Consulenze linguistiche

Tra astuto, furbo e scaltro c’è qualche differenza!

  • Paolo D'Achille
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2021.8542

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Quesito:

Alcuni lettori ci chiedono se astuto, furbo e scaltro abbiano un senso almeno in parte diverso e, in tal caso, a quale di essi si possa assegnare un significato più negativo.

Tra astuto, furbo e scaltro c’è qualche differenza!

I quesiti sono interessanti sul piano semantico, perché pongono due problemi abbastanza complessi: la sinonimia e la connotazione, in senso positivo o negativo, che alcune parole possono assumere a seconda degli ambiti d’uso. Due o più lessemi, per essere considerati sinonimi totali, devono potersi scambiare in tutti i contesti possibili e appartenere allo stesso registro linguistico, circostanza che è rara in ogni lingua e che, come vedremo, non avviene neppure nel nostro caso. Tuttavia, alla domanda dei nostri lettori si potrebbe sbrigativamente rispondere che i tre aggettivi sono sostanzialmente equivalenti, riferendosi a chi è abile a escogitare il modo per evitare un pericolo, per risolvere a suo favore una situazione difficile, per raggiungere i propri scopi anche senza grandi sforzi. Se questa capacità, di per sé, può essere valutata positivamente, non di rado le azioni messe in campo da chi è astuto, furbo o scaltro, avvengono col ricorso a inganni o comunque ad abili espedienti e, cosa ancora più grave, a danno di altri. Ed ecco quindi che gli aggettivi (e i sostantivi a cui sono connessi: astuzia, furbizia, scaltrezza) assumono non di rado un valore negativo, che può finire anzi col diventare quello predominante.

Una sostanziale ambiguità, del resto, è nel concetto ancor più che nella parola, come dimostra l’eroe della mitologia greca che possedeva, al massimo grado, la dote dell’astuzia: Odisseo/Ulisse, il cui epiteto omerico è polytropos ‘d’ingegno versatile’. L’eroe, protetto da Atena/Minerva, dea della sapienza, fu capace di trovare il modo di salvare sé stesso e i suoi compagni dal ciclope Polifemo (azione che gli fa onore), ma fu anche responsabile di aver ideato il cavallo di Troia che permise ai Greci di aver la meglio sui Troiani con l’inganno e non con il valore delle armi (azione in seguito alla quale Dante lo collocherà all’Inferno).

Un altro esempio letterario che possiamo citare, di molti secoli più tardo, è quello di Rosaura, la protagonista della commedia La vedova scaltra di Carlo Goldoni (1748), che nel momento del congedo sente il bisogno di scusarsi col pubblico per aver scelto il suo nuovo marito dopo aver messo alla prova la fedeltà dei suoi quattro pretendenti ricorrendo a una serie di travestimenti:

Ecco dunque condotto felicemente a fine ogni mio disegno. [...] Confesso di aver operato nelle mie direzioni da scaltra, ma siccome la mia scaltrezza non è mai stata abbandonata dalle massime d’onore e dalle leggi della civil società, così spero che sarò, se non applaudita, compatita almeno, e forse forse invidiata.

Con queste premesse, analizziamo ora i tre aggettivi guardando al loro uso attuale e alla storia. Se prendiamo come punto di riferimento il GRADIT, troviamo una prima importante indicazione: astuto e furbo appartengono entrambi al cosiddetto “Vocabolario di base” dell’italiano, anche se non al lessico fondamentale (cioè ai circa 2.000 lessemi noti a tutti gli italiani): furbo è inserito tra le parole di “alto uso”, astuto tra quelle di “alta disponibilità”. Quanto a scaltro, fa parte invece del più ampio “vocabolario comune” e quindi è una parola che si adopera di meno.

Il dato è confermato dal corpus del PTLLIN, che, per quanto riguarda le forme al maschile singolare, restituisce 26 occorrenze in 13 opere per scaltro, 51 occorrenze in 31 opere per astuto, 98 occorrenze in 41 opere per furbo (al femminile i dati sono questi: scaltra 5 occorrenze in 5 opere, astuta 21 in 16 e furba 40 in 26). Se però si guardano i dati di Google Books Ngram Viewer relativi alle attestazioni nello scritto dal 1800 al 2019, risulta che al maschile singolare furbo ha superato in frequenza scaltro già nel 1868 ma astuto solo negli anni intorno al 2000. Al femminile, invece, il sorpasso sia di scaltra sia di astuta da parte di furba risale a dopo il 2000; prima questo aggettivo è stato sempre minoritario e ciò molto probabilmente si deve all’esistenza di titoli come La vedova scaltra, la commedia di Goldoni prima ricordata, o La piccola volpe astuta, l’opera del compositore ceco Leoš Janáček (1923), autore anche del libretto. Tutti e tre gli aggettivi, comunque, sia al maschile sia al femminile, hanno avuto negli anni più recenti una crescita, che nel caso di furbo si direbbe una vera e propria impennata.





Sul piano grammaticale, mentre furbo è usato frequentemente anche come nome (pensiamo all’espressione fare il furbo, in cui non è possibile sostituirlo), astuto svolge questa funzione molto meno spesso e scaltro è etichettato nel GRADIT soltanto come aggettivo. Una differenza non da poco, quindi. Comune a tutti e tre gli aggettivi, invece, è il fatto di potersi riferire sia a persone che hanno queste caratteristiche (l’astuto commissario, un ragazzo furbo, uno scaltro affarista) o ad animali, spesso antropomorfizzati (la volpe astuta è stata già citata; si trovano poi spesso le espressioni furbo come un serpente, astuto come una volpe, scaltro come una faina), sia anche ad azioni o comportamenti che le denotano (un’astuta mossa pubblicitaria, un’aria furba, una risposta scaltra).

Sul piano storico, astuto e scaltro sono parole documentate già in italiano antico, a partire dalla fine del Duecento (si vedano le voci del TLIO), entrambe anche (e, nel caso di astuto, soprattutto) con significato negativo, mentre furbo risale alla fine del Quattrocento.

Anche l’etimologia aiuta a chiarire le differenti sfumature semantiche fra i tre termini, che costituiscono un derivato dal latino, una neoformazione italiana, un prestito. Infatti astuto deriva dal latino astūtu(m), a sua volta tratto dall’ablativo ăstū ‘con astuzia’ (che per il DELI è voce del gergo teatrale mentre per l’Etimologico deriva probabilmente dal greco ásty ‘città’). Invece scaltro è la forma “accorciata” (o contratta) tipicamente toscana di scaltrito, participio passato del verbo scaltrire, derivato da calterire ‘ferire, intaccare’ (attestato in italiano antico), con l’aggiunta del prefisso intensivo s- e la sincope della vocale protonica. Calterire deriva dal latino volgare *cauterīre (per il classico cauteriare) ‘bruciare col ferro rovente’, da cauterĭum ‘ferro per bruciature’ e ‘bruciatura a scopo curativo’. Come segnalano sia il DELI sia l’Etimologico, al significato di ‘provare col ferro rovente’ e quindi di ‘temprare’ si lega senza difficoltà quello di ‘rendere esperto, accorto’, proprio di scaltrire; scaltro, quindi, corrisponde a smaliziato (o scafato, come si direbbe in alcune varietà regionali). Infine, furbo è probabilmente un gallicismo, il cui etimo è la voce gergale francese fourbe ‘ladro, ingannatore’, a sua volta dal verbo fourbir ‘nettare (le tasche)’. Dunque, furbo (per il quale il GRADIT registra, se pure come obsoleto, anche il significato di ‘malfattore’) sembra aver avuto già in origine quel significato negativo che non è costitutivo per astuto e scaltro.

Lo Zingarelli 2020 in una delle “sfumature” inserite tra le pagine offre questa spiegazione delle differenze tra furbo, astuto e smaliziato (che sostanzialmente, come si è detto, corrisponde a scaltro):

Si definisce furbo chi è dotato di un’intelligenza pratica che gli consente di volgere con scaltrezza ogni situazione a proprio vantaggio. Astuto ha lo stesso significato, ma l’astuzia rispetto alla furbizia indica un agire più ragionato che istintivo, talora in modo non onesto. Smaliziato è invece chi ha una grande conoscenza della vita, che si traduce in capacità di agire con abilità e senso pratico.

In realtà, la possibilità di operare “in modo non onesto” vale anche per furbo. È vero però che astuto ha una patina di nobiltà che ne consente l’uso in contesti in cui furbo sarebbe inappropriato: si potrebbe ricordare al riguardo che l’astuzia della ragione è un concetto della filosofia di Hegel (il processo per cui la ragione si serve delle passioni degli esseri umani per raggiungere i propri fini) e che invece, secondo un detto popolare, la furbizia è l’intelligenza degli stupidi. Ma in molti altri casi gli aggettivi sono intercambiabili: infatti, se si cercano nel corpus Repubblica i “collocati” più frequenti per ognuno dei nostri tre termini, tra i primi posti si trovano gli altri due.

Per concludere, possiamo affermare che tra astuto, furbo e scaltro quello più connotato in senso negativo è furbo, che ha prodotto anche un maggior numero di derivati (furbesco, come era definito anticamente il gergo della malavita) e alterati di uso comune: furbone, furbacchione, furbastro, furbino (settentrionale) e il più recente (di base regionale romana/laziale) furbetto, che è stato “lanciato” alcuni anni fa nell’espressione furbetto del quartierino (cfr. Valeria Della Valle, Furbetto (del quartierino), in “Lid’O. Lingua italiana d’oggi”, III, 2006, pp. 149-151) e ha avuto molta fortuna sui giornali, tanto da fungere da modello per altre simili: dai furbetti del cartellino (gli impiegati pubblici che si assentano dal posto di lavoro dopo aver timbrato la scheda che li attesta presenti) ai furbetti del reddito di cittadinanza (che hanno ottenuto il sussidio a cui non avevano diritto) fino ai recentissimi furbetti del bonus Covid.

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