Consulenze linguistiche

Ci arrendiamo alla compliance?

  • Sergio Lubello
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2021.10590

Licenza CC BY-NC-ND

Copyright: © 2021 Accademia della Crusca


Quesito:

Alcuni lettori, lamentando l’abuso di termini inglesi in testi istituzionali e amministrativi, chiedono ragguagli sul termine compliance presente sul sito della Agenzia per le entrate (Attività per la promozione della compliance per le imprese e i lavoratori autonomi) e negli atti della Pubblica Amministrazione (indicatori di compliance).

Ci arrendiamo alla compliance?

Si tratta di una doppia questione: una generale, sull’uso sempre più frequente di anglicismi, e una particolare, sul termine compliance.

Sulla prima questione mi soffermo brevemente, dal momento che disponiamo di abbondante letteratura e interventi in merito, anche sul sito e sui canali social dell’Accademia della Crusca (e mi permetto di rinviare anche a Lubello 2014). Il linguaggio dell’economia è oggi tra i più inclini all’accoglimento di parole inglesi, quasi sempre tecnicismi noti perlopiù solo agli addetti ai lavori. Faccio un esempio partendo proprio da un recente articolo del 24 gennaio 2021 sul “Sole 24 ore”, giornale prevalentemente economico-finanziario, dal titolo Effetto compliance, -3 miliardi di evasione, in cui, a proposito della compliance fiscale, si legge: “il 2018 è stato l’anno in cui lo split payment, il reverse charge e la fatturazione elettronica per le imprese … hanno dispiegato i loro primi effetti”. E d’altra parte proprio dall’economia provengono alcuni anglicismi che grazie ai media si sono diffusi ben oltre il circolo ristretto degli specialisti: si pensi a una parola purtroppo ben familiare anche per chi sa poco di economia, lo spread.

L’impiego di tecnicismi in lingua straniera è certamente sconsigliabile, come osservano i nostri lettori, quando si tratta di testi rivolti a tutti i cittadini, per es. nella comunicazione ufficiale e istituzionale di governo, enti, istituzioni e amministrazioni, che dovrebbe sforzarsi, per quanto è possibile, di essere trasparente e comprensibile, senza spingersi troppo nei meandri del lessico specialistico, peraltro in inglese, che rischia di restare oscuro e iniziatico. Un altro esempio recente: il rimborso del governo, il cashback, introdotto a dicembre 2020, è collegato a una App(licazione) che ricorre ad anglicismi oscuri ai più: onbording, brand, renaming, form ecc.

A tale proposito è esplicito un comunicato dell’Accademia della Crusca (Gruppo Incipit):

Un’applicazione che nasce in ambito governativo non può affidare al gergo degli informatici la scelta del linguaggio con cui parlare al pubblico, per quanto si sappia che questi testi durano poco, presto sostituiti da altri nei successivi aggiornamenti.
Il rapido consumo della Rete non giustifica il disinteresse per la forma, specialmente in un’applicazione di alto valore simbolico e morale, che deve garantire la comprensione del testo da parte di un pubblico il più ampio possibile.

Ma veniamo al termine in oggetto, l’anglicismo compliance, in realtà più diffuso di quanto non credano i nostri lettori (il 21 gennaio 2021 mi è capitato di sentire l’espressione nella compliance nelle spiegazioni di un medico intervistato da Laura Berti nella rubrica televisiva Medicina 33 del Tg2).

Intanto va detto che il termine inglese compliance, dal verbo to comply ‘eseguire, conformare’, è un latinismo (dal latino complēre ‘compiere’) e significa genericamente ‘condiscendenza, arrendevolezza, acquiescenza’, con varie sfumature, per es. ‘sottomissione, remissività’ e anche ‘adesione, conformità’ (in compliance with your wishes ‘in conformità ai tuoi desideri’).

Quanto all’italiano dal GRADIT 2007 si ricavano di compliance ben quattro accezioni tutte marcate con TS (linguaggi tecnico-specialistici) e precisamente:

    1. med. ‘grado di collaborazione con il quale il paziente segue le prescrizioni del suo medico curante’;
    2.a fis. ‘capacità di un corpo di cadere alla pressione o una forza senza rompersi’;
    2.b fis. ‘espressione di tale fenomeno che si misura come unità di variazione di volume per unità di variazione di pressione’;
    3. med. ‘capacità di dilatarsi o di distendersi di un organo pieno d’acqua, di liquido o di aria’;
    4. econ. ‘aderenza alle prescrizioni normative e di autoregolamentazione di imprese, istituti di credito e sim.’.

      È interessante notare che quasi un quindicennio dopo (il GRADIT, come detto, è del 2007) l’ultima edizione dello Zingarelli (2021) fornisce del termine come prima accezione – che non ha più una connotazione e marca d’uso – quella generica di ‘disponibilità di un soggetto a osservare leggi, norme, regolamenti’ (seguono poi le accezioni 2. med. ‘collaborazione del paziente nel rispettare le prescrizioni del medico’ e 3. tecnol. ‘cedevolezza’ e fisiol. ‘capacità di distensione di un organo sollecitato da una pressione: compliance polmonare).

      Mentre il Vocabolario Treccani online riporta solo l’accezione medica, evidentemente la prima diffusa in italiano (‘il grado, o livello, di collaborazione che il paziente presta nel seguire più o meno scrupolosamente le prescrizioni del medico curante’), rimandano a un significato più generale sia il Dizionario italiano Garzanti online (‘in riferimento a imprese, banche ecc., aderenza alle norme e alle prescrizioni di autoregolamentazione’), sia il Lessico del XXI secolo dell’Enciclopedia Treccani (2012) (‘l’insieme delle attività svolte al fine di rispettare una legge nazionale, internazionale, di settore o un codice di comportamento, un regolamento, una normativa, un codice etico’).

      L’anglicismo compliance, quindi, entrato nell’italiano negli ultimi decenni del secolo scorso e inizialmente ben circoscritto al linguaggio medico, si è diffuso anche nel linguaggio economico nelle sue varie diramazioni e in quello amministrativo come si evince dalla distribuzione testuale delle attestazioni fornite da Google libri: oggi il termine compliance risulta ben acclimatato in quel linguaggio che viene indicato come “aziendalese” o, con Gaetano Berruto, “italiano manageriale” (Berruto 2012: p.192).

      Quanto al suo ingresso nell’italiano, la datazione fornita dallo Zingarelli, 1995, è facilmente retrodatabile grazie a Google libri (data dell’ultima consultazione dei siti e dei repertori online citati: 29/1/2021) almeno agli anni ’60 del Novecento nella saggistica medica specialistica, sia pure sporadicamente (si parla perlopiù di compliance polmonare), mentre successiva parrebbe la diffusione in testi di economia e amministrativi. Il termine ha via via assunto sfumature diverse di significato, da ‘acquiescienza’ a ‘conformità’, accezione, quest’ultima, che si ritrova in un esempio del 2020 fornito, ma sotto altra voce (remotizzato), dai Neologismi Treccani online (che però non registrano compliance, assente anche nell’ONLI):

      […] “Il vero problema non è solo nell’eventuale copertura assicurativa, che l’azienda estende al dipendente remotizzato. Il vero punto è comprendere se il lavoratore remoto ha reso il suo luogo di lavoro a casa (o in altre locazioni al di fuori dell’azienda) in compliance con gli standard assicurativi e legali richiesti dalla azienda”. (Enrico Verga, Agi.it, 7 agosto 2020, Idee).

      Dalla ricerca su Google risultano anche, con un discreto numero di occorrenze, due sintagmi: la tax compliance (dai Neologismi Treccani: «Strumenti più sofisticati per stanare gli evasori, semplificazione per aumentare il livello della “tax compliance”, l’adesione spontanea al pagamento delle imposte», Il Sole 24 ore 14/01/2007) e la compliance normativa:

      con compliance normativa (o regulatory compliance, in italiano anche conformità normativa) si intende la conformità a determinate norme, regole o standard; nelle aziende la compliance normativa indica il rispetto di specifiche disposizioni impartite dal legislatore, da autorità di settore nonché di regolamentazioni interne alle società stesse (Wikipedia)

      Più rara è la forma compliante, non registrata nei dizionari, che ricalcherebbe l’inglese compliant e attestata nella saggistica di ambito medico (e in rete, nella forma non compliante, anche questa ricalcata sull’inglese non-compliant).

      Per tornare ai nostri lettori: inglese o italiano? Nell’uso medico agli psicoterapeuti, più attenti al rapporto con il paziente, il termine compliance non piace perché implica una certa forma di ubbidienza al medico.

      E nei testi dell’Agenzia delle entrate da cui siamo partiti su segnalazione dei nostri lettori? Un contributo di un esperto, Massimo Balducci, chiarisce che il termine compliance è ormai entrato in vari settori ma con significati un po’ diversi: l’Agenzia delle Entrate usa il termine compliance “per definire gli inviti bonari a controdedurre in via non contenziosa ad eventuali infrazioni evidenziate dall’Agenzia stessa o a pagare il dovuto con sanzioni ridotte”; la compliance sarebbe quasi una sorta di controllo leggero, discreto, attuato per contrastare infrazioni minori. Ma ci spiega Balducci che questa pratica non ha niente a che vedere con la compliance, bensì con il semplice principio secondo cui “l’azione amministrativa non può essere unilaterale ma deve essere condivisa con il soggetto cui tale azione si rivolge”: tale confusione non ci sarebbe se si usasse il termine inglese nel suo significato originario di ‘conformità a regole definite, a principi stabiliti’.

      Per concludere, si può certamente dire che l’anglicismo compliance, recente nell’italiano, non solo ha ampliato la sfera semantica dell’originale, ma ha anche via via conquistato ambiti d’uso nuovi, sia pure settoriali; ma si sa che i termini dell’aziendalese si diffondono velocemente in altri domini comunicativi: vedremo se anche compliance continuerà la sua marcia verso la lingua d’uso, come altri anglicismi da tempo a loro agio nel lessico dell’italiano.


      Nota bibliografica:

      • Massimo Balducci, Ma cosa è questa compliance?, 15/1/2020.
      • Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 20122.
      • Sergio Lubello, L’itangliano è ancora lontano? Qualche riflessione sull’influsso dell’inglese, in S. Lubello (a cura di), Lezioni d’italiano. Riflessioni sulla lingua del nuovo millennio, Bologna, il Mulino, 2014, pp. 63-84.

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