Consulenze linguistiche

Facciario

  • Paola Villani
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2022.14685

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Quesito:

Alcuni lettori ci segnalano il termine facciario usato dai media: è una parola nuova?

Facciario

Durante le consultazioni che hanno preceduto la formazione del governo Draghi, tra fine gennaio e inizio febbraio 2021, alcuni quotidiani hanno utilizzato il termine facciario, definito in un articolo della “Repubblica” “un neologismo alquanto scorretto”:

Per aiutare il presidente incaricato Mario Draghi durante questi giorni delle consultazioni il suo staff ha preparato una sorta di prontuario, un “facciario” (se volessimo creare un neologismo alquanto scorretto), una sorta di album con le foto di tutti gli esponenti dei partiti che formano le delegazioni con cui sta avendo i colloqui. (“la Repubblica” 5/2/2021)

Anche nel sito online della Treccani “Lingua italiana”, facciario è annoverato fra i neologismi del 2021:

Il primo giro di consultazioni Mario Draghi lo ha compiuto tenendo sul tavolo il “facciario” della Camera in modo da districarsi negli incontri con delegazioni a volte folte. (“Il Messaggero” 07/2/2021)

Ma si tratta davvero di un neologismo, per di più “scorretto”?

Da una rapida ricognizione in diversi dizionari, ci si accorge subito che non siamo di fronte a una neoformazione. Non tutti i repertori lessicografici consultati lemmatizzano la voce facciario, ma la si può reperire in almeno tre dizionari: il GRADIT (1999-2000), il GDLI (Supplemento 2009) e il Devoto-Oli (2010).

Il GRADIT ha per primo registrato il vocabolo facciario nel significato di “album fotografico con i volti dei parlamentari che consente ai commessi della camera o del senato di riconoscerli”; come data di prima attestazione indica il 1992, fonte il “Corriere della Sera”. Un decennio più tardi, lemmatizza la voce il Devoto-Oli che fornisce la medesima definizione del GRADIT. Infine, il GDLI, nel Supplemento 2009, specifica opportunamente che il facciario consente “in particolare” ai commessi − e quindi non solo a loro − di riconoscere i parlamentari grazie alle foto. Data di prima attestazione e fonte sono le medesime del GRADIT:

Dietro un paravento, l’onorevole si pettina, sceglie una posa seria o sorridente e aspetta lo scatto. Finirà sul ‘facciario’, quella specie di galleria di ritratti a disposizione di funzionari e giornalisti che hanno bisogno di qualche settimana prima di poter riconoscere i neoeletti. (“Corriere della Sera” 22/4/1992)

Il GDLI aggiunge pochi altri esempi:

Non vorrei arrivare a fare l’elenco, con il ‘facciario’ che ho qui con me, delle persone che continuano a votare non essendoci. Se vuole le faccio la lista, altrimenti sarò costretta a fare un comunicato stampa e dare l’elenco dei nomi, certificato dal ‘facciario’, dei senatori che non sono in aula. (www.parlamento.it, 21/2/2002)

Sfogliando il nuovo ‘facciario’ degli inquilini di Palazzo Madama, si scopre che un Giulio Marini esiste davvero ed è un senatore di FI. (“La Provincia” 29/4/2006)

Nei repertori giornalistici in rete, consultabili tramite la Stazione lessicografica VoDIM dell’Accademia della Crusca, sono reperibili solo tre attestazioni:

Berlusconi conclude la sua replica. Si risiede e rimpiomba nell’accidiosa attesa. Per far correre i minuti, compulsa “l’elenco fotografico degli onorevoli senatori”, in gergo il facciario. “Armani Costantino, Lega Nord, Trentino”. Uno sguardo alla foto, un lungo sguardo alla ricerca della faccia. (“la Repubblica” 19/5/1994)

IL FACCIARIO UFFICIOSO Anche piazza Montecitorio si prepara all’ avvio della legislatura, discretamente presidiata da forze dell’ordine e diversi agenti in borghese. Varcato il portone d’ingresso, saranno gli assistenti parlamentari ad accogliere i neo parlamentari. E ad affrontare l’arduo compito di abbinare i volti ai nomi. Manca ancora il tradizionale annuario - la cosiddetta “navicella” - ma c’è chi si aggrappa a un “facciario” ufficioso che circola nel Palazzo. (“la Repubblica” 15/3/2013)

I nuovi senatori si fanno scortare dai commessi. Non sanno dove andare, i funzionari di Palazzo Madama hanno un facciario per riconoscerli. (“la Repubblica” 19/3/2018)

La ricerca in grandi corpora dell’italiano, come SketchEngine, non dà risultati utili.

Questo dato ci dice che il termine facciario è rimasto confinato al lessico parlamentare e che solo in modo episodico ha fatto la sua apparizione in qualche articolo di stampa.

Chiunque abbia consuetudine con le aule parlamentari sa bene che il facciario (al pari del formulario, la raccolta delle formule stereotipiche che segnano le diverse fasi procedurali di una seduta) è uno strumento indispensabile di lavoro: soprattutto a inizio legislatura, consente ad assistenti parlamentari, resocontisti e funzionari di riconoscere rapidamente un deputato o un senatore.

La marca d’uso attribuita al vocabolo dai tre dizionari che lo registrano è gergale, in quanto esso fa parte di quel drappello di parole ben conosciute da chi ha dimestichezza con i lavori parlamentari, ma poco note alla maggior parte dei parlanti dell’italiano (v. esempio di chiama), se non quando iniziano ad essere riprese dai mezzi d’informazione. E proprio per segnalarne il carattere gergale, i giornali riportano, per lo più, il termine tra apici o tra virgolette:

Draghi immerso nel “facciario” dei parlamentari è la prova che la fama che vi regalano i social è farlocca. (“Il Foglio” 8/2/2021)

Tra una classica bottiglia d’acqua e bicchiere, un portapenne stracolmo, il tablet e lo smartphone d’ordinanza a spiccare è il “facciario” dei suoi interlocutori. Una sorta di promemoria visivo (con tanto di fototessere) per aiutarlo a riconoscere coloro che, via via, si sono alternati ad incontrarlo. (“Il Giornale” 5/2/2021)

Per quanto riguarda il procedimento di formazione del vocabolo, esso è del tutto regolare: si riconoscono chiaramente una base faccia, nel senso di ‘viso’, ‘volto’, e il suffisso -ario, esito del latino -arius, con valore locativo. Facciario si inserisce in quella serie di nomi “in costante espansione […] che presenta[no] un chiaro carattere collettivo, designando sia il luogo fisico, per lo più volumi, cataloghi, archivi, registri, incartamenti, in cui i referenti dei nomi di base […] sono raccolti, sia l’insieme degli stessi” (Maria G. Lo Duca, Nomi di luogo in Grossmann- Rainer 2004, pp. 234-239: 235). Anche nel caso di facciario, però, come per nomi quali casellario, firmario, indirizzario, citati da Lo Duca, il valore locativo nella coscienza dei parlanti è andato via via attenuandosi, mentre è prevalso il senso di ‘raccolta, insieme di’.

Come mi è stato cortesemente precisato dall’Archivio storico della Camera dei deputati, tra le carte di documentazione della Consulta e della Costituente (1946-1948), confluite nel fondo della Costituente, non vi è alcuna raccolta di foto dei Consultori e dei Costituenti.

Il primo elenco ufficiale di foto di deputati e senatori, corredato da alcuni dati biografici degli eletti, è stato pubblicato nel 1949 (I legislatura della Repubblica) dalla casa editrice “La Navicella”, ed è noto proprio con questo nome a chi si interessi, a vario titolo, di lavori e di storia del Parlamento. Dal 1992, la casa editrice che ha pubblicato successive edizioni del repertorio biografico dei parlamentari è la Editoriale Italiana, la quale ha tuttavia continuato a chiamare questa specifica pubblicazione “La Navicella”.

Il facciario non è mai stato alternativo alla “Navicella”. Si tratta di un volumetto con le sole foto dei deputati e dei senatori, l’indicazione del nome e del gruppo politico di appartenenza, ad uso degli uffici parlamentari (e fino a non molti anni fa consisteva in semplici fotocopie delle foto rilegate in fascicolo). Sebbene le foto degli eletti siano ora reperibili sui siti intranet e internet di Camera e Senato, la versione cartacea continua ad essere utilizzata.

La voce facciario è sicuramente circolata nelle aule parlamentari, in particolare nel parlato − nello scritto si utilizza preferibilmente la locuzione “elenco fotografico” − ben prima che fosse usata in articoli di stampa negli anni Novanta. Come si evince dai dati di Google trends, che indicano in che misura un termine è stato oggetto di ricerche su Google, si è registrato un picco a febbraio 2021, proprio nel momento delle consultazioni per la formazione del governo Draghi, quando facciario ha conosciuto il suo momento di gloria, tanto da guadagnare anche un hashtag (l’aggregatore tematico dei social media) su Twitter: https://twitter.com/hashtag/facciario.

Nel blog online Terminologia etc. Licia Corbolante osserva che “il facciario parlamentare italiano può ricordare il face book o facebook che in alcune università americane è (o forse era) una pubblicazione stampata od online con le foto e il nome di studenti e insegnanti, resa disponibile all’inizio dellanno accademico”. In effetti, tramite Google books si può accedere al Face book della Law school dell’università del Michigan (prima edizione, anno accademico 1966), che è l’elenco fotografico degli studenti di quella facoltà. In inglese, la scrizione univerbata facebook andrebbe incontro oggi a qualche problema, dal momento che, come riporta anche Corbolante, nel 2011 Facebook ha intentato una causa al social network Teachbook, comunità in rete di insegnanti, per l’uso di book che costituisce, in quella determinata sequenza, “parte distintiva del marchio di Facebook”, e ha chiesto anche di registrare come marchio la parola face (cfr. Max Fisher, Can Facebook Trademark the Word ‘Face’?).

Ma il colosso social Facebook è nato dall’idea del suo fondatore di caricare in rete le foto e i nomi degli studenti dell’università di Harvard ricavati dal Face book, ossia dal facciario di quella università (cfr. La storia di Facebook).

Quale che sia la sua origine, oggi il nome Facebook, comunque lo si scriva e qualunque lingua si parli, evoca immediatamente il social network fondato da Mark Zuckeberg; del face book, nel senso di ‘libro fotografico delle facce’, è rimasta qualche traccia in vecchi film e serie televisive statunitensi, anche di argomento poliziesco, in cui si ricorreva ai facciari dei college per ritrovare persone disperse.
Il termine italiano facciario non ha avuto invece analoga fortuna, dal momento che il suo uso non ha oltrepassato l’ambito parlamentare.

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