DOI 10.35948/2532-9006/2026.43666
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Un lettore ci chiede se si può usare l’espressione presepe pasquale.
Lo scorso 19 marzo 2026 (il giorno di San Giuseppe, tra l’altro!) la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, su proposta del Ministero della Cultura e con il sostegno della Spagna e del Paraguay, ha presentato all’Organizzazione internazionale la candidatura del presepe (e dell’arte di costruirlo) a patrimonio culturale immateriale. A pochi giorni di distanza, in prossimità della Pasqua, rispondiamo a questa domanda.
Non torno in questa sede sull’alternanza tra presepe e presepio: la seconda forma, sebbene sia forse quella preferibile sul piano storico, è ormai da tempo minoritaria, come si indica già nella risposta di Matilde Paoli (cfr. anche Paolo D’Achille, Presepio, presepe o capannuccia?, in Saggi di linguistica e storia della lingua italiana per Rita Librandi, a cura di Daniele D’Aguanno, Maria Fortunato, Rosa Piro, Claudia Tarallo, Firenze, Franco Cesati, 2022, pp. 379-390). Si tratta, come è noto, di una tradizione tipicamente natalizia che consiste nella rappresentazione dei fatti narrati nel Vangelo di Luca: la nascita di Gesù Bambino in una stalla, l’annuncio degli angeli e l’adorazione dei pastori, a cui si aggiungono tradizionalmente, il giorno dell’Epifania, i re magi, guidati dalla stella cometa (su cui si veda la risposta di Alberto Nocentini). La scena – ambientata in una grotta o in una capanna, inserita tradizionalmente in un contesto campestre o montano, spesso sotto un cielo stellato – è animata da personaggi rappresentati per lo più da statuine di vari materiali: obbligatori sono, oltre al Bambinello, alla Madonna e a San Giuseppe, il bue e l’asinello (la cui presenza si deve ai vangeli apocrifi), ma non mancano angeli, pastori, pecorelle, ecc. La tradizione napoletana prevede poi anche la presenza, tra i pastori, di alcuni specifici personaggi (si veda il testo di Rita Librandi).
Ora, il termine presepe deriva dal latino praesēpe (così come presepio da praesēpĭum) e indica in generale la ‘stalla’ (significato rimasto vitale in vari dialetti, specie settentrionali, e documentato anche nella lingua letteraria), e poi, per metonimia e al tempo stesso per antonomasia, la stalla in cui nacque Gesù, che costituisce il nucleo originario dei nostri presepi. Stando a questo significato, è evidente che presepe pasquale sembra costituire una locuzione ossimorica priva di senso.
Ma proprio la tradizione religiosa di allestire presepi sia nelle chiese, sia nelle case dei fedeli, ha determinato, a partire almeno dal Cinquecento, lo sviluppo, prima per presepio e poi anche per presepe, del significato (si cita testualmente la definizione del GRADIT) di “rappresentazione plastica della nascita di Gesù e dell’adorazione dei magi nella capanna di Betlemme, che si fa a Natale con statuine rappresentanti Maria, Giuseppe, il Bambino, il bue e l’asinello, i pastori, ecc., secondo la descrizione del Vangelo” e poi, per estensione (specie nel linguaggio della storia dell’arte), di “rappresentazione iconografica della Natività e dell’Epifania”.
Ecco allora che, da qualche anno, per analogia con la tradizione natalizia, si è iniziato a diffondere in occasione della Pasqua – che per i cristiani è la festività più importante – l’uso di rappresentare, in un unico contesto, le scene della Passione di Gesù, dall’Entrata in Gerusalemme la Domenica delle Palme (o dall’Ultima Cena) fino alla Resurrezione e si è parlato di presepe pasquale.
Possiamo dunque ricalcare la definizione di presepio del GRADIT e dire che si tratta della “rappresentazione plastica della Passione e della Resurrezione di Gesù, che si fa a Pasqua con apposite statuine, secondo la narrazione del Vangelo”. Da questa definizione si coglie anche la caratteristica essenziale che differenzia i due presepi: quello natalizio è, salvo eccezioni, una “descrizione” sostanzialmente statica di un’unica scena, quello pasquale una “narrazione” dinamica, articolata in diverse scene che vanno viste (come in molte rappresentazioni pittoriche medievali) in una successione sequenziale (sul modello probabilmente, delle canoniche “stazioni” della Via Crucis), in cui la figura di Cristo torna più volte, in diversi atteggiamenti, a seconda delle situazioni. Una differenza analoga, del resto, si ha tra il “presepio vivente” natalizio e le sacre rappresentazioni della Passione del periodo pasquale.
A quanto mi risulta, l’allestimento del presepe pasquale per ora è proprio solo o soprattutto delle chiese e di alcuni ospedali e cliniche cattoliche; ma su Internet si trovano in vendita “statue, ambientazioni e accessori che permettono di ricreare le scene della Passione” (cito da holyart.it), e da ciò si deduce che l’uso sta iniziando a diffondersi.
Tornando all’aspetto linguistico, l’espressione, che non si è del tutto stabilizzata (si trovano anche le sequenze “presepe di Pasqua”, “presepe della Passione”, nonché “presepio pasquale”), non è stata finora registrata dalla lessicografia, ma in rete se ne rintracciano vari esempi, anche al plurale (presepi pasquali), soprattutto nel commercio del corredo necessario per allestire la rappresentazione.
In Google libri una prima isolata apparizione risale al 2001, reca pasquale tra virgolette e documenta la possibilità, ma non l’effettiva esistenza della “cosa”:
“Che peccato”, dice la Lina, “che non ci sia qualcosa tipo presepe anche per Pasqua”.
“Meglio di no”, dichiara Giulia. “Sarebbe troppo triste. Le quattordici stazioni della Via Crucis da percorrere prima di arrivare all’attimo folgorante della Resurrezione… No, meglio tante uova e tanti fiori”.
[…]
Quel discorso sul presepe “pasquale” ha lasciato pensosa Margherita. Non bastano le uova colorate e i fiori per introdurre nella festa il senso del sacro. (Mimmi Cassola, Arrivi e partenze. Romanzo. La grande famiglia 2, Milano, Jaca Book, 2001, pp. 153-154)
Sempre in Google libri ci sono solamente altri tre esempi, che si collocano cronologicamente tra il 2017 e il 2023:
Un mattino presto, durante i miei primi mesi a Moorehead, mentre le due colleghe stavano allestendo il presepe pasquale, avevo letto il dossier da dipendente di Randy, che includeva un elenco dei suoi reati minorili – condotta sessuale inappropriata, furto con scasso. (Ottessa Moshfegh, Eileen. Romanzo, traduzione di Gioia Guerzoni, Milano, Mondadori, 2017)
[…] fare una breve visita in chiesa gustandomi il silenzio rotto dalla dolce musica mista al canto degli uccelli, che accompagna i visitatori, come invito a percorrere il cammino creato ad hoc dal Presepe Pasquale, una tradizione di San Bortolo, un dono che i ragazzi del posto creano per i turisti e per chi ritorna a rivedere il paese, lasciato tanti anni fa con tanta sofferenza […]. (Vittoria Dal Santo, Fiocchi di luce, Roma, Albatros, 2022)
“Professò, questo tipo di presepe pasquale ha una tradizione antica assai. Si chiama ‘sepolcro a personaggi’, ma non c’è bisogno che andate così lontano. Basta che vi fate un salto in costiera, da Sorrento ad Amalfi a Procida, in questa settimana santa, e le processioni le fanno pure là, tali e quali... Allora, v’interessa l’oggetto?”. (Carlo Animato, Il ramo di Giuda, Edizioni Il Vento Antico, 2023, e-book, cap. 3, che inizia con la data: “Napoli, 17 aprile 2014, giovedì santo”)
Questi esempi potrebbero riferirsi a cose alquanto diverse, ma sembrano indicare che la tradizione è più antica, almeno in certe zone (il primo parrebbe documentare la presenza del presepe pasquale nelle carceri minorili statunitensi), rispetto alle prime occorrenze reperite. Tuttavia, anche le prime attestazioni su Google (comprese quelle di video, servizi di tv locali, ecc.) non si datano molto prima del 2020. Un pochino anteriori sono i più antichi dei pochi esempi reperibili negli archivi del “Corriere della Sera” (risalgono al 2012 due casi di presepe pasquale e presepio pasquale) e della “Repubblica” (è del 2013 un esempio di presepi pasquali).
Parliamo dei presepi… pasquali. Ci è già capitato di vederli nelle chiese, dal Trentino, […], giù sino alla Sicilia, ma anche in Lombardia, […] o in Veneto, a Vazzola e a San Trovaso, in provincia di Treviso dove il vescovo stesso ha consigliato – per far capire di che si tratta – di chiamarlo proprio così: «presepio pasquale». (Marco Roncalli, Non solo Natale: il presepe a Pasqua, “Corriere della Sera”, Bergamo, 3/4/2012, p. 13)
Chi visita il Museo d’arte sacra San Martino di Alzano Lombardo non può dimenticare – oltre al presepe pasquale e i capolavori degli artisti delle famiglie Fantoni e Caniana – di ammirare in un’altra sala del museo due strumenti musicali lignei particolarissimi e non più in uso... (Quando le campane restano mute, “Corriere della Sera”, Bergamo, 3/4/2012, p. 13)
Da non dimenticare, il concerto di Pasqua di domenica nella basilica dei Santi dodici apostoli oltre a quello al Teatro Marcello. Cioccolato e presepi pasquali sono invece gli ingredienti della ‘Pasqua 3d’, rassegna aperta fino a lunedì nella Galleria Agostiniana in piazza del Popolo. (Alessia Ribezzi, Pasqua tra musei aperti e passeggiate nelle Oasi del Wwf, “la Repubblica”, Roma, 30/3/2013, p. 1)
Possiamo dunque, per concludere, considerare presepe pasquale come un “neologismo combinatorio”, formato dall’accostamento di due parole preesistenti, ma che in precedenza non ricorrevano negli stessi contesti (un po’ come fuoco amico, che però è modellato sull’inglese friendly fire). Se questa tradizione, ancora allo stato embrionale, attecchirà, anche la locuzione neologica che la indica entrerà nell’uso, altrimenti no. Sommessamente, mi permetto di dire che mi accontenterei che resistesse e che anzi si estendesse, magari grazie all’auspicato riconoscimento UNESCO, la vecchia tradizione del presepio natalizio, anzi, direi, del presepio… senza aggettivi!