Consulenza linguistica

Un ostacolo si... raggira?

  • Franz Rainer
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.43685

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Quesito:

Una lettrice domanda se l’uso di raggirare invece di aggirare sia corretto in un contesto come aggirare un ostacolo; un’altra chiede se sia corretto raggiramento come nome d’azione di raggirare.

Un ostacolo si... raggira?

Per quanto riguarda la prima delle due domande, i dizionari sono unanimi: aggirare è un verbo che esprime un movimento fisico (ad es. aggirare le posizioni nemiche) o anche figurato (ad es. aggirare un problema), mentre raggirare significa ‘trarre in inganno, truffare’, appartiene cioè alla sfera morale (ad es. mi sono fatto raggirare). Nell’uso reale però si constata che una minoranza di locutori o scriventi usa raggirare anche con il senso di aggirare, come appunto in quella descrizione di un sentiero alpino che ha istillato il dubbio alla lettrice menzionata: “Non è indispensabile legarsi anche perché la cresta si presenta molto tracciata e mai esposta a parte un unico tratto, raggirabile a destra passando leggermente in basso.” La situazione appena descritta è verificabile facilmente con una ricerca mediante il motore di ricerca di Google, che conferma che raggirare sconfina leggermente nel dominio di aggirare, ma non viceversa: 


Come si vede, l’uso in questione di raggirare è nettamente minoritario, e poiché viene ancora sentito come scorretto da parecchi locutori è senz’altro da evitare, ma l’“errore” che qualcuno oggi commette usando raggirare per aggirare non è senza una storia e quindi una spiegazione.

La differenziazione semantica fra aggirare e raggirare non è giustificabile in sincronia sulla base di nessuna regolarità grammaticale della lingua italiana; si tratta di un ‘fatto bruto’, risultato di un’imprevedibile evoluzione storica. Il prefisso r-, variante di ri-, non è più produttivo nell’italiano di oggi; la sua semantica, che si sottrae a una definizione univoca, non permette di predire la differenza di senso fra i due verbi. In alcuni casi, infatti, il prefissato con r- non si differenzia affatto dal significato della sua base: “Laura assomiglia/rassomiglia alla madre”, “il cielo si è annuvolato/rannuvolato”, “il calore fa ammollire/rammollire la cera”, ecc.

La situazione era ancora ben diversa nell’italiano antico. Il numero relativamente elevato di hapax legomena, cioè di parole attestate un’unica volta, nel Tesoro della lingua italiana delle origini (TLIO) sembra indicare che il prefisso fosse ancora produttivo. Lo studio dei contesti d’uso mostra per di più che la semantica di r- era ancora parallela a quella del prefisso ri-: poteva, ad esempio, esprimere i due sensi dominanti di ri-, l’iterazione (e.g. rassalire ‘aggredire di nuovo [una persona, un esercito]’) e il ritorno a uno stato anteriore (e.g. rabbassare ‘tornare o far tornare a un’altezza inferiore’). Per esprimere questi concetti, la lingua di oggi usa esclusivamente ri-: riassalire, riabbassare.

Tanto aggirare quanto raggirare sono nel TLIO verbi di movimento, aggirare esclusivamente ma predominantemente anche raggirare: “La ciella sua come leon ragiri” (1318-20, toscano), “conciosiacosa che Enea stesse in un loco fermo, Mezenzio a cavallo tre volte il ragira dalla parte sinistra” (a. 1340, senese), “Iesù ‘n qua e là gli occhi ragira” (1364, senese), ecc. In un unico esempio, tuttavia, il senso è reso nel TLIO con ‘indurre all’errore’, il senso morale oggi dominante: “Ricever questo inganno / la mente mia convien ch’ognor sospiri [[...]] / e assai mi raggiri / che nel pensier mi paia aver fallato.” (XIV secolo, toscano, veneziano).

Nel Grande dizionario della lingua italiana (GDLI), questo senso morale è attestato da Giovanni Paolo Oliva (XVII secolo) fino ai tempi presenti. Tuttavia, anche il senso di locomozione, secondo il GDLI, continua a documentarsi fino al Settecento: “La moneta non è ricchezza, ma immagine sua ed istrumento di raggirarla.” (Ferdinando Galiani [†1787], Della moneta, Napoli, 1750, p. 129). Ultime attestazioni s’incontrano persino sporadicamente nell’Ottocento: “Il posto, non espugnato di fronte, è subito raggirato e preso.” (Piero Colletta [†1831], Storia del reame di Napoli, 4 voll., Capolago, 1834, vol. III, p. 272), “La stazione era andata di mano in mano popolandosi di gente che si raggirava frettolosa nella luce scialba e biancastra che pioveva dai globi” (Emilio De Marchi [†1901], Demetrio Pianelli [1890], in Grandi romanzi, a cura di Giansiro Ferrata, Milano, 1960, p. 365). La netta differenziazione semantica fra aggirare e raggirare come la troviamo nei dizionari moderni è dunque relativamente recente, avvenuta dopo lunghi secoli di convivenza più o meno pacifica. Forse ci troviamo di fronte a un esempio del fenomeno che il linguista francese Michel Bréal, nel suo fondamentale Essai de sémantique (Hachette, Parigi, 1897), chiamò loi de répartition, cioè l’ipotesi che di due sinonimi alla lunga uno deve o uscire di campo o differenziarsi semanticamente.

Per quanto riguarda il nome d’azione, osserviamo pure nella lingua di oggi una divisione del lavoro abbastanza netta: aggiramento è la nominalizzazione di aggirare, verbo di movimento, raggiro lo è invece di raggirare, verbo di senso morale. Il suffisso -mento è quello che ci si aspetta con un verbo parasintetico come aggirare. La scelta della conversione nel caso di raggiro invece può essere stata dovuta al fatto che, in seguito alla perdita di produttività di r-, raggirare fosse sentito come prefissato di girare anziché come prefissato di aggirare, seguendo così il modello di girare/giro.

La ripartizione delle nominalizzazioni però non è sempre stata così netta come oggi.

Nell’italiano antico e fino al Settecento, quando raggirare si usava ancora come verbo di movimento, e dunque si sentiva come prefissato di aggirare, si trova anche comunemente, secondo la testimonianza concorde del TLIO e del GDLI, il nome d’azione corrispondente raggiramento, oggi obsoleto come il senso di locomozione del verbo-base raggirare. Sotto raggiramento, il GDLI ha anche in quinto luogo la definizione “azione volta ad abbindolare o a ingannare una persona e perpetrata con artifici e sotterfugi”, che corrisponde al senso morale di raggirare. Però, il dizionario non sostiene questa definizione con nessuna citazione concreta. Il Nuovo De Mauro classifica l’uso di raggiramento con il senso di ‘raggiro’ come di basso uso (BU), etichetta con la quale sono marcati “vocaboli rari, tuttavia circolanti ancora con qualche frequenza in testi e discorsi del Novecento”. Se le cose stanno così, è senz’altro preferibile usare il comunissimo raggiro.

Il nome d’azione raggiro è attestato dal 1618, secondo il Nuovo De Mauro, poco dopo il momento in cui il senso morale di raggirare era diventato più comune. Durante il Seicento, però, secondo il GDLI raggiro si è poi usato anche come nome d’azione del senso di locomozione di raggirare, ancora in uso: “Davanti al palazzo aperse una piazzetta per vaghezza e per comodità del raggiro delle carrozze” (Filippo Baldinucci [†1696], Notizie dei professori del disegno, 21 voll., Firenze, 1772, vol. XIV, p. 110). Più di un secolo dopo troviamo ancora un uso figurato applicato allo stile: “La filosofia puramente naturale, ove voglia mettersi a parlare come maestra delle materie soprannaturali della cristiana teologia, suole snaturare questa dottrina coll’introdurre in essa delle sottigliezze perniciose e false, delle interminabili dispute, dei raggiri implicatissimi di parole” (Antonio Rosmini [†1855], Antropologia soprannaturale, a cura di G. Pusineri, Roma, 1955, p. 195). Un vero e proprio ritardatario è l’esempio seguente: “Fiùt... a falcate, a sgambetti, a raggiri, soffiando e sternutendo, ritta la coda, nero flagello di vittoria, sorpassò la muletta” (Antonio Beltramelli [†1930], Tutti i romanzi, 2 voll., Milano, 1943, vol. I, p. 114).


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