DOI 10.35948/2532-9006/2026.43719
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Un lettore ci scrive per avere chiarimenti sul significato di due termini presenti in Su e giù per Firenze (Firenze, G. Barbèra, 1877) di Yorick, al secolo Pietro Coccoluto Ferrigni, Camaldoli (o camaldoli) e ciarabottane.
I Camaldoli di Firenze
Come tutti sanno, Camaldoli è un luogo del Casentino, nel Comune di Poppi, dove, in una fitta e ben tenuta foresta di abeti, sorge uno straordinario complesso religioso, costituito da un eremo e da un monastero di benedettini, detti “camaldolesi”. L’eremo fu fondato da San Romualdo nel 1012 su un terreno donatogli da tale Maldolo. La chiesa dell’eremo fu consacrata nel 1027, quella del vicino monastero nel 1033. Quando nel 1113 fu approvata la nuova regola da parte di papa Pasquale II, i monaci camaldolesi erano già un’estesa congregazione, presente con quattro eremi e una trentina di monasteri soprattutto nell’Italia centrale. A Firenze, nel 1295, fondarono il monastero di Santa Maria degli Angioli, divenuto presto uno dei principali centri della vita culturale e artistica della città. Retto dapprima da Guittone d’Arezzo, fu sede di un’importante scuola di miniatura sotto la guida di Lorenzo Monaco e una fucina di studi umanistici: vi si formò e vi risedette il dottissimo Ambrogio Traversari, che nel 1436 divenne priore generale dell’ordine. La grande biblioteca del monastero fu frequentata da Cosimo il Vecchio, da Lorenzo il Magnifico e dagli intellettuali della sua cerchia. Nel 1434, su un lato del monastero, Filippo Brunelleschi cominciò a edificare una cappella a pianta ottagonale senza poterla portare a termine, la cosiddetta “Rotonda Brunelleschi” che oggi è sede del Museo de’ Medici.
Già saccheggiato nel 1378 durante il “Tumulto dei ciompi”, il monastero di Santa Maria degli Angeli, spogliato delle sue opere d’arte durante la dominazione francese, nel 1808 fu soppresso, come altri conventi, da Napoleone. Assegnato all’Ospedale di Santa Maria Nuova, dal 1917 una parte del complesso fu utilizzato come sede dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra che l’arricchì di opere moderne; una parte è passata poi all’Università di Firenze che fra il 1959 e il 1964 vi edificò la dissonante Facoltà di lettere. Oggi, dopo due secoli di trasformazioni, quel poco che rimane dell’antico monastero è visibile nel nuovo Museo de’ Medici di via degli Alfani e in alcuni cortili della ex Facoltà, ora Biblioteca Umanistica (cfr. Chiara Ricci, Santa Maria degli Angeli. Un monastero camaldolese “dimenticato” nel centro di Firenze, Firenze, University Press, 2021; Santa Maria degli Angeli a Firenze, a cura di Cristina De Benedictis, Carla Milloschi, Guido Tigler, Firenze, Nardini, 2022).
Tuttavia nel 1102, quasi due secoli prima della fondazione di Santa Maria degli Angeli, era stata concessa dalla città di Firenze all’abate Rodolfo di Camaldoli la chiesa di San Salvatore fuori delle mura, nei pressi dell’attuale piazza Tasso, affinché vi impiantasse un monastero. I monaci camaldolesi che vi risedettero si adoperarono attivamente per la popolazione della zona, edificando intorno alla chiesa e in quelle che diventarono le adiacenti vie di Camaldoli, del Leone, della Chiesa, dell’Orto, fino a Borgo San Frediano, numerosi complessi di semplici abitazioni destinate agli indigenti. Così “i Camaldoli”, al plurale per contrazione di un’espressione più ampia e forse per distinguerlo dal toponimo casentinese, diventò, già anticamente, il nome di quel quartiere di povera gente beneficiata dai monaci; un quartiere che tuttavia restava sempre un po’ malfamato: «una che aveva nome la Niccolosa, la quale un tristo, che era chiamato il Mangione, a sua posta tenendola in una casa da Camaldoli, prestava a vettura» (Boccaccio, Decameron IX, 5, 8). In seguito camaldoli fu applicato come nome generico a indicare altri quartieri poveri e screditati della città, come quello intorno a San Lorenzo. Qualcosa di analogo avvenne nei primi anni sessanta del secolo scorso, dopo la guerra di Corea, quando in diverse città e località italiane i quartieri suburbani gremiti di costruzioni e di popolazione furono chiamati “coree”.
Scriveva Tommaseo nel suo dizionario (Tommaseo-Bellini): “Di Camaldoli, è come dire Di bassa gente, Di contrade abitate da volgo. Cose da Camaldoli, bassamente plebee”. E, naturalmente, dato che dove vive il popolo si usano modi diretti e una lingua più schietta e colorita, i “Camaldoli” di Firenze, per filologi e linguaioli di due secoli fa, erano, a seconda dei casi, una sentina di “riboboli” volgari, il peggio del vernacolo più sguaiato, o un mitico luogo di semplice e spontaneo favellare dove cogliere il fior fiore dell’espressività fiorentina. Anche il grande Alessandro Manzoni avrebbe ricordato con piacere “quei soavissimi colloqui di Via del Campuccio”, una strada d’Oltrarno negli originari Camaldoli, dove abitava Gaetano Cioni, il più bendisposto degli informatori fiorentini coi quali, nell’estate del 1827, si era messo a “risciacquare” i Promessi sposi. Va detto, comunque, che la rinomanza linguistica di quel quartiere, prima ignota a tutti, era nata solo dopo il Saggio di scherzi comici (1819) di Giovan Battista Zannoni, dove l’erudito filologo e segretario della Crusca aveva pubblicato tre vivacissime commedie ambientate fra le ciane dei Camaldoli (i Camardori) di San Lorenzo, ciane che son fatte interloquire in modo davvero sboccato.
Da quel nome si ricavarono anche i verbi camaldolare: “Dai Camaldoli di Firenze, luoghi di povera gente del popolo, dicesi con dispregio, de’ soliti, Camaldolare, Tenere chiacchiere e Fare atti da ciane, plebei. Ma Camaldoli sa pure creare de’ verbi, e ne farebbe di que’ sanguinosi ch’io non vo’ dire. Stanno camaldolando sulla porta di casa” (Tommaseo-Bellini) e scamaldolare (ivi). Sempre per indicare un modo plebeo di fiorentineggiare si usarono inoltre i derivati camaldoleria, camaldolesco, camaldolese, camaldolino.
Pure Pietro Fanfani, nel Vocabolario dell’uso toscano (Firenze, Barbèra,1863), dedicò un lemma al nome del quartiere:
Così chiamansi in Firenze due parti della città con vie strette e povere case, dove stanno la povera gente, e la meno civile, dette Ciani gli uomini o Beceri, e Ciane le donne. Ci sono i Camaldoli di San Friano (San Frediano), e i Camaldoli di San Lorenzo: quelli di là, questi di qua d’Arno. Il nome di quelli di San Friano venne da una chiesa, che vi era lì presso, appartenente ai monaci camaldolesi; e quelli di San Lorenzo lo presero da quelli. Nei Camaldoli si parla il vero idiotismo fiorentino, quale lo diede lo Zannoni nelle sue Ciane.
Anche il monastero di San Salvatore a Camaldoli, dopo aver patito i danni dell’assedio del 1529, quando venne abbandonato dai monaci, fu soppresso per l’illuminato volere di Pietro Leopoldo di Lorena, che nel 1780 lo destinò a quelle che si sarebbero dette “Scuole Leopoldine”, un educandato per fanciulle povere. Alla fine dell’Ottocento il quartiere di Camaldoli in Oltrarno fu in gran parte risanato, ricavando dalle demolizioni l’attuale piazza Tasso. Anche i Camaldoli di San Lorenzo, fra Cafaggio e via Porciaia, scomparvero con le demolizioni iniziate nel 1875 per far spazio al nuovo Mercato Centrale. Di conseguenza camaldoli nel senso di ‘quartiere popolare (fiorentino)’ divenne una parola che non si usò più e oggi è morta; come non si parlò più di camaldolerie linguistiche che, se andavano bene quando nelle dispute fra letterati si battagliava contro l’egemonia del fiorentino, non ebbero senso quando ci si rese conto che quella pretesa egemonia, se mai c’era stata, era svanita da tempo. I vocabolari dell’italiano contemporaneo, infatti, non registrano la parola; invece il GDLI Grande dizionario della lingua italiana, che è un lessico storico, ha camaldolare e camaldolese ‘tipico del quartiere di S. Frediano’, ‘volgare’, con indicazioni etimologiche. Per una più approfondita trattazione si veda tuttavia Wolfgang Schweickard, Deonomasticon Italicum, Tübingen, M. Niemeyer, 1997-2006, vol. I, f. 3, 1999, pp. 338-340.
Restava, grazie alle sapienti cure dei seguaci di San Romualdo, la millenaria foresta nel Casentino, col suo imponente complesso di edifici sacri. Ma come a Napoli fu confiscato nel 1807 l’eremo dei Camaldoli per destinarlo a uso militare, così nel 1810 i francesi s’impossessarono di quello casentinese, trasferendone i beni al demanio, saccheggiando la biblioteca, disperdendo i monaci. Con l’Unità d’Italia tutto passò sotto l’amministrazione dello Stato, mentre i monaci poterono tornare nell’eremo. L’antico ospedale dei pellegrini di fronte al monastero, trasformato in foresteria a disposizione del corpo diplomatico, dal 1934, su iniziativa dell’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa, cominciò a ospitare raduni di formazione teologica per i giovani della Federazione degli universitari cattolici (FUCI), allora guidati da Giovanni Battista Montini e assai attivi a Pisa. Durante una di tali settimane di studio, dal 18 al 24 luglio 1943, alla vigilia dell’uscita di scena di Mussolini e del crollo del regime fascista, un gruppo di “fucini” (fra i quali anche i filologi Aurelia Bobbio e Vittore Branca e il matematico Guido Zappa), insieme a giuristi (Giuseppe Capogrossi, Giorgio La Pira, Ferruccio Pergolesi), a economisti e politici, redasse, in vista della ripresa di una libera vita civile, il “Codice di Camaldoli”, i cui princìpi troveranno eco nella Costituzione del 1948.
Da allora Camaldoli ha assunto una nuova accezione proprio in riferimento a tale “Codice” e all’impegno sociale dei cattolici. Infatti, specie nel disorientamento di questi ultimi anni, si è parlato spesso di “ritorno allo spirito di Camaldoli” per indicare il rilancio di quel progetto politico e civile. Così nel 2018, a Firenze, per iniziativa di Paolo Magnolfi e Stefano Zamagni, è sorta l’Associazione Nuova Camaldoli, che nel settembre 2025 ha presentato un “Codice per una nuova Europa”. Successivamente il cardinale Matteo Zuppi ha auspicato una “Camaldoli” europea, necessaria per far rivivere certi ideali di fondo e avviare un comune cammino verso la pace.
Se la gran parte dei monasteri camaldolesi sono scomparsi e gli stessi monaci sono ridotti a poche decine, se dell’antico quartiere fiorentino dei Camaldoli nessuno sa più nulla e delle dispute sul gergo camaldolesco delle ciane meno che meno, sembra restare ancora vivo il nome di Camaldoli in questa nuova più nobile accezione. Una piccola cosa, ma che rincuora.
Cerebottana
Il termine, come s’intuisce, è una variante di cerbottana. Dovuta all’inserzione (epentesi) di una vocale che rompe il nesso consonantico rb, cerebotana si trova già in un passo latino del 1396 compreso negli Statuta et ordinamenta della comunità di Udine, citato da Wolfgang Schweickard nel fascicolo 12 degli Orientalia del LEI Lessico etimologico italiano (Wiesbaden, 2024, c. 836). In quel testo la parola indica tuttavia un’arma da fuoco, un lungo cannone di piccolo calibro, simile alla spingarda: accezione diffusasi in Italia nel Quattrocento e presente in diverse varianti, ma poi scomparsa. Invece il significato principale, ‘arma fatta di una canna che consente, soffiandovi dentro, di lanciare pallottole o piccole frecce’, è attestato in italiano dal 1484, anch’esso in varie forme (zarabottana, ciarabotana, ecc.), ed è andato presto prevalendo su quello di ‘arma da fuoco’. La parola proviene dall’arabo zarbațāna(h), a sua volta dal persiano zabațāna, e questo dal malese sumpītan, tutti termini che indicano la medesima arma da fiato. Nel lemma che Schweickard dedica all’arabismo nel citato fascicolo degli Orientalia (cc. 834-838), non solo ne presenta varie attestazioni antiche, ma ricostruisce in modo impeccabile la storia della parola.
Per le varianti di cerbottana si sarebbero potuti consultare proficuamente il Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini; e il GDLI. Grande dizionario della lingua italiana della Utet (quest’ultimo ha anche la forma cerebotana): entrambe le opere sono disponibili in formato elettronico sul sito dell’Accademia della Crusca. Anche il LEI. Lessico etimologico italiano è consultabile elettronicamente, ma il fascicolo del 2024 che contiene l’arabismo cerbottana ancora non è disponibile in forma digitalizzata.