DOI 10.35948/2532-9006/2026.43720
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Un lettore chiede lumi sull'espressione esercito di Fanceschiello.
Il modo di dire essere come l’esercito di Franceschiello ha come significato scherzoso quello di indicare un “gruppo di persone o istituzione priva di organizzazione e compattezza” come riporta il GRADIT alla voce esercito. Ma forse è ancor più dettagliata la spiegazione che si ricava dal Vocabolario Treccani online:
Esercito di Franceschiello (nomignolo con cui era chiamato Francesco II di Borbone re di Napoli), frase tra iron. e scherz. con cui spesso si allude all’esercito borbonico male organizzato e mal diretto, e, estens., a ogni gruppo di uomini, militari o no, privi di organizzazione, di compattezza e di forza, destinati perciò a essere rapidamente sconfitti o dispersi.
Come si intuisce, questa espressione allusiva (e negativa) è legata al nome di Francesco II di Borbone (1836-1894; figlio di Ferdinando II di Borbone, il famoso Re Bomba), ultimo re del Regno delle due Sicilie, il cui regno durò meno di due anni (maggio 1859-febbraio 1861). Francesco II era comunemente soprannominato Franceschiello (diminutivo tipico dell’area, con il suffisso -ello e il dittongo metafonetico, in funzione spregiativa), oltre che per la volontà popolare di sminuirlo politicamente, anche, probabilmente, per il suo carattere timido e l’atteggiamento dimesso, rispetto al padre, che, a sua volta, gli aveva imposto il nomignolo Lasa, e con questo stesso appellativo lo aveva citato perfino nel suo testamento. Lasa era riduzione di lasagna; non si sa se l’origine del soprannome sia dovuto al fatto che Francesco fosse ghiotto di questa pietanza o per il colorito pallido della sua pelle (come quello delle lasagne).
I fatti storici che portarono alla caduta del Regno di Napoli furono la diretta conseguenza dell’impresa dei Mille (maggio 1860-febbraio 1861). L’avanzata dei garibaldini dalla Sicilia alla Calabria fino alla Campania non trovò grandi resistenze nell’esercito borbonico, e l’episodio storico che può aver contribuito a dare origine al modo di dire potrebbe trovare la sua ragione nella battaglia del Volturno (26 settembre-2 ottobre 1860) in cui le truppe di Francesco II, di gran numero superiori a quelle dell’esercito garibaldino, subirono una grave e clamorosa disfatta, che costrinse il re al ritiro presso la fortezza di Gaeta. Ma forse, ancor più delle sconfitte in battaglia, contribuì ad accrescere, nell’immaginario popolare, il giudizio negativo nei confronti del regno di Francesco II, la caduta verticale delle sue istituzioni e la repentina fuga da Napoli del personale politico-amministrativo borbonico all’arrivo delle camicie rosse.
Di fatto, l’esercito di Francesco II dimostrò valore e capacità di resistenza all’avanzata del cosiddetto “esercito meridionale” garibaldino e delle truppe dei Savoia in almeno tre importanti luoghi: Messina, Civitella del Tronto e Gaeta. A Gaeta l’assedio fu condotto dalle truppe piemontesi. Francesco II, resistendo strenuamente, sperava che i tragici avvenimenti destassero in Europa una reazione che contrastasse le mire espansionistiche del piccolo regno sabaudo; ma ciò non avvenne ed egli dovette affrontare da solo l’esercito piemontese guidato dal generale Cialdini. L’esercito piemontese incontrò, però, una forte resistenza da parte di quello borbonico e della popolazione; ma alla fine, nel febbraio del 1861, la cittadella capitolò. Il re e la regina trovarono rifugio a Roma. Il 12 marzo capitolò anche Messina, e il 20 marzo fu la volta di Civitella: il Regno d’Italia era stato proclamato appena tre giorni prima della caduta dell’ultima roccaforte borbonica.
Pertanto, alla luce di questi fatti, possiamo dire con Luciano Biancardi che “ancora oggi gli italiani dicono ‘esercito di Franceschiello, soldato di Franceschiello’; ma è una metafora molto approssimativa e in buona misura sbagliata.” (Luciano Bianciardi, L’antimeridiano. Tutte le opere, a cura di Luciana Bianciardi, Massimo Coppola, Alberto Piccinini, Milano, ISBN edizioni/ExCogita, 2005, vol. I, p. 331).
Lo storico Giuseppe Galasso, in un articolo apparso sul “Corriere della Sera” (Visioni d’Italia, 27/2/2010) – articolo da cui prende certamente spunto la domanda della lettrice – riconosce all’esercito borbonico un valore militare e organizzativo che la locuzione beffardamente minimizza, sostenendo che fosse ingiusto “quel modo di dire, che ora, finalmente, non si usa più, come è bene che sia. L’esercito di Franceschiello, ossia di Francesco II di Borbone, ultimo sovrano del Mezzogiorno, meritava e merita rispetto”.
In realtà il modo di dire si usa ancora, anche se divulgato più in contesti letterari e giornalistici che nel parlato comune.
Mentre l’ipocoristico Franceschiello è riscontrabile, ancor prima della sconfitta del Regno borbonico, nei giornali politico-satirici dell’epoca (“Il Pasquino”, “Il Lampione”, “L’Italiano”), e ne fa uso lo stesso Garibaldi, che definisce il sovrano borbonico “quel povero diavolo di Franceschiello” (Giuseppe Garibaldi, Memorie autobiografiche, Firenze, Barbèra, 18884, p. 383), la locuzione che lo riguarda e sbeffeggia il suo esercito trova testimonianza sporadica a partire dai primi decenni del Novecento, con un lento progredire per tutto il secolo, (un esempio può essere quello che si riscontra in Bonaventura Tecchi, I villatàuri, Milano, A. Mondadori, 1935: “non siamo mica soldati di Franceschiello!”, p. 64 dell’ed. 1960), fino alla sua parziale registrazione nella lessicografia: oltre che nel GRADIT, a quanto ci risulta il primo dizionario a registrare la locuzione, la troviamo nello Zingarelli, a partire dall’edizione 2002, prima glossata come fam[iliare] e poi come scherz[osa], ma non nel Sabatini-Coletti o nel Devoto-Oli e nemmeno nel GDLI, che pure ha alcune citazioni letterarie in cui appare il nome di Franceschiello. Ma le testimonianze sono discontinue, risultando più frequenti nella seconda metà del secolo scorso, fino a oggi (in particolare in àmbito giornalistico, fattore di diffusione che può aver rafforzato l’uso comune).
Ritroviamo, infatti, la locuzione sulle pagine dei quotidiani in affermazioni politiche, di cronaca e perfino sportive. La pronunciava spesso (alla fine degli anni Novanta) il leader leghista Umberto Bossi nei confronti dei suoi avversari politici (con sicuro intento antimeridionalista); è stata ripresa dal portiere della Nazionale italiana, Luigi Buffon, in occasione dei Campionati europei del 2016, nei quali l’Italia riuscì a raggiungere un buon risultato a dispetto di tutti i pronostici (“Eravamo come l’esercito di Franceschiello, torniamo indietro come una corazzata”, sul “Corriere della Sera”, 4/7/2016); la leggiamo, ad esempio, nel titolo di un articolo apparso sulla “Repubblica” (Filippo Salvia, Regione, l’esercito di Franceschiello, 13/2/2002) dove l’espressione si riferisce alla Regione Sicilia, e così via.
Come forma proverbiale, la locuzione trova attestazione nel Dizionario dei proverbi italiani, curato da Carlo Lapucci (Milano, Mondadori, 2007), alla voce Franceschiello, che oltre a spiegare la formula che abbiamo analizzato finora, ne suggerisce un’altra: “È come la nave di Franceschiello: a poppa combattevano, a prora non lo sapevano”, che sembra ribadire il concetto di disarmonia organizzativa, anche se, come spiega il curatore, “questi proverbi risentono della polemica risorgimentale contro il vecchio regime borbonico”. La registrazione del modo di dire non poteva, infine, mancare nel dizionario degli usi evocativi e antonomastici della lingua italiana Parole per ricordare. Dizionario della memoria collettiva, curato da Massimo Castoldi e Ugo Salvi (Bologna, Zanichelli, 2003), alla voce franceschiello:
soprannome popolare del re di Napoli e delle due Sicilie [...], al quale si rimproverava l’incapacità di affrontare l’isolamento politico internazionale del suo regno e la debolezza della gestione del potere. È rimasta ai posteri l’espressione esercito di Franceschiello per indicare scherzosamente un gruppo di uomini male organizzati e privi di compattezza ed efficacia.
Il modo di dire, a tutt’oggi, è in concorrenza con un’altra locuzione simile nel significato, ossia la ben nota armata Brancaleone (ispirata all’omonimo film di Mario Monicelli del 1966), che qualifica spregiativamente un “gruppo, squadra, organizzazione raccogliticcia, sgangherata e inefficiente” (GRADIT, s.v. armata), e che potrebbe finire per surclassare l’esercito di Franceschiello, con la soddisfazione di tutti coloro che vorrebbero l’attenuazione o la definitiva scomparsa di questa metafora sbagliata, il cui uso documenta un pregiudizio antimeridionale ancora duro a morire.