i vocabolari registrano un’espressione, la si deve ritenere già piuttosto diffusa e solida nell’uso. Del resto, il Tommaseo-Bellini non è la sola testimonianza lessicografica della diffusione della nostra imprecazione. Ancora negli anni ’60 dell’Ottocento, discutendo dei sinonimi di coccolone nel suo Vocabolario dei sinonimi, Pietro Fanfani commentava così:
Il termine proprio, secondo la scienza, è Apoplessia, significante uno stravaso istantaneo di sangue nel cervello, che spesso è cagione di morte o di paralisi. – Il popolo, che non vuol sapere di tanta scienza, questa sorta di malattia la chiama antonomasticamente Accidente, come sarebbe: “È venuto un accidente al tale; È morto d’un accidente”, e per imprecazione suol dire: Che ti venga un accidente! – Quando poi l’apoplessia è fulminante e uccide sul colpo, quello per la plebe è un Coccolone. (Pietro Fanfani, Vocabolario dei sinonimi della lingua italiana, Milano, Carrara, 1865)
Quest’uso è segnalato anche nel Vocabolario italiano della lingua parlata di Giuseppe Rigutini e Pietro Fanfani (Firenze, Tipografia Cenniniana, 1875), in cui, sotto la voce accidente, si citano come “maniere imprecative e plebee” “«ti colga, ti chiappi, ti pigli, ti venga un accidente; – Dio ti mandi un accidente; – Accidenti a te» e molte altre simili”.
Interessante, per area di provenienza, per anno di pubblicazione e per l’essere stato uno dei testi di riferimento di Manzoni impegnato nella scrittura dei Promessi Sposi, è la presenza di accidente (nella variante lombarda acidènt) nel Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (Milano, Dall’imp. Regia Stamperia, 1839), il quale però non ne registra l’uso come esclamazione o imprecazione:
Acidènt (on). Un demonio. On acident d’on omm. Un demonio d’uomo.
Acidènt. Colpo. Apoplessia – Paràlisi.
Acidentàa. Paralitico. Affetto da paralisi.
Acidentàa. Apopletico.[sic] Affetto da apoplessia.
Acidentalitàa. Eventualità. Caso. Accidentalità.
Colmerà la “lacuna”, qualche anno dopo, il Dizionario milanese-italiano di Cletto Arrighi (Milano, Hoepli, Editore libraio della Real Casa, 1896), fornendo una testimonianza diretta per l’uso dell’imprecazione anche in area milanese:
– Acident, Accidente. (Caso impreveduto) «L’oo trovaa per accident» : «L’ho trovato per caso o accidente». (Colpo apoplettico) «L’è mort de accident» : «È morto per un accidente, Lo prese un coccolone». (Di persona o bestia violenta, intrattabile) «L’è ón omm o d’óna donna o d’ón fiœu» : «È un accidente d’uomo, di donna, di ragazzo». «On accident d’ón mull tutt pien de vizi»: «Un accidente di mulo pieno di vizi». «El va com ón accident»: «Va come un accidente o una saetta». «Che te vegniss ón accident!»: «Ti venisse un accidente o (Volg.) il vermo cane»
Una curiosità: anche la figura di Arrighi si lega a quella di Manzoni: di qualche generazione più giovane (1828-1906), in polemica con l’autore dei Promessi Sposi, ne scriverà una parodia, gli Sposi non promessi. Parafrasi a contrapposti dei Promessi Sposi (1895).
Cercando di scavare il più possibile indietro nel tempo, troviamo sul web la testimonianza più antica dell’uso della parola come imprecazione. Anche se il motore di ricerca di Google non permette di isolare le occorrenze di accidente/i seguito dal punto esclamativo, restituisce comunque un’occorrenza di “che ti venga un accidente, vassallo maledetto!” all’interno dell’articolo Die römischen Bettler nel periodico tedesco “Morgenblatt für gebildete Stände” [“Giornale del mattino per lettori istruiti”] del 25 settembre 1827 (a. XXI, n. 230, 1827, p. 918). Al di là di questa isolata e peculiare attestazione, la testimonianza chiave per collocare con più precisione nel tempo e nello spazio l’accidente delle imprecazioni è in ogni caso fornita dalla letteratura dialettale romanesca dell’Ottocento, come accenna il DELI: in questi testi, accidenti (anche al singolare) è rilevato con una frequenza così alta da poter essere presentato come l’imprecazione “sicuramente […] più frequente nel romanesco ottocentesco”. Non a caso, Giuseppe Gioachino Belli, che nei sonetti ne fa largo impiego, lo considerava un “vocaboletto che occupa la quarta parte del discorso de’ popolani di Roma” (Fabio Aprea, Dialogo imprecativo e metadiscorsività nell'Ottocento: il caso del romanesco accidenti, in Pragmatica storica dell’italiano. Modelli e usi comunicativi del passato, Atti del XIII Convegno ASLI [Catania, 29-31 ottobre 2018], pp. 461-468: p. 462).
Nei sonetti di Belli, oltre alle 65 occorrenze di accidente e alle 47 di accidenti, se ne contano 8 di accidentacci, una di accidentini e una di accidentoni. Accidenti ricorre sia come esclamazione (“E ssarti e ggiravorte e crapiole!... / Accidenti che ccianche t’aritrovi!”, nel sonetto 413, La bballarina de Tordinone), sia come imprecazione (“Accidenti a li Giacobbini”, nelle note al sonetto 1738, Er padre de Ghitanino), anche in collocazione con pijà (“Per esempio: ve pijja un accidente? / Súbbito lui v’intona una diasilla, / e ssi mmorite poi nun disce ggnente”, nel sonetto 1665) (cfr. Giuseppe Gioachino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, 2 voll., a cura di Marcello Teodonio, Edizione Integrale, Roma, Newton-Compton, 1998).
Anche Belli (che nasce nel 1791 e muore nel 1863) è un contemporaneo di Manzoni: in ogni caso è testimone di un uso ampio e disinvolto, certamente radicato nel tempo. E non rappresenta un caso isolato: com’è stato recentemente segnalato da Paolo D’Achille e Anna M. Thornton, la presenza di accidenti/un accidente si rileva in poesie in dialetto di Luigi Zanazzo (1860-1911) e dei via via più recenti poeti romani Trilussa (1871-1950), Mario dell’Arco (1905-1996) ed Elia Marcelli (1915-1998). La frequenza d’uso è tale che ha indotto D’Achille e Thornton a valutare la possibilità un’origine romanesca dell’uso interiettivo/imprecativo di accidenti (Paolo D’Achille, Paolo D’Achille e Anna M. Thornton, La storia di un imperativo diventato interiezione: ammazza!, in Vincenzo Faroni e Michele Loporcaro (a cura di), «’E parole de Roma». Studi di etimologia e lessicologia romanesche, De Gruyter Brill, 2020, pp. 163-194: p. 182; per la presenza di accidente in Zanazzo, Trilussa, dell’Arco e Marcelli cfr. anche Martina Di Lorenzo, Concordanze della poesia di Giggi Zanazzo, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009; Davide Pettinicchio, Concordanze delle poesie di Trilussa, Roma, il Cubo, 2012 e Id., Concordanze del poema romanesco «Li Romani in Russia» di Elia Marcelli, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2010).
È da escludere, dunque, l’idea che la fortuna dell’esclamazione e dell’imprecazione possa risalire solo ai Promessi sposi, né tantomeno – aggiungiamo – che possa essere circoscritta all’area milanese: una ricerca di accidente nella poesia del poeta milanese Carlo Porta, contemporaneo e amico di Manzoni, per esempio, non restituisce esempi dell’uso interiettivo.
Ma anche se non si debbono a Manzoni la paternità e la fortuna dell’esclamazione, è lecito ancora domandarsi, col nostro lettore, se con quell’accidenti sospeso poco prima dell’interruzione della copiatura l’autore non abbia voluto fare un gioco di parole, richiamando alla mente del lettore dell’epoca, accanto al significato filosofico, anche l’imprecazione. Naturalmente, per pronunciarsi sulla questione con assoluta sicurezza, sarebbe necessario conoscere le intenzioni dell’autore, purtroppo non affidate a nessuna nota. Ma il puntualissimo commento ai Promessi sposi di Teresa Poggi Salani giunge in nostro aiuto, e conferma effettivamente il sospetto:
[…] l’interruzione della ‘copiatura’ proprio sulla parola accidenti – per di più, come subito si dichiara, «nel travaglio del decifrare uno scarabocchio» che veniva subito dopo – è palesemente faceta […]. (Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Testo del 1840-1842, a cura di Teresa Poggi Salani, Milano, Centro nazionale Studi manzoniani, 2013 [Edizione nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni, 11], p. 10, nota 7)
Nel mezzo di una lettura che si preannuncia una fatica improba, l’imbattersi nella parola accidenti può suscitare la tentazione di gettare la spugna: tanto più se quella fatica improba ce la stiamo creando noi stessi, come il Manzoni travestito da anonimo seicentesco. Se questo è il caso, con questo accidenti siamo di fronte, se non a una delle espressioni “d’autore” di Manzoni, certamente a uno dei molti esempi della sua ironia.