Consulenze linguistiche

L’etimologia di una voce giudeo-romanesca: ngarelli

  • Luca Lorenzetti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2022.14680

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Quesito:

La signora S. L., di Roma, scrive di aver trovato in un testo il termine giudeo-romanesco ngarelli e chiede se sia possibile risalire alla sua etimologia.

L’etimologia di una voce giudeo-romanesca: ngarelli

La lettrice ha visto la parola in un saggio di storia dell’ebraismo romano, contenuto nel lavoro di Silvia Haia Antonucci e Alessandra Camerano, “Ormai è passata”. L’illusione di una generazione e le trasformazioni dell’identità ebraica romana, in La comunità ebraica di Roma nel secondo dopoguerra. Economia e società (1945-1965), a cura dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, Roma, CCIAA Roma, 2007, pp. 111-140, a p. 118. Si tratta di una serie di interviste a ebrei romani, nati nella prima metà del Novecento, sulle vicende della guerra, della deportazione e prigionia oppure sulla vita nell’ex-ghetto, ormai liberato da quasi un secolo. Nell’intervista a Liliana Spizzichino si trova il passaggio che ci interessa:

«Mamma mi ha raccontato che durante la guerra è stata aiutata tantissimo, dal portiere, dai vicini di casa, anche dalle famiglie dove andava a lavorare: ci hanno sempre portato rispetto. C’erano degli amichetti miei, ‘ngarelli’, che parlavano male degli ebrei, dicevano che erano tirchi, inaffidabili, e che loro sapevano riconoscerli da lontano. Per questo non dichiaro facilmente la mia appartenenza all’ebraismo e sono sempre molto imbarazzata in un ambiente che non è il mio».

In nota è chiarito il significato: “Termine in ebraico-romanesco, l’idioma degli ebrei romani che unisce l’ebraico ed il dialetto romanesco, che indica i non ebrei”. La parola in effetti è tipica del giudeo-romanesco, il dialetto parlato dagli ebrei romani e di cui abbiamo testimonianze dal Medioevo fino almeno ai primi del Novecento – ma sulla cronologia recente diremo in chiusura di questa nota.

L’origine di giudeo-romanesco ngarelle risale all’ebraico ‘ārēl letteralmente ‘coperto’, quindi per estensione referenziale ‘non circonciso’, aggettivo frequente nell’Antico Testamento a indicare i non ebrei (sono ‘ārēlîm ad esempio i Filistei nella storia di Sansone), oppure, in senso esteso, gli ebrei che non osservano correttamente i precetti. La parola ebraica è poi stata ripresa nei dialetti giudeo-italiani moderni per designare senz’altro il ‘cristiano’ da parte degli ebrei.

Nell’articolo il brano è citato due volte e la parola appare una volta come ngarelli e l’altra come ngarelle. La forma più vicina al giudeo-romanesco è ngarelle, invariabile, che ha -e finale aggiunta all’originaria desinenza in consonante. Essa si ritrova, nella grafia ngkarelle che intende rappresentare più da vicino la pronuncia romanesca, nei Sonetti di Crescenzo Del Monte (1908), il maggior poeta giudeo-romanesco del Novecento; ad es. nel sonetto ’O scèkez la famiglia ebrea non ha ancora trovato uno scekez (il ragazzino cristiano che per una piccola mancia si prestava ad accendere il fuoco o i lumi a casa di sabato, quando agli ebrei la mansione era vietata), sicché provano a cavarsela cercando un cristiano qualsiasi, appunto un ngkarelle:


A quest’ora lo scèkez ’un c’è più:
’ngkrazziadeddio, scegnemo, e imo a vedé’
se c’è un ngkarèlle da portacce su.

Una delle prime attestazioni del termine si trova in un testo “pseudo”-giudeo-romanesco, cioè in un testo scritto da romani cristiani per imitare parodiando la parlata degli ebrei e quindi gli ebrei stessi (un genere testuale assolutamente maggioritario per quel che riguarda il giudeo-romanesco moderno). Una delle poesie reazionarie di fine Settecento raccolte nel cosiddetto “Misogallo romano”, un’invettiva minacciosa contro gli ebrei romani, inizia appunto così:

Voi ste Macchà [questi castighi] cercate o Ieudim [o Giudei]
Mentre mandaste noi cento Macod [sventure]
E lo giuraste sù la Bangenfod [una veste rituale]
Alla presenza degl’Angarelim [non ebrei, cristiani]

(il testo si legge in M. Formica e L. Lorenzetti (a cura di), Il Misogallo romano, Roma, Bulzoni, 1999, p. 420). La voce manca invece, salvo errore, nella letteratura giudeo-romanesca precedente, che consta soprattutto di testi teatrali scritti tra Sei e Settecento. In quella tradizione la parola usuale, e comprensibilmente frequente, per indicare il non ebreo è goi, plur. goìm(me), dall’ebraico gôj ‘popolo’, poi appunto ‘non ebreo, gentile, idolatra; cristiano’; il termine goi sarà poi anche della letteratura italiana “alta”, da Leopardi a Pirandello.

Ben presente dunque in giudeo-romanesco, la voce è diffusa con lo stesso valore in molti altri dialetti giudeo-italiani, dal gd.piemontese ngarél o narel al gd.triestino gnarel, gd.mantovano gnarèl (entrambi con gn- di gnomo), gd.fiorentino ’arel, gd.livornese ‘arel (l’apostrofo « ‘ » iniziale trascrive il suono ng-, che i livornesi non ebrei pronunciavano g: garè) eccetera. (Maggior dettaglio in U. Fortis e P. Zolli, La parlata giudeo-veneziana, Assisi-Roma, Carucci, 1979, pp. 207-208; M. Aprile, Grammatica storica delle parlate giudeo-italiane, Galatina, Congedo, 2012, p. 234). Le differenze nella consonante iniziale dipendono non tanto dai dialetti sottostanti, quanto piuttosto dalle tradizioni moderne di lettura della lettera ‘ayin, che sono diverse a seconda delle diverse comunità della diaspora ebraica in Italia. Infine, va notata la presenza in giudeo-romanesco di un calco di ‘ārēl, formato anch’esso su una metafora icastica: chiuso, usato anche al femminile chiusa, sempre col valore di ‘non ebreo, cristiano’.

Una nota conclusiva: il valore linguistico di testimonianze come quella di Liliana Spizzichino, contemporanee benché riferite a eventi di settant’anni fa, è discusso. Il giudeo-romanesco è considerato dagli specialisti come una lingua ormai estinta. La presenza di singole parole giudeo-romanesche in tali testimonianze, numerose quanto si voglia, è di sicuro una documentazione importantissima, ma non implica che la lingua a cui quelle parole appartenevano fosse essa stessa ancora viva nell’uso all’epoca, né tanto meno che lo sia adesso. D’altra parte, non è lecito sottovalutare, tra le molte testimonianze odierne fatte di letteratura, soprattutto teatrale, con una forte componente identitaria, le varie videoregistrazioni di parlato comune (o sedicente tale) effettuate in anni recentissimi da parte di ebrei e soprattutto di ebree romane, oggi anziani ma tuttavia appartenenti alla generazione successiva a quella dei deportati dai nazifascisti, ora rintracciabili con facilità nei repertori in rete. In molti casi il dialetto usato dagli interpreti è un romanesco comune infarcito di giudaismi stereotipici, perlopiù di livello lessicale, e ha quindi un interesse linguistico relativo. In altri invece i tratti di pronuncia e alcuni elementi grammaticali ricorrenti incuriosiscono per vivacità e verosimiglianza rispetto a quanto sappiamo del giudeo-romanesco, e meriterebbero perciò un’indagine specifica (sul tema si veda intanto la testimonianza aggiornata di M. Procaccia, Cronache di Piazza, in G. Vaccaro (a cura di), Marcello 7.0. Studi in onore di Marcello Teodonio, Roma, Il Cubo 2019, pp. 489-498).

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