Consulenze linguistiche

Appuntiamocelo: in Toscana il temperino si chiama appuntalapis!

  • Neri Binazzi
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2022.14663

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Quesito:

Alcuni lettori ci chiedono se il termine appuntalapis, usato in Toscana, sia “spendibile” anche in lingua o non si debba invece optare per temperamatite; altri domandano se per ‘fare la punta alle matite’ sia preferibile appuntare o appuntire; infine sono abbastanza numerosi i lettori che chiedono se, per indicare la matita di grafite, sia meglio utilizzare lapis, come in Toscana, o matita, come nel resto della Penisola.

Appuntiamocelo: in Toscana il temperino si chiama appuntalapis!

Lo strumento che serve a fare la punta alle matite, familiarissimo a ognuno di noi a partire dai tempi della scuola, è altrettanto familiare del nome che gli attribuiamo. A Firenze e in quasi tutta la Toscana questo nome è, senza incertezza, appuntalapis. Trattandosi di una voce che, in seguito al combinarsi tra appunta- e lapis, presenta la terminazione in consonante, nel parlato toscano è disponibile a ricevere una vocale atona di appoggio (tipicamente, la -e), che viene realizzata dopo rafforzamento della consonante precedente (e dunque appuntalàpisse, con làpisse, allo stesso modo di barre ‘bar’, gasse ‘gas’, tramme ‘tram’, e così via). Si tratta del fenomeno conosciuto come paragoge, o epitesi vocalica. A sua volta la presenza della vocale finale consente alla voce di affrancarsi dalle forme che, per via della terminazione in consonante, sono invariabili: e così è possibile una distinzione di numero tra il singolare appuntalàpisse e il plurale appuntalàpissi (come succede, naturalmente, per làpissi plurale di làpisse, come per barri plurale di barre). Di per sé il fenomeno, pantoscano, è oggi poco produttivo nel parlato comune, all’interno del quale si configura eventualmente come esito connotato a livello diastratico (è testimoniato soprattutto dalle generazioni più anziane) e diafasico (essendo esclusivo del parlato meno sorvegliato).

Al tempo stesso, tuttavia, l’epitesi vocalica conserva in Toscana una sua riconosciuta capacità caratterizzante, e viene proposto come tratto-bandiera della lingua locale. Succede così che proprio appuntalàpisse, con la sua epitesi esibita, viene proposto a lemma nella raccolta vernacolare di Rosi-Galli (2009): in questo modo il fenomeno contribuisce a definire il carattere globalmente alternativo della forma rispetto al traducente temperamatite:

Appuntalapisse: Temperamatite; chiamato anche ‘auzzalàpisse’. “Che mi passi l’appuntalapisse”, Passami il temperamatite.

Un’idea della distribuzione, in Italia, di tipi lessicali diversi relativi allo strumento per fare la punta alle matite (appuntire, secondo lo standard; ma su questo torneremo più avanti) ce la fornisce ALIQUOT, un progetto di documentazione dell’italiano parlato raccolto con questionari online che ha sede a Berlino, presso l’Università Humboldt. L’indagine online che ha previsto, tra le altre, la domanda relativa al nostro strumento è del 2014. Come si può vedere, ALIQUOT chiede ai propri potenziali “informatori” di farsi portavoce della propria comunità, cercando dunque di evitare risposte a titolo personale” per documentare ciò che nell’uso è consueto, in questo senso “normale”:

Quale espressione si sente normalmente nella tua città o paese per denominare l’oggetto che serve per rifare la punta alle matite?

Come per ogni altra “cosa” di cui ALIQUOT chiede la denominazione, la domanda è accompagnata dalla riproduzione fotografica dell’oggetto:


Dalle risposte raccolte nell’inchiesta del 2014, il tipo lessicale che mostra il maggior numero di attestazioni è temperino: diffuso in modo particolare nell’Italia settentrionale, sembra evitare la Toscana (dove appare sporadicamente: si registrano casi a Prato, Montecatini, Pisa) manifestandosi nell’area marchigiana per poi connettersi a Roma e Lazio (dove si propone come forma prevalente). In area meridionale temperino si divide equamente il campo con temperamatite, che tende ad addensarsi soprattutto in area napoletana (dov’è maggioritario). In Sicilia, l’area orientale (ma, parrebbe, non Messina), sembra preferire temperino mentre quella occidentale sembra orientarsi su temperamatite (per quanto temperino sia previsto anche a Palermo). Temperamatite è anche la più gettonata opzione alternativa a temperino che troviamo in area settentrionale (dove, per temperamatite, si rilevano addensamenti a Venezia e nell’area friulana).

Restando al Nord, sembra configurarsi come forma di riferimento dell’entroterra veneto (con Verona in prima fila) il tipo fapunta, che ricorre anche in area giuliana (compresa Trieste).

In area abruzzese interna compare aguzzamatite (3 risposte), l’unico tipo in cui è presente la forma verbale aguzzare; in area costiera, aguzzare sembra lasciare il posto ad appuntare (appuntamatite: 3 risposte).

Il tipo verbale appuntare forma tutti i tipi toscani, dove troviamo massicciamente attestato appuntalapis, che d’altra parte non varca i confini regionali.

Nel panorama italiano, insomma, appuntalapis rappresenta l’unica testimonianza di una voce che all’ampio radicamento nella regione dov’è endemica – la Toscana – non corrisponde alcuna vitalità “extraregionale”, dove appuntalapis non ha riscontri. Da questo punto di vista, appuntalapis condivide la “fortuna” di molti tipi lessicali (pensiamo a sciocco ‘scarso di sale’, ad acquaio ‘lavandino della cucina’, a sudicio ‘spazzatura’) che non hanno sostanzialmente cittadinanza nel parlato corrente di altre aree, ma che nel parlato toscano non vengono percepite come particolarmente marcate in senso locale. Per questo motivo possono varcare tranquillamente i confini del parlato e trovare cittadinanza anche nelle scritture di media formalità. Qualche tempo fa, per esempio, è apparsa nella cronaca di Firenze del quotidiano online Repubblica.it la notizia dell’esplosione di un ordigno rudimentale che, collocato nei pressi di un esercizio commerciale, ne ha provocato danni alla saracinesca, che però a Firenze è, senza alternative, bandone:

Un ordigno artigianale è esploso questa mattina intorno alle 4 davanti a una pizzeria di Firenze, in via Gabbuggiani nei pressi della stazione Leopolda. Danneggiati la pareti esterne e il bandone del locale. (Repubblica.it, 24/2/2021)

In questo senso, appuntalapis è un testimone esemplare della geosinonimia che, in Italia, caratterizza ancora oggi in modo diffuso il vocabolario relativo a oggetti, concetti e momenti della vita quotidiana: in questi ambiti, infatti, il parlato delle diverse aree geografiche continua spesso a prevedere opzioni proprie, cioè non condivise con il “resto d’Italia”, anche quando i parlanti ritengono di collocare le proprie esecuzioni su un côté “italiano” (su questo si possono vedere i risultati dell’indagine svolta nello scorso decennio in numerose città d’Italia, e presentata in Nesi-Poggi Salani 2013).

Con l’etichetta geosinonimo si vuole dunque riferirsi a una forma lessicale che, all’interno di una più o meno vasta area geografica, viene gestita, di fatto, come unico riferimento lessicale per denominare un determinato oggetto o concetto. Il fatto che la voce non abbia praticamente alternative nel parlato locale determina la sua particolare trasversalità nella tipologia degli usi: non ci sono infatti, all’interno di una stessa comunità linguistica, contesti in cui il geosinonimo è evitato. Si tratta dunque di vocaboli che nelle diverse aree costituiscono l’invariabile norma d’uso: l’aspetto oggettivamente “sinonimico” delle forme emerge quindi – insieme al loro carattere fortemente geolocalizzato – solo quando allarghiamo il punto di vista dalle singole aree al panorama “italiano”.

Tornando ora ai dati forniti da ALIQUOT sul nome dello strumento per fare la punta alle matite, la presenza in area toscana occidentale (tendenzialmente livornese, anche dell’entroterra) della forma appuntino consente di approfondire la questione legata al predicato protagonista dell’azione del ‘fare la punta’. Partiamo col rilevare che appuntino è evidentemente formato allo stesso modo di temperino, cioè con la sequenza predicato + suffisso -ino, che viene utilizzato in questo caso in funzione derivativa, definendo così il sostantivo che svolge l’azione descritta dal predicato (appuntino e temperino entrano così nella stessa “famiglia” di scaldino, macinino, accendino, e così via: per restare in tema di geo-sinonimia potremmo aggiungere asciughino, che in Toscana non ha in pratica alternative nel senso di ‘canovaccio per stoviglie’).

È ragionevole ritenere che, nella percezione comune (non solo toscana, verrebbe da dire), l’azione di ‘fare la punta’ abbia come riferimento appuntare (o temperare, che però, nell’uso comune, parrebbe vitale solo come componente verbale nei derivati e nei composti: com’è il caso, appunto, di temperino e temperamatite). Nel caso che ci riguarda, il rapporto tra sostantivo e predicato di riferimento sarebbe quello rappresentato dalla proporzione che segue:

appuntalapis (appuntino) : appuntare = temperamatite (temperino) : temperare.

Del resto la prima coniugazione, con la sua uscita in -are, è la sola pienamente produttiva in italiano, e ad essa fanno di norma i derivati verbali (buco / bucare; pena / penare; neve / nevicare; noleggio / noleggiare; e così via), comprese le formazioni parasintetiche, quelle, cioè, che si formano grazie al simultaneo combinarsi di un prefisso e di un suffisso. È il caso, per esempio, di scaldare (costruito su caldo), accoppiare (su coppia), sbriciolare (su briciola). Appuntare rientra dunque a pieno titolo tra i verbi parasintetici, e in questa prospettiva appuntalapis trova la sua naturale definizione di strumento che serve ad appuntare il lapis. D’altra parte il procedimento parasintetico è anche in grado di produrre verbi in -ire: succede soprattutto per verbi incardinati su aggettivi: abbiamo dunque abbellire, costruito a partire da bello; ammorbidire, a partire da morbido; indurire, costruito su duro; irrigidire costruito su rigido; allo stesso modo ricco “produce” arricchire, povero, impoverire e così via. Il parlato toscano sembra praticare diffusamente questa modalità, che lo porta non di rado a formare verbi parasintetici in -ire che per questa loro caratteristica sono diversi da quelli “italiani” (accorcire, per esempio, riferito a interventi di sartoria; a cui si può aggiungere abbronzire ‘diventare color del bronzo’, detto in passato delle lenzuola avvicinate troppo allo scaldino). Del resto, fuori dalla modalità parasintetica (ma all’interno della presenza di un aggettivo come forma-base), il toscano prevede normalmente, sempre nel lessico della sartoria, strettire.

La tendenza, naturalmente, non deve esser vista come regola: si hanno così verbi parasintetici in -are costruiti su aggettivi (scaldare, per quanto la forma potrebbe essere interpretata anche come ‘dare il caldo a qualcosa’), e parasintetici che escono in -ire per quanto incardinati su sostantivi. È il caso di appuntire ‘fare la punta’, che, a giudicare dal GRADIT, parrebbe addirittura proporsi come voce “di norma”, in grado come tale di relegare appuntare tra quelle di “basso uso”. A giudicare dalla lessicografia storica dell’italiano, non era così fino a tutto l’Ottocento, quando la voce di riferimento – magari in omaggio al toscano come riferimento dell’uso – pare essere appuntare, l’unica registrata (e spesso indicando ‘aguzzare’ come primo valore) nelle imprese lessicografiche più celebri: dal Tommaseo-Bellini al Giorgini-Broglio, passando per il Petrocchi, non c’è traccia, infatti, di appuntire (che infatti è datato nel GRADIT al 1949) Del resto le attestazioni in letteratura proposte dal GDLI suggeriscono un progressivo rarefarsi di appuntare, che ha Pascoli come più recente testimone. Non è da escludere allora che appuntire abbia fatto valere, nel tempo, la sua “mono-referenzialità” (‘fare la punta, aguzzare’), a fronte di un appuntare caratterizzato invece da un più ampio spettro semantico: per limitarsi ai valori di appuntare che nel GRADIT non sono interessati da marche che ne segnalano limitazioni d’uso (come succede invece per il “basso uso” attribuito a ‘fare la punta’), si pensi a quello di ‘fermare, fissare con uno spillo, o sim.’ , o a ‘prendere un appunto’. Da parte sua il parlato di Firenze continua a non prevedere appuntire, e, come si evince dalle testimonianze del Vocabolario del fiorentino contemporaneo, propone invariabilmente appuntare (e dunque si ha anche appuntato ‘aguzzo, a punta’: un sasso appuntato).

All’uso esclusivamente toscano di appuntalapis corrisponde una sua scarsa cittadinanza dalle pagine della lessicografia contemporanea (e non se ne hanno testimonianze nella prospettiva storico-letteraria documentata dal GDLI, che invece registra un novecentesco temperamatite, affidandogli il compito di appuntire le matite): assente dal Sabatini-Coletti, appuntalapis è presente nel GRADIT come voce di basso uso, e sulla stessa lunghezza d’onda troviamo il Vocabolario Treccani, che rubrica la forma come “sinonimo poco comune di temperalapis e temperamatite”. Per quanto si può ricavare da quest’affermazione, la scarsa popolarità di appuntalapis sarebbe dunque da riferire al predicato: appuntare, e non temperare. Ma forse nel valutare la poca fortuna di appuntalapis nel panorama dell’italiano comune si dovrà considerare anche (o soprattutto?) la minor diffusione che sembra conoscere lapis rispetto a matita.

Di per sé le due voci restituiscono, di fatto, la diversa focalizzazione sulle componenti del sintagma lapis haematitae, letteralmente ‘pietra di ematite’: si trattava, in origine, di una pietra dura di colore rosso (come indica ematite, e del resto poteva chiamarsi anche sanguigna), anticamente impiegata per disegnare o, polverizzata, per colorare oggetti e superfici diverse. Secondo il GDLI è questo il valore primario di lapis, al contrario di quello che succede per matita, registrata prima di tutto come ‘strumento per scrivere e disegnare’. Un passaggio decisivo per lo sviluppo in senso “moderno” del senso di lapis e di matita sarà la scoperta della grafite nell’Inghilterra del XVI secolo. Dalla fine del XVIII secolo si affermerà, sia per lapis che per matita, il valore di ‘strumento per scrivere e per disegnare costituito da un bastoncino di grafite o di altro impasto colorato racchiuso in una guaina di legno’.

Ma per quanto a partire dalla fine dell’Ottocento lapis e matita definiscano allo stesso modo lo strumento in questione, le due voci sembrano conoscere una diversa vitalità nell’italiano d’oggi, dove la fortuna dell’uso sembra arridere soprattutto a matita (a cui il GRADIT attribuisce la marca di voce di “alto uso”, mentre lapis riceve quella, comunque lusinghiera, di “comune”). Questo diverso protagonismo delle voci nell’italiano di oggi emerge del resto anche quando le testimonianze lessicografiche non prevedono esplicitamente diverse marche d’uso per le due forme “concorrenti”. La presentazione di lapis da parte del Sabatini-Coletti, per esempio, ci mette di fronte un lapis di fatto subordinato a matita, che viene assunto senz’altro a traducente: così facendo, la voce lessicografica risulta succinta, quasi laconica:

lapis, s.m. inv. Matita per scrittura o disegno (sec. XVI)

Matita è invece investito a tutti gli effetti del ruolo di termine di riferimento: dell’oggetto denominato si indicano, senza far ricorso a traducenti, caratteristiche, funzioni, esempi d’uso, derivati. Lapis fa capolino alla fine della voce lessicografica, come sinonimo, certo, ma di rango inferiore (tanto che i redattori non lo richiamano subito, cioè all’inizio della definizione, per introdurre il significato di matita):

matita, s.f., Strumento per tracciare, scrivere o disegnare costituito da una mina in grafite o altro materiale colorante inserita all’interno di un bastoncino di legno o altro supporto SIN lapis: m. nera; appunti scritti a m. dim. matitina | accr. matitona, matitone m. (XVI sec.)

Non sul piano del rango, ma su quello del significato, lapis e matita non possono essere considerati equivalenti nel parlato fiorentino, dove lapis è voce insostituibile per indicare il bastoncino di legno contenente la grafite (quindi, tendenzialmente, lo strumento che serve per disegnare); la matita, invece, a Firenze e nella Toscana centrale è obbligatoriamente colorata, ed è altrettanto insostituibile per indicare lo strumento con cui appunto si dà colore a ciò che il lapis ha disegnato. Le due parole, insomma, si dividono rispettosamente le funzioni, senza possibili interferenze: l’unica concessa prevede che per fare la punta alle matite si usi, obbligatoriamente, l’appuntalapis.


Nota bibliografica:

  • Michele Castellarin, Fabio Tosques, ALIQUOT – L’Atlante della Lingua Italiana QUOTidiana, in “Rivista italiana di dialettologia”, XXXVI (2012), pp. 245-262.
  • Giorgini-Broglio: Emilio Broglio, Giovan Battista Giorgini, Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, Firenze, M. Cellini e C., 1870-1897 (ristampa anastatica: Firenze, Le Lettere 1979).
  • Nesi-Poggi Salani 2013: Annalisa Nesi, Teresa Poggi Salani, La lingua delle città (LinCi). La banca dati, Firenze, Accademia della Crusca 2013.
  • Petrocchi: Policarpo Petrocchi, Novo dizionario universale della lingua italiana, Milano, Treves 1884-1890
  • Rosi-Galli 2009: Stefano Rosi Galli, Vohabolario del Vernaholo fiorentino e del Dialetto Toscano di ieri e di oggi, Firenze, Romano editore 2009.
  • Robert Rüegg, Sulla geografia linguistica dell’italiano parlato, Firenze, Cesati 2016 (cura e traduzione a cura di S. Bianconi dell’opera originale Zur Wortgeographie der italienischen Umgangssprache, 1956).

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