Consulenze linguistiche

Qual è la corretta pronuncia di facocero: facocèro o facòcero?

  • Andrea Riga
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2023.27956

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Quesito:

Ci sono pervenute diverse domande sulla corretta pronuncia di facocero.

Qual è la corretta pronuncia di facocero: facocèro o facòcero?

Il facocero, com’è noto, è un mammifero africano dei Suidi, che presenta una forte somiglianza con il nostro cinghiale. La pronuncia di tale parola, per quanto riguarda la posizione dell’accento (ma in passato anche per quanto riguarda la scelta tra questa forma e quella con la velare, facochero), ha dato origine a non pochi dubbi e genera tuttora dibattito: non molto tempo fa, il 26 maggio 2020, un’ascoltatrice di nome Diana è intervenuta alla trasmissione radiofonica Chiamate Roma Triuno Triuno, in onda su Radio Deejay e condotta dal Trio Medusa, con tema “accenti giusti che non ti aspetti” e ha dichiarato di aver scoperto, grazie alla visione di un documentario di “National Geographic”, che la corretta pronuncia del vocabolo qui preso in esame è facocèro, ricontrollata e confermata, poi, dagli stessi presentatori attraverso la consultazione del Vocabolario Treccani online. Nell’articolo che riporta la notizia (Abbiamo sempre pronunciato “Facocero” nel modo sbagliato: ecco dove cade l’accento, deejay.it, 26/5/2020), dove è presente anche l’estratto audio dell’intervento, vengono riportate le parole di Diana, secondo la quale “tutto il Re Leone è da riguardare con altri occhi”. In effetti, il film della Disney del 1994 (e quelli successivi: da ultimo, il rifacimento del 2019) e le serie televisive a esso ispirate hanno contribuito a rendere noto l’animale esotico in questione al grande pubblico: Pumbaa, personaggio di spicco nei prodotti filmici sopra citati, è, infatti, un facocero, che, con il suo amico Timon, un suricato, affronta la vita nel segno dell’espressione africana Hakuna matata (‘senza pensieri’). Ma nel film si parla sempre di facòcero.

Due giorni dopo, il 28 maggio 2020, Paolo D’Achille è intervenuto nella stessa Radio, confermando quanto aveva sostenuto l’ascoltatrice. Lo stesso D’Achille ha ricordato che alcune parole, come, per l’appunto, facocero (che, nel GRADIT, presenta la marca TS, cioè “termine specialistico”), non rientrano nell’uso parlato comune, ma sono impiegate più frequentemente nello scritto (dove l’accento è normalmente indicato solo nelle parole ossitone o tronche), dando luogo a incertezze nella pronuncia. Ha osservato, inoltre, che per alcuni vocaboli sono ammesse diverse pronunce, prodotte dalle divergenze dei modelli latini e greci: ciò vale, ad esempio, per ossìmoro/ossimòro. A questi aspetti, poi, si devono aggiungere anche alcuni nuovi usi linguistici, di cui si parlerà meglio più oltre, che si sono affermati nell’italiano contemporaneo e che, in particolare, riguardano le ritrazioni dell’accento.

Dai dizionari etimologici, storici e dell’uso contemporaneo consultati possiamo ricavare informazioni sugli aspetti storico-etimologici e fonetici della parola analizzata. Per il DELI, così come anche per il GRADIT e lo Zingarelli 2021, facocero deriva dal gr. phakòs ‘lenticchia’ e chôiros ‘porco’ e viene “detto così per le verruche a forma di lenticchia di cui è coperto”. Per quanto concerne la data di prima attestazione in italiano, sono opportune alcune precisazioni; infatti, i suddetti dizionari riportano l’anno 1828, ma va tenuto presente che questa data si riferisce alla sopra citata forma facochero (Marchi, DELI), ormai in disuso, e non a facocero, che risulta attestato per la prima volta, grazie a una ricerca in Google libri, nel Compendio di Geografia di Adriano Balbi (Torino, Pomba, 1834, pp. 1121-1122):

Quel facocero a corpo di porco, a dente mascellare d’elefante e la cui faccia armata di quattro protuberanze lo fece pure nominare cinghiale a maschera.

Sulla pronuncia la lessicografia propone due diverse impostazioni: da un lato, troviamo dizionari come il Vocabolario Treccani online, il GDLI, il Garzanti e il DISC, che indicano soltanto facocèro; dall’altro, invece, ci sono il GRADIT, lo Zingarelli 2022 e il Devoto-Oli 2023, che riportano sia facòcero sia facocèro (con la e aperta). In particolare, lo Zingarelli 2022 precisa che facòcero ha, oggi, una più ampia diffusione nell’uso, ma, da un punto di vista etimologico, sarebbero più corretti i meno frequenti facocèro e facochèro. Non è un caso che, in documentari come quelli di “National Geographic”, che richiedono l’impiego di una dizione corretta, sia preferita la pronuncia facocèro, come, peraltro, ricordava anche l’ascoltatrice di Radio Deejay (uno di questi documentari si può vedere qui).

Rimane, infine, da spiegare la ragione per la quale si può essere verificata questa ritrazione dell’accento. D’Achille, sia nell’intervento radiofonico menzionato in precedenza, sia nel suo volume L’italiano contemporaneo (Bologna, Il Mulino, 20195, p. 101), nota come, nell’italiano parlato contemporaneo, tale tendenza si sia sviluppata soprattutto in parole trisillabe:

Quanto alla posizione dell’accento, nell’italiano parlato contemporaneo si nota la tendenza, in parole trisillabe, a ritrarlo sulla terzultima, come dimostra la crescente diffusione non solo  […] di pronunce in passato censurate come èdile per edìle, sàlubre per salùbre, pèrone invece di peròne per indicare l’osso della gamba, zàffiro per zaffìro ecc. [...]; la ritrazione va forse spiegata, almeno originariamente, come un fatto «ipercorrettistico», sviluppatosi per reagire alla tendenza a porre l’accento sulla penultima anche in parole dotte proparossitone che escono in consonante, come nelle erronee pronunce isotòpi, termìti, circuìto per circùito.

È, dunque, possibile sostenere che la posizione dell’accento sia stata modificata proprio per questa tendenza, particolarmente diffusa nelle varietà settentrionali di italiano, che investe anche i toponimi e i cognomi. Non è facile indicare da quando si sia sviluppata la pronuncia facòcero, ma una prima indicazione cronologica ce la fornisce la prima edizione del prontuario di Giuseppe L. Messina (Parole al vaglio. Prontuario delle incertezze lessicali e delle difficoltà grammaticali, Roma, A. Signorelli, 1954, p. 114), che considera corretta la sola forma facochèro e considera “sbagliate” sia facocèro sia facòcero, documentando così, sia pure per censurarla, la pronuncia con l’accento sulla terzultima sillaba. Le edizioni successive dell’opera, almeno a partire dalla quarta (Parole al vaglio. Dizionario dei neologismi, dei barbarismi e delle sigle, Roma, A. Signorelli, 19634, p. 153) fino all’ultima (Dizionario dei neologismi, dei barbarismi e delle sigle. Prontuario delle incertezze lessicali e delle difficoltà grammaticali (parole al vaglio), Roma, A. Signorelli, 1983, p. 228), propongono sempre come corretta la pronuncia con l’accento sulla penultima sillaba, non accettando facòcero (e neppure facòchero). A differenza della prima edizione, però, il giudizio su facocèro viene attenuato: la forma con la palatale è, infatti, reputata meno corretta di facochèro ma viene accettata.

(Ultima consultazione delle risorse online: 19/10/2022)

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