Consulenze linguistiche

Di duomo ce n’è uno solo! O no?

  • Paolo D'Achille
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2021.9588

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Quesito:

Sono arrivati vari quesiti relativi alla parola duomo. Molti lettori chiedono quale sia il plurale corretto (duomi o duomo, invariato); qualcuno domanda se ci sia una differenza di significato rispetto a cattedrale; qualche altro se la parola vada scritta con l’iniziale maiuscola.

Di duomo ce n’è uno solo! O no?

Il sostantivo maschile duomo deriva (per tradizione diretta, secondo quasi tutti i lessicografi, a partire dal REW; l’Etimologico lo considera invece un latinismo) dal lat. domus, nome femminile della IV declinazione che, nel suo significato di ‘casa’ (termine che deriva invece dal latino casam ‘capanna’) e col genere originario, si è conservato solo nel sardo (a partire dall’ablativo domo). Anticamente, però, la parola latina, passata al maschile, si era conservata, nel suo significato di ‘abitazione’, in francese antico (dom; cfr. FEW) e anche in area italoromanza, come dimostrano le sopravvivenze toponomastiche (indicate ancora nel FEW) e alcuni degli esempi raccolti s.v. duomo nel TLIO.

Quasi tutti i dizionari italiani datano duomo al 1235 (anno in cui compare in un testo pratico senese edito da Castellani 1982, pp. 82-142: 83), ma, come si ricava dalla citata voce del TLIO, la parola è documentata anteriormente nel corpus OVI, a partire nella forma non dittongata domo nel marchigiano Ritmo di Sant’Alessio (fine del sec. XII): “et era una figura in illo domo / ket non era facta ià per mano de homo”. Come risulta già da questo primo esempio, duomo in italiano ha assunto il significato di ‘chiesa principale di un centro, cattedrale’ come forma ellittica della locuzione domus episcopi o episcoporum, o domus ecclesiae, ben attestata nei testi medievali toscani (cfr. Aebischer 1967 per lo sviluppo semantico, che pare appunto irradiato dalla Toscana; si veda anche Finoli 1983: 206-208). La terminazione in ‑o ha determinato, ab antiquo, il cambio di genere grammaticale e l’inserimento della parola tra i maschili derivati dai nomi latini della seconda declinazione. Come tale, duomo ha assunto il plurale in ‑i, come è avvenuto per altri nomi passati al maschile, come fico e pero (e anche per mano, che però ha mantenuto il genere femminile). Questo plurale in ‑i è documentato nel corpus OVI in un unico esempio di Busone da Gubbio registrato anche nella citata voce del TLIO: “di questo auctor, ch’e’ gloriosi pomi / volse cercar et gustar sì vivendo / che sapesse de’ morti tutti ei dômi”. Il senso qui è quello di ‘luogo di residenza’, tanto che il passo è incluso nel GDLI s.v. domo2 ‘casa’, nome considerato (qui, come pure nel GRADIT e nello Zingarelli) sia maschile sia femminile (gli esempi arrivano al sec. XVI e questo di Busone è anche nel GDLI l’unico al plurale). Ma pare più corretta, nonostante la presenza di esempi in cui il genere del nome non è precisabile, la distinzione lessicografica operata nel TLIO tra i domo maschili non dittongati che significano ‘abitazione’, collocati s.v. duomo, parola (come si è detto) di tradizione diretta, e i domo femminili che hanno lo stesso significato ma che sono raccolti s.v. domo2 ‘casa’, ‘casa di Dio’. Questo domo femminile è un latinismo documentato in testi antichi, a partire da Jacopone da Todi e la voce del TLIO non ne riporta esempi al plurale (che però dovrebbe essere invariato, come era anticamente suoro: cfr. D’Achille e Thornton 2008).

Tornando al plurale maschile in ‑i, gli esempi posteriori di duomi non sono molto numerosi: sette sono quelli reperibili nelle varie entrate del GDLI (3 di D’Annunzio, 1 di Croce, 1 di Piovene, 2 di Pasolini) e solo uno nel PTLLIN (di Fulvio Tomizza). Si può aggiungere l’esempio in una poesia di Franco Fortini, Di Maiano: “Viene inverno: una pena antica geme / Dentro i macigni dei duomi potenti” (Foglio di via e altri versi, 1946).

La relativa scarsità del plurale duomi si può spiegare con la semantica: in ogni città ci sono tante chiese, ma c’è, di norma, un solo duomo, da cui non di rado prendono nome vie o piazze (ci sono però città, come Brescia o Ragusa, in cui esistono un duomo vecchio e un duomo nuovo e in questi casi il plurale duomi è normalmente usato dai parlanti). La generale unicità del duomo cittadino chiarisce anche perché la parola compaia spesso con la maiuscola, come se fosse un nome proprio, in particolare con riferimento a edifici particolarmente famosi, come il Duomo di Milano, il Duomo di Siena, il Duomo di Orvieto, ecc. o in espressioni come a Duomo, in Duomo, prive anche dell’articolo (Poppe 1968: 58-59). Mentre nel caso delle strade Duomo va scritto senz’altro con la maiuscola in quanto odonimo, con riferimento alle chiese entrambe le grafie sono accettabili e variano in rapporto alle norme redazionali di giornali, riviste, collane, enciclopedie.

Per quanto riguarda il rapporto con cattedrale, i due termini spesso sono usati come sinonimi e si riferiscono alle chiese cittadine che sono sedi vescovili (cattedrale deriva da (chiesa) cattedrale e fa riferimento alla cattedra, cioè al seggio riservato al vescovo nelle funzioni solenni); l’uso ha optato ora per l’uno, ora per l’altro, ma va precisato che duomo può anche indicare la chiesa principale di un centro che non è sede vescovile, come avviene, per esempio, per il duomo di Monza. In ogni caso, negli studi storico-artistici si parla di duomo solo con riferimento alle cattedrali italiane e a quelle d’area germanica (per es. il duomo di Spira), in corrispondenza del tedesco Dom, termine tratto dall’antico francese dom nel senso di ‘casa’ (ma la forma medievale tuom potrebbe chiamare in causa anche l’italiano), che sembra aver avuto un’evoluzione semantica parallela a quella del duomo italiano e che peraltro indica non solo le cattedrali ma anche le collegiate (Aebischer 1967). Il plurale Dome in tedesco è ben diffuso e compare, per esempio, nel testo dell’inno austriaco: “Land der Berge, Land am Strome, / Land der Äcker, Land der Dome”. Negli studi storico-artistici non si usa duomo per indicare le cattedrali medievali di Inghilterra o Francia, paesi in cui il termine entrò solo nel sec. XVI (Bozzoni 1994; cfr. anche TLFi, s.v. dôme1).

In francese esiste però un altro sostantivo maschile dôme (dosme nel mediofrancese; cfr. FEW e TLFi, s.v. dôme2), che indica una cupola e anche un edificio dotato di cupola o una struttura naturale della medesima forma. Il REW lo considera un derivato del duomo italiano, mentre secondo il FEW e il TLFi si tratterebbe di un prestito dal provenzale doma ‘tetto in forma di cupola’, derivato dal latino tardo doma, ‑atis ‘tetto di terrazza’, a sua volta dal greco doma (δωμα), che ha lo stesso significato. Per quanto indipendenti, i due termini hanno finito con l’entrare in collisione e talvolta col sovrapporsi, e non soltanto in francese. 

Il termine dôme infatti è passato all’inglese (dome) e pure all’italiano, dove ha dato origine a un secondo lessema duomo, termine tecnico che ha in meccanica il significato di ‘elemento cilindrico posto sopra la caldaia da cui inizia la tubazione’ e in chimica quello di ‘parte superiore dell’alambicco’ (Sabatini-Coletti; cfr. anche GRADIT, l’Etimologico, Zingarelli 2021); tutti i dizionari datano la voce al 1922 sulla base del DELI; la trafila etimologica proposta nel DELI, che ricalca quella del TLFi (“Fr. dôme ‘cupola’ (1600), dal provz. doma, a sua volta dal gr. dôma ‘casa’”), è accolta da tutti, con l’unica eccezione dell’Etimologico, che, forse rifacendosi al REW, pensa a un “cavallo di ritorno” (“dal fr. dôme ‘cupola’, a sua volta prestito dall’it. dòmo”).

Ma al precedente francese si deve anche l’uso di duomo nel senso di ‘cupola’, attestato tra l’altro nella poesia Ogni grigio (1925) di Giuseppe Ungaretti, dalla raccolta Il sentimento del tempo (“Dalla spoglia di serpe / Alla pavida talpa / Ogni grigio si gingilla sui duomi... // Come una prora bionda / Di stella in stella il sole s’accomiata / E s’acciglia sotto la pergola... // Come una fronte stanca / È riapparsa la notte / Nel cavo d’una mano...”), dove duomi si riferisce alle cupole di Roma.

A questo significato si lega quello di ‘struttura cupoliforme’, usato, con varie accezioni, in geologia e in altre scienze naturali (si pensi al duomo di lava, che ha una voce in Wikipedia). Questi significati vengono riportati nel GDLI (insieme a quello tecnico descritto sopra) s.v. duomo nel senso di ‘cattedrale’, ma sono lemmatizzati a parte nel GRADIT (s.v. domo1, con la variante duomo3), che per l’etimologia ripropone la stessa matrice etimologica indicata nel FEW (dal greco al provenzale). Il legame tra il significato di ‘duomo’ e quello di ‘cupola’ è invece accettato nella storia dell’arte (Bozzoni 1994).

A parte le questioni etimologiche e lessicografiche, in tutti i suoi diversi significati duomo (o domo maschile) ha sempre il plurale in -i. Il dubbio che il plurale resti invariato riguarda solo il duomo ‘cattedrale’ e si può spiegare da un lato, come si è detto, con la rarità del plurale, dall’altro con la tendenza all’invariabilità del sistema nominale dell’italiano contemporaneo, che sta coinvolgendo anche alcuni maschili col singolare in ‑o (accanto a duomo, citerei – lasciando da parte il caso particolare di euro – almeno sabato: D’Achille 2005). Non regge invece a mio parere, dato il precoce cambio di genere, il riferimento al latino domus fatto da qualcuno.

Una ricerca su Google il 15 novembre 2020 dà circa 8.200 risultati per la stringa “i duomi” e circa 103.000 risultati per “i duomo”, ma il dato è fallace perché, come ho verificato da qualche sondaggio, spesso viene presa per i la l dell’articolo il o delle preposizioni articolate (del, nel, ecc.) che precedono il singolare. Alcune rare occorrenze del plurale invariato, comunque, in Google si trovano, mentre Google libri non ne offre alcun esempio. Non ho trovato occorrenze neppure della sequenza “chiese-duomo” indicata da una lettrice come possibile alternativa per evitare la scelta tra i due plurali.

In definitiva, con duomo si indica di solito, qui in Italia, una chiesa cattedrale, ma non tutte le cattedrali sono tradizionalmente indicate come tali e alcuni duomi non sono cattedrali. Il sostantivo è usato prevalentemente al singolare e spesso viene scritto con l’iniziale maiuscola perché si riferisce a singoli edifici cittadini, e quindi assume il valore non generale ma individuante, che è tipico dei nomi propri. Il plurale è d’uso raro, ma comunque è in ‑i, perché si tratta di un nome del patrimonio lessicale tradizionale, documentato fin dall’italiano antico. Lo stesso plurale in ‑i si usa per tutti gli altri significati di duomo (o domo) maschile, si tratti di casi di polisemia o, com’è più probabile, di omonimia.

Nota bibliografica:

  • Paul Aebischer, L’ital. duomo cathédrale” et ses origines, in “Revue de linguistique romane”, XXXI, 1967, pp. 80-88.
  • Corrado Bozzoni, s.v. Duomo, in Enciclopedia dell’arte medievale, diretta da Angiola Maria Romanini, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. V, 1994, p. 750; disponibile anche in rete.
  • Arrigo Castellani, La prosa italiana delle origini, I, Testi toscani di carattere pratico, Bologna, Pàtron, 1982, tomo 1, Trascrizioni.
  • Paolo D’Achille, L’invariabilità dei nomi nell’italiano contemporaneo, in “Studi di grammatica italiana”, XXIV, 2005, pp. 189-209.
  • Paolo D’Achille e Anna M. Thornton, I nomi femminili in ‑o, in Prospettive nello studio del lessico italiano. Atti del IX Congresso Internazionale della SILFI (Firenze, 15-17 giugno 2006), a cura di Emanuela Cresti, Firenze, University Press, 2008, vol. II, pp. 473-481.
  • Anna Maria Finoli, Spigolature filaretiane, in Studi di lingua e letteratura lombarda offerti a Maurizio Vitale, Pisa, Giardini, 1983, pp. 204-213.
  • Erich Poppe, In Calimala bene, in Porta Rossa meglio, in “Studi di filologia italiana”, XXVI, 1968, pp. 5-63.

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