DOI 10.35948/2532-9006/2026.42643
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Alcuni lettori chiedono quale forma sia da preferire tra grassetto e neretto, osservando come nei programmi di videoscrittura sembri prevalere la prima. Altri domandano se il verbo grassettare, con il significato di ‘scrivere in grassetto’ una parola o una porzione di un testo, sia utilizzabile nella lingua italiana.
Nel lessico tipografico e informatico, due termini ricorrenti sono grassetto e neretto, che designano lo stesso stile grafico caratterizzato da tratti più marcati rispetto al testo normale (detto tondo), con la funzione di evidenziare un’informazione. Entrambi i termini derivano originariamente da aggettivi diminutivi (grasso → grassetto, nero → neretto), ma attraverso un processo di lessicalizzazione hanno assunto valore sostantivale e si sono specializzati come denominazioni tecniche (Lavinia Merlini Barbaresi, Aggettivi deaggettivali, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 444-449: p. 446).
Nella tradizione lessicografica, tuttavia, si nota una diversa considerazione dei due termini: in alcuni dizionari, come il GRADIT e il Devoto-Oli, grassetto è infatti messo a lemma come sinonimo di neretto (“neretto, o anche grassetto”). Per neretto, inoltre, i dizionari e l’uso tipografico registrano alcune sfumature. Si definisce, infatti, come carattere con segni più spessi dell’ordinario, usato per dare rilievo a titoli, parole o frasi, e combinabile sia con il tondo sia con il corsivo. In tipografia si distingue talvolta dal nero, carattere più pesante del tondo, mentre il neretto è meno marcato e può applicarsi anche al corsivo (da cui le forme tondo neretto e corsivo neretto). Nel linguaggio giornalistico, inoltre, neretto può indicare, per metonimia, un articolo o un’inserzione stampati con questo stile. Il termine conserva una valenza cromatica, legata al contrasto tipico della stampa in bianco e nero, che nell’era della grafica digitale e a colori risulta meno immediata, pur restando il nero su fondo chiaro la scelta più leggibile.
Entrambe le voci sono documentate, anche se con diversa frequenza e diffusione. Neretto, tradizionale nella tipografia italiana, mantiene oggi soprattutto un impiego specialistico, legato all’editoria classica e ai manuali tecnici. Grassetto, anch’esso attestato da tempo (vedi infra), deriva dall’aggettivo grasso, usato in tipografia già nell’Ottocento per indicare un carattere più pieno o pesante.
Nell’uso contemporaneo grassetto si è imposto soprattutto grazie ai programmi di videoscrittura, che hanno diffuso questa denominazione (in parte anche per calco dall’inglese bold). Nei software come Microsoft Word, ad esempio, il comando per rendere il testo più marcato è proprio “Grassetto”, il che ne ha consolidato la larga diffusione.
Oggi, nell’uso comune, grassetto è nettamente più diffuso e risulta più condiviso dalla comunità di parlanti, mentre neretto richiama un lessico leggermente più settoriale e tradizionale. Vale la pena sottolineare come i due termini, pur essendo sinonimi perfetti dal punto di vista funzionale, almeno in questa specifica accezione, si differenzino lievemente per registro e collocazione d’uso: la loro coesistenza rappresenta un esempio di sinonimia parziale, con due voci equivalenti nel significato ma sfalsate nei contesti preferenziali.
Per quanto riguarda il verbo grassettare, tra i dizionari dell’uso viene registrato solo dal GRADIT (2007) come termine di uso tecnico-specialistico impiegato nella fotocomposizione per indicare l’operazione di rendere un testo in grassetto. È attestata anche la forma grassettato, participio passato di grassettare, usata come aggettivo con il valore di ‘stampato in grassetto’ e come sostantivo con il significato di ‘parola o parte di uno scritto in grassetto’. Il verbo compare anche nel GDLI (Supplemento 2009) con l’accezione ‘comporre in grassetto’ ed è accompagnato da un esempio tratto dal sito finanzaonline.com, dove si legge: “Ho grassettato le ultime parole, di De Petris, perché le condivido in toto ed è proprio quello che io penso e a cui credo” (RONCADIN e la crisi aviaria, post del 20/2/2006). A giudicare, pertanto, dalla data dell’esempio riportato dal GDLI, si tratta di un neologismo entrato in italiano poco dopo l’arrivo di grassetto, attestato, secondo i dizionari etimologici, nel 1905 (DELI, l’Etimologico). Nonostante ciò, non si è affermato nell’italiano comune, come conferma la sua assenza dai più diffusi dizionari dell’uso: non se ne trova traccia, infatti, né nel Devoto-Oli online, né nel Sabatini-Coletti 2024, né nello Zingarelli 2026, probabilmente perché il suo uso è rimasto confinato a settori specialistici legati all’informatica e alla videoscrittura.
Il verbo è di formazione denominale, derivato da grassetto; con la diffusione degli strumenti digitali si è sentita, probabilmente, l’esigenza di una forma verbale più sintetica, accanto a locuzioni come scrivere in grassetto o mettere in grassetto: in manuali, forum e tutorial ha cominciato così a diffondersi grassettare.
Recentemente, tuttavia, il verbo grassettare ha fatto la sua comparsa anche in contesti informali. Da un sondaggio autonomo risulta rintracciabile in alcune discussioni online sul social X (già Twitter) tramite hashtag e, più sporadicamente, in post, commenti e forum. Sono stati raccolti in totale 33 esempi, quasi sempre con il significato di ‘mettere del testo in grassetto’. In un caso, l’uso del termine è accompagnato da un commento metalinguistico: “ho appena finito di grassettare (parola che non esiste, chiaramente) tutti i paragrafi” (post del 17/4/2013). In un altro esempio grassettare compare accanto a corsivare: “evidenzia quello che vuoi grassettare o corsivare” (commento del 2/4/2016). Solo una volta si registra, invece, un impiego esteso, con il significato di ‘evidenziare, mettere in risalto’ un concetto: “Possibile che nessuno riesca a mettere bene in evidenza, a grassettare, che per un virus a bassa letalità si è distrutto il Paese” (post del 14/2/2021). Non mancano alcune attestazioni sporadiche anche nella stampa quotidiana, come nel quotidiano “La Nazione” del 25 novembre 2009: «Il primo paragrafo “grassettato” fa venire i brividi», dove le virgolette alte segnalano l’uso particolare e poco frequente del termine. Il verbo trova spazio anche in manuali e documentazioni tecniche di scrittura ed editoria digitale; tuttavia, rispetto alle perifrasi tradizionali (scrivere in grassetto, mettere in grassetto), ricorre solo occasionalmente, in particolare, come si è detto, in àmbiti specialistici (tipografia, grafica, editoria digitale) o in registri più colloquiali.
In conclusione, grassettare, pur essendo registrato in due autorevoli dizionari, non è di largo impiego; sia nei contesti più formali sia nei testi destinati a un pubblico ampio si preferisce, di norma, l’espressione scrivere in grassetto o mettere in grassetto. Quanto ai due sostantivi, grassetto e neretto sono entrambi corretti, con una netta prevalenza del primo nella lingua d’uso contemporanea.
Nota bibliografica: