DOI 10.35948/2532-9006/2026.42646
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In questa scheda si risponde a due serie di domande arrivate in redazione: le prime riguardano il verbo consentire, le altre vertono su consenziente e sul possibile sostantivo da esso derivato.
Consentire, consentito
Giovanni M., da Formia, chiede se sia corretto scrivere è consentito di..., come nell’esempio, dal sito della ASL Roma 3: “Per gli utenti residenti nell’ambito del territorio della ASL Roma 3 è consentito di mantenere il proprio medico anche nell’eventualità...”. La forma essere consentito non dovrebbe essere seguita da un complemento oggetto? Anche Claudio B., da Bologna, chiede se la frase “non è consentito andare via” sia corretta o se il verbo consentire non regga la preposizione di + infinito? Oppure è corretta perché è il verbo andare via che regge consentire? In questo caso “non è consentito di andare via” è sbagliato o ugualmente corretto o entrambe le frasi sono legittime? Infine, Daniele F., da Cosenza, chiede se sia corretta la forma non ti consentire, come nell’esempio: “non ti consentire a trattarmi male!”.
I primi due quesiti riguardano la forma, o, come si dice più precisamente, la diatesi passiva del verbo consentire. Tale verbo ha sia un uso transitivo, con il significato di ‘permettere, concedere’, come nell’esempio: “le condizioni di salute non mi consentono un pasto abbondante” o, con una frase introdotta da di o che: “consenti di dire qualcosa anche a noi” (Sabatini-Coletti), sia un uso intransitivo, meno frequente, in cui consentire ha valore di ‘condividere un parere con altre persone’: “consento con te che la situazione è complicata”; ‘ammettere, riconoscere’: “consentire di aver sbagliato” (GRADIT). L’etimologia è dal verbo latino consentīre ‘essere d’accordo’, formato da cŭm ‘con’ e sentīre ‘provare una sensazione’ (sec. XIII).
Di consentire nell’uso transitivo di ‘permettere, concedere’, che è quello che interessa il quesito, i dizionari riportano solo esempi della forma attiva, in cui consentire con di + infinito è l’unica possibilità, come nell’esempio: “la legge non consente di attraversare col rosso” (Sabatini-Coletti), rispetto a: “la legge non consente attraversare col rosso”.
E qui entra in gioco la grammatica. Nei costrutti citati dai lettori, “è consentito di mantenere il proprio medico” e “non è consentito andare via”, il verbo consentire regge una proposizione soggettiva, vale a dire una frase che ha funzione di soggetto, proprio come se fosse un nome: “è consentito il mantenimento”, “è consentita la partenza”. Le proposizioni soggettive all’infinito, quando seguono il verbo principale, in questo caso per l’appunto è consentito, possono o meno essere introdotte da di; in questi casi di non ha funzione di preposizione, come nell’esempio “il libro di Gianni”, ma di semplice introduttore di subordinazione. Nel passivo, la presenza di tale introduttore costituisce la norma, soprattutto se compaiono altri elementi a modificare l’infinito, come l’avverbio immediatamente in: “non mi fu concesso di partire immediatamente”.
A proposito degli esempi citati dai lettori, tuttavia, l’uso rivela una interessante alternanza tra la reggenza del semplice infinito e quella dell’infinito introdotto dalla preposizione di. Nei testi normativi, ad esempio, coesistono casi in cui essere consentito regge di + infinito (primo es.), con esempi, più recenti, con il solo infinito (secondo es.):
[…] è consentito di dichiarare un valore inferiore. (dalla Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1937, vol. I, pp. 834-879)
In caso di ingorgo è consentito transitare sulla corsia per la sosta di emergenza al solo fine di uscire dall’autostrada. (dal Nuovo codice della strada, in “Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana”, 18/5/1992, Supplemento ordinario al n. 114, 1992, pp. 3-106)
Verificando la frequenza dei due costrutti con il motore di ricerca Ngram Viewer, che ne permette la ricerca all’interno di diversi milioni di libri pubblicati negli ultimi duecento anni, l’espressione con il solo infinito, che tra fine Ottocento e inizi del Novecento era minoritaria, appare oggi più frequente:
Perché questa apparente divergenza rispetto al canone delle grammatiche? Una possibile spiegazione è che il costrutto è consentito sia sentito dai parlanti non tanto come forma passiva del verbo consentire, come sarebbe chiaro ad esempio in mi fu consentito, quanto come un caso di verbo essere con valore impersonale seguito da aggettivo in funzione predicativa, analogo a è impossibile, costrutto che, diversamente dal precedente, non richiede la preposizione: “è impossibile mantenere”, rispetto a “è impossibile di mantenere”.
La questione non influisce in modo sostanziale sulla risposta: sono possibili entrambi i costrutti; la forma senza la preposizione di è oggi più frequente.
Anche il terzo quesito, cioè se sia corretta la forma non ti consentire, come nell’esempio: “non ti consentire a trattarmi male!”, evoca una serie di questioni interessanti da un punto di vista dell’uso e del mutamento semantico. Se consentire appare in molti contesti un semplice sinonimo di permettere, che nell’esempio “non ti permettere di trattarmi male!” non porrebbe dubbi, esso ha però un’origine e usi diversi nell’italiano antico, che spiegano la sua diversa accettabilità nell’esempio portato dal lettore, anche e soprattutto sostituendo la preposizione a con di: “non ti consentire di trattarmi male”!
Il verbo consentire, come abbiamo detto, ha origine nel latino consentīre, formato da con- ‘assieme, con’ e sentīre ‘sentire, ritenere’, un’origine quindi squisitamente intransitiva, ancora evidente in usi quali: “consento con te che la situazione è complicata”, ancora più evidente se si guarda, pur cursoriamente, ai corpora del passato, in cui gli usi antichi sono del tipo: “e comandami a dare, a quella a cui consento, core e corpo in baglìa” (TLIO, Giacomo da Lentini, 1230-50), “consento al tuo detto” (TLIO, Cavalcanti, 1330) e, solo più tardi: “or come ha potuto el cielo consentire tanto tradimento?” (MIDIA, Sabadino Degli Arienti, 1495).
Permettere, invece, dal latino permĭttĕre, formato da per- con valore intensivo e mittĕre ‘mandare, lasciar andare’, è fin da subito solo transitivo. Questa sua caratteristica ne agevola lo sviluppo in verbo pronominale riflessivo, ora presente anche come lemma autonomo in diversi dizionari, permettersi, con il valore sia di ‘avere la possibilità, specialmente economica, di fare qualcosa’: “non può permettersi certe spese”; “si può permettere di non lavorare”, sia di ‘osare, prendersi la libertà di fare qualcosa’: “si permise una risposta offensiva”; “mi permetto di dissentire”; “come ti permetti!”. Inoltre, la diversa origine – semanticamente più positivo consentire rispetto a permettere (‘sentire insieme’ rispetto a ‘lasciare andare’) –, potrebbe avere orientato ulteriormente il diverso cammino dei due lessemi circa la combinabilità con contesti negativi.
In tali usi, rivenendo al quesito originario, consentire è al più marginale (“si consentì una risposta offensiva”; “mi consento di dissentire”) o addirittura escluso: “come ti consenti!” (anche con la preposizione a normalmente retta dal verbo): “Non ti consentire a trattarmi male!”.
Consenziente
Giovanni B., da Siena, chiede se esista la parola consenzientità, che ha sentito pronunciata nel video di Beppe Grillo in difesa del figlio e che non ha trovato in nessun vocabolario. Alessio P., da Bologna, chiede se il sostantivo derivante dall’aggettivo consenziente sia consenzienza.
Entrambi i quesiti riguardano il tema della derivazione nominale, cioè della formazione di nomi a partire da altre parti del discorso, ad esempio da verbi, come nel caso di lavora(re) → lavorazione o da aggettivi, quale attuale → attualità. Come nota il lettore, la parola consenzientità non è presente in nessuno dei dizionari storici o dell’uso: non compare nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, nel GDLI, nel GRADIT, nel Sabatini-Coletti o nel Vocabolario Treccani, così come non compare nelle principali banche dati dell’italiano, quali il TLIO, MIDIA, VoDIM o il corpus della “Repubblica”. L’unica occorrenza, rilevata con la ricerca in Google libri, è proprio quella presente nella trascrizione dell’intervento di Beppe Grillo citato dal lettore: “Si vede che c’è la consenzientità […]”.
La derivazione di nomi con il suffisso -ità avviene di regola a partire da aggettivi, in genere con basi di più sillabe, come in abitabilità, conformità, modernità, ma anche in parole di origine latina formate da aggettivi bisillabici (nudità, santità, verità); una forma come consenzientità, che prenderebbe invece come base il participio presente consenziente per poi aggiungervi tale suffisso, non rientra tra i consueti meccanismi di derivazione nominale ed è infatti assente nei principali strumenti di ricognizione della nostra lingua.
A partire dal participio presente si formano piuttosto nomi femminili in -za (accoglienza, coincidenza, conoscenza), a indicare atteggiamenti, situazioni statiche, relazioni astratte. Accanto a consenso, dal sostantivo latino consensus, nome deverbale derivato a partire dal verbo consentīre e in particolare da una base riconducibile al participio perfetto, esiste infatti, seppur raro, consenzienza. Vediamone le peculiarità.
Anche consenzienza non si trova nei principali dizionari dell’italiano, non comparendo nel GRADIT, nel Sabatini-Coletti, o nel Vocabolario Treccani, né si rinviene nelle banche dati TLIO, MIDIA, VoDIM o corpus “la Repubblica”. Si trova però nel Supplemento del 2009 del GDLI, come derivato dal verbo consentire, con la definizione:
Psicol. Atteggiamento psicoterapeutico che ricerca la cooperazione e il consenso del nucleo familiare o del paziente in difficoltà.
C[orrado] Bogliolo [«Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria», settembre-dicembre 2000], 64: Una breve storia della ‘consenzienza’.
Quale seconda accezione è indicato “consenso”.
Gli esempi ottocenteschi tratti da Google libri, oltre a confermare che si tratta di un sostantivo di uso molto raro, rivelano un impiego di consenzienza vicino all’etimologia del verbo latino consentīre (cum + sentire, ‘sentire insieme’), quale sinonimo di consenso o comunque non circoscritto, come oggi, all’àmbito delle scienze psicologiche:
ebbene questa era la pace […] al cui mantenimento, tanto poca e nulla era la consenzienza dei popoli, occorrevano due milioni di soldati. (Stefano Pietro Zecchini, Prodromo a un nuovo diritto delle genti, Torino, Pomba, 1850, p. 40)
Queste creature entrano, non certo in una consenzienza e cooperazione di male, ma in una consenzienza e cooperazione di bene. (“Gazzetta de Tribunali del Parlamento italiano”, VI, 1854, p. 549)
Filippo G., da Firenze, riporta l’espressione “consenziente delle proprie capacità” e chiede se si possa usare o se non sia preferibile l’alternativa “confidente delle proprie capacità”.
Consenziente, participio presente del verbo consentire (lat. consentiĕntem, XIII secolo), letteralmente ‘che consente, che dà il proprio consenso’: “i genitori non erano consenzienti alle nozze” (Vocabolario Treccani), soprattutto nel linguaggio giuridico e forense indica chi, consentendo, non si oppone a subire un danno, una violenza, come nell’esempio: “ratto di minore consenziente”; in un uso più ricercato, consenziente è sinonimo di cedevole, pieghevole (GRADIT).
Le reggenze indicate sono le preposizioni a e con: “azionisti consenzienti all’accordo”; “essere consenziente con qualcuno” (Sabatini-Coletti). L’espressione su cui verte il quesito, “consenziente delle proprie capacità”, non ha dunque riscontro nei principali dizionari dell’uso.
In italiano antico, come documentato dal corpus TLIO, e almeno fino al Cinquecento, come documentato nella III edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, si trovano esempi in cui consenziente si accompagna a di + nome o al pronome corrispondente ne:
E conosciutola di ciò consenziente nel movimento benigno della sua imagine, a mia madre risposi (Giovanni Boccaccio, Ninfale d’Ameto, 1342 [Voc. Acc., III ed.])
Per la qual cosa, stando egli in Italia, gli elettori della Magna elessono re de’ Romani Ridolfo duca di Sassogna, e per aventura il papa ne fu consenziente (Giovanni Villani, Cronica, 1348 [TLIO])
Si tratta però di usi sporadici e marginali rispetto all’uso prevalente con le preposizioni a e con, illustrate dagli esempi, tratti dallo stesso Vocabolario degli Accademici:
Erano stati consenzienti a favorare i grandi (Giovanni Villani, Cronica, 1348 [Voc. Acc., I ed.])
Io credo che tu fussi consenziente con lui insieme a volermi uccidere (Volgarizzamento delle Declamazioni di Seneca, XIV sec. [Voc. Acc., V ed.])
Nei pochi esempi di reggenza di di + nome reperiti nei dati più recenti, ad esempio:
[…] nella quale ciascuno di essi è consapevole e consenziente delle citate diversità. (Studio Verna Società Professionale, Salvataggio delle nuove imprese in crisi: le nuove regole, Il Sole24Ore, ebook, 1/10/2012, p. 69 [Google libri])
è l’aggettivo consapevole e non consenziente a reggere “delle citate diversità”.
L’uso attuale prevalente, documentato ad esempio nel corpus della “Repubblica”, è quello in cui da consenziente non dipendono altri argomenti (a parte l’eventuale soggetto), come nell’esempio:
Dopo il caso del 2023, l’allora presidente della Federcalcio poi costretto alle dimissioni ha più volte difeso il suo gesto definendolo “un bacio celebrativo tra due amici”, insistendo sul fatto che la calciatrice fosse consenziente. (Benedetta Perilli, Jenni Hermoso: “Non ho potuto difendermi dal bacio di Rubiales, mi sono sentita non rispettata”, “la Repubblica”, 3/2/2025)
Interessante la soluzione confidente che il lettore propone, forse anche influenzato dall’uso dell’inglese confident, che indica proprio chi è certo delle proprie abilità (Cambridge Dictionary): be a bit more confident in yourself!
Con questo valore, di ‘pieno di fiducia’ e di ‘sicuro di sé, baldanzoso’, seppure qualificato come “antico e letterario” (GDLI), confidente compare anche nei principali dizionari dell’italiano, oltre che nell’accezione più corrente di “chi riceve abitualmente le confidenze di una persona, in particolare: informatore della polizia” (GDLI), “persona cui si confidano i propri segreti” (Vocabolario Treccani): “è il suo confidente”.
Tuttavia, gli esempi in cui confidente nel senso di ‘fiducioso’ si accompagna a un sintagma preposizionale formato da di + nome a qualificare l’oggetto di tale fiducia, quale appunto “confidente delle proprie capacità”, sono rari e di uso letterario:
Così la Lega era confidente di trovare, ove fosse venuto il tempo, appoggio in Corsica, caso di non poco momento. (Carlo Botta, Storia d’Italia, 1824 [Voc. Acc., V ed.])
Anche per il relativo verbo confidare, nel senso che qui interessa di ‘avere fiducia’, la reggenza con la preposizione di è indicata come propria dell’italiano antico, rispetto a in (ad es. nel GDLI): “confidava largamente nella credulità degli ascoltatori” (Gabriele D’Annunzio, Le novelle della Pescara [1884-1886], in Prose di romanzi, 2 volI., Milano, Mondadori, 1955, vol. II, p. 206; cfr. GDLI); “confidente nella sua ragione, ei l’interroga con ardore e con passione” (Francesco De Sanctis, Saggi critici, a cura di Luigi Russo, 3 voll., Bari, Laterza, 1953 [18661], vol. I, p. 14; cfr. GDLI).
In risposta al quesito del lettore, dato il tratto desueto dell’espressione “confidente delle proprie capacità”, e anche dell’alternativa con la preposizione in (“confidente nelle proprie capacità”), che nell’uso attuale pare più un calco dall’inglese confident + in, proponiamo l’espressione “consapevole delle proprie capacità” o ancora “conscio delle proprie capacità”, come nell’esempio: “sono consapevole delle difficoltà che dovrò affrontare” (GRADIT).
Giovanni Luca M., da Cosenza, nota come, accanto a consenziente, per indicare chi presta il proprio consenso, si trovi, soprattutto in fonti giuridiche, anche conseziente; si tratta di una forma arcaica oppure di un refuso? Fulgido V., da Monte San Giovanni Campano, chiede se sia possibile utilizzare il participio consensiente accanto alla forma corretta consenziente, in analogia con consenso.
Entrambe le varianti, conseziente e consensiente, non hanno riscontro nei principali dizionari storici e dell’uso (nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, nel GDLI, nel GRADIT, nel Sabatini-Coletti o nel Vocabolario Treccani) e sono assenti nelle banche dati TLIO, MIDIA. e VodIM. Di entrambi si trovano tuttavia esempi con Google libri, soprattutto di àmbito giuridico:
non solo non basta il numero conseziente nelle premesse, ma non basterebbe nemmeno se questo partito fosse pur conseziente in tutto. (Achille De Donno, I moderati e la sinistra, Napoli, Stamperia di F. Ferrante, 1867, p. 31)
Di recente, la Giurisprudenza ha dovuto affrontare la questione dell’eutanasia passiva consensiente. (Giulio Perrotta, Manuale di diritto privato, Padova, Primiceri Editore, 2016, p. 50)
Conseziente è inoltre presente nella banca dati della “Repubblica”, con esempi dalla cronaca, di probabile derivazione giudiziaria, quali:
Meiwes fu condannato a otto anni e mezzo perché “la vittima era conseziente”. (Germania, ex poliziotto accusato di cannibalismo condannato a 8 anni e mezzo, “la Repubblica”, 1/4/ 2015)
Misurando le relative frequenze con Ngram Viewer, come mostra il grafico, le varianti conseziente e consensiente sono molto rare rispetto a consenziente.
È probabile che si tratti di forme originariamente erronee, nate in àmbito semicolto, l’una prodotta per la caduta della n preconsonantica, l’altra reattiva alla tendenza all’affricazione della s postnasale. Colpisce che, sebbene entrambe le forme siano assenti in banche dati giuridiche, quali l’archivio Vocanet o l’archivio LLI di lingua legislativa italiana dal 1539 (IGSG), la loro pur ridotta diffusione nell’uso tocchi àmbiti colti e giuridici, come dimostrano le attestazioni in seppur rare sentenze e in Google libri:
[…] è per questo che trovasi molto più conseziente al vero il dire che il morbo di Addison […] abbia moltissimo contribuito alla produzione dell’apoplessia medesima. (“Lo sperimentale. Archivio di biologia normale e patologica”, XVIII [1866], parte I, p. 69 [Chicago])
Se il contraente inganna od è consensiente all’inganno […] allora è nullo il contratto per l’ingannato non già per l’ingannatore, sia sciente sia consensiente. (Raffaele di Francia, La filosofia del diritto secondo il metodo naturale, Messina, Capra, 1885, tomo I, p. 143)