Consulenza linguistica

Accidente e incidente sono sinonimi?

  • Simona Cresti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.43697

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Quesito:

Alcuni lettori ci chiedono di confrontare due parole che percepiscono come sinonimi, i sostantivi accidente e incidente: possono essere usate una al posto dell’altra?

Accidente e incidente sono sinonimi?

Accidente e incidente in sincronia
Effettivamente, le due parole mostrano una qualche somiglianza dal punto di vista semantico: tanto un accidente quanto un incidente indicano ‘qualcosa di inaspettato che accade’. La vicinanza è lampante anche dal punto di vista morfologico e storico-linguistico. Entrambe le parole derivano da participi presenti latini, peraltro di composti dello stesso verbo; entrambe sono sostantivi, almeno nella forma che interessa ai nostri lettori, e per certi versi anche la loro evoluzione è paragonabile: parole di tradizione dotta, specializzate in molti usi tecnici ma disponibili anche per impieghi comuni, alcuni dei quali cristallizzati in espressioni idiomatiche. Eppure, se attualmente tra accidente e incidente si può tracciare una relazione di sinonimia, questa è parziale, relativa solo ad alcuni aspetti delle rispettive aree di significato.

Per accidente, il GRADIT riporta come significato principale “ciò che accade in modo imprevisto, evento fortuito, generalmente spiacevole, caso: gli accidenti della vita”. Molto simile, a prima vista, il significato primario attribuito a incidente: “fatto inatteso, specialmente negativo che viene a turbare lo svolgimento di un’attività o il normale corso degli eventi”. Possiamo allora sostituire, nella frase fornita dal GRADIT come primo esempio d’uso, l’una parola con l’altra, preservando intatto il significato? Non propriamente, perché con “gli incidenti della vita” volgeremmo il significato della sequenza da qualcosa come ‘le vicissitudini della vita’ a qualcosa come ‘gli intoppi, le disgrazie della vita’.
Lo sbilanciamento “in negativo” del significato di incidente resta non colmato neppure se consideriamo la principale estensione semantica segnalata per accidente, che è quella di ‘disgrazia’. Per illustrarla, il GRADIT spiega l’esempio “accidente di mare” con “incidente che avviene durante la navigazione”. Tuttavia, coerentemente con quanto presentato all’inizio della voce, nel GRADIT incidente è sinonimo di accidente solo quando accidente è usato in questo senso esteso; viceversa, tra i sinonimi di incidente non troviamo accidente, ma termini più connotati in senso negativo come imprevisto, inconveniente, avversità, disastro, disgrazia, infortunio, sciagura, e soprattutto sinistro, perché, nel suo significato principale, incidente si è specializzato in italiano in usi che lo collocano nel contesto stradale e automobilistico: “scontro di veicoli o di un veicolo contro un ostacolo: strada interrotta per un grave i[ncidente]”.

Anche in questo caso la sostituzione è poco tollerabile all’interno di una normale conversazione: se dicessimo “ho avuto un accidente con la macchina”, non avremmo la sensazione di aver fatto una scelta lessicale azzeccata. La questione dell’intercambiabilità di accidente e incidente in relazione alle disgrazie, in particolare stradali, è stata affrontata a più riprese tra gli anni ’50 e ’70 sulle pagine di “Lingua nostra” (Carl Theodor Gossen, Sinonimi e paronimi di «accidente», “Lingua nostra”, XIV, 1953, pp. 45-47; Bruno Migliorini, Accidente e incidente, ivi, XXXIII, 1972, p. 88; Carl Theodor Gossen, Accidente o incidente?, ivi, XXXIV, 1973, pp. 128-130): in sintesi, già nel primo intervento accidente veniva bocciato come possibile sinonimo di incidente in quello specifico contesto. Se anche accidente era stato qualche volta impiegato, “nello stile giornalistico dell’epoca della prima guerra mondiale”, per parlare delle disgrazie stradali, all’epoca degli articoli quell’uso appariva già tramontato (Gossen 1953, p. 45). L’articolo del 1973 ribadiva le conclusioni del primo, allegando una ricerca sui giornali: in relazione alle disgrazie nel traffico, incidente aveva ormai preso il sopravvento su accidente – un’egemonia schiacciante che mantiene ancora oggi (“accidente stradale”, lanciato sulle pagine italiane di Google, dà 1.380 risultati contro i 7.540.000 di “incidente stradale”, e “accidente automobilistico” 1.950 contro i 103.000 della stringa attesa, quella formata con “incidente”, dati aggiornati all’11/4/2025). Secondo Gossen, la ragione di questa mancata sinonimia è da ricercare nell’essere, accidente, “semanticamente già bloccato dai significati di ‘caso fortuito’ e di ‘colpo apoplettico’ e, partendo da quest’ultimo, dall’uso interiezionale di accidenti!, dalla locuzione: che ti pigli un accidente! e simili, e dall’uso popolare come rafforzamento della negazione: non me ne importa un accidente, ecc.” (Gossen 1953, p. 45).

Quelli elencati dallo studioso svizzero sono solo alcuni dei vari significati assunti da accidente. I vocabolari ne illustrano molti, alcuni legati a impieghi tecnico-specialistici, altri cristallizzati in fraseologie, e per nessuno di questi, naturalmente, incidente sarebbe una possibile alternativa lessicale. Seguiamo ancora il GRADIT, che segnala subito il senso di “manifestazione rapida e improvvisa di un male”, o anche “complicazione” di una malattia, legato alla sfera della medicina. Per estensione dal significato medico, nel registro colloquiale un accidente è anche un malanno generico (“non uscire senza giacca o ti pigli un accidente”) o un colpo apoplettico (“quasi quasi mi viene un accidente per lo spavento”, anche e soprattutto in imprecazioni, come ricordato da Gossen). Ancora nel registro colloquiale si collocano gli usi in cui la parola, per estensione, indica qualcosa di molto sgradevole e fastidioso (“spegni quell’accidente di radio”) o, in frasi negative, equivale a un ‘nulla, niente’ detto in modo non elegante (“non me ne importa un accidente”). Si parla di accidenti in senso tecnico anche in filosofia (per indicare, come si vedrà meglio tra poco, “ciò che appartiene a qualcosa pur non facendo parte della sua essenza”), nella grammatica (“modificazione morfologica delle parti variabili del discorso”), in musica (“segno di alterazione di una nota”): nemmeno in questi casi, naturalmente, si può parlare di incidenti.

Il significato del sostantivo incidente è altrettanto articolato e specializzato. Il senso primario che abbiamo citato sopra (“fatto inatteso, specialmente negativo…”) secondo il GRADIT si può estendere a indicare anche una “disputa sorta nel corso di una discussione spec[ifica] su questioni non pertinenti all’argomento principale”: “l’incidente si è chiuso, non parliamone più”. Sono poi comuni le locuzioni incidente di percorso “contrattempo […]” e incidente diplomatico “[…] avvenimento che rischia di compromettere le buone relazioni fra due paesi”. Il vocabolario ricorda anche che incidente ha usi tecnici e specialistici in locuzioni proprie del linguaggio politico (incidente di frontiera) e, soprattutto, di quello giuridico, habitat di espressioni come incidente d’esecuzione, incidente di falso (che indicano questioni sollevate nel corso di provvedimenti o processi), incidente probatorio (“attività istruttoria compiuta […] prima dell’apertura del dibattimento […]”). Tutte espressioni fisse, per le quali il problema della sostituzione non si pone.

In breve: accidente e incidente sono raramente intercambiabili nell’italiano contemporaneo. Le due parole si sono di fatto specializzate in una selva di significati e impieghi, in parte comuni e in parte tecnici, che potremmo guardare, con una similitudine, come fronde ormai distanti di alberi che hanno le radici intrecciate. Indagare questo intreccio dal punto di vista storico può aiutarci a comprendere meglio la vicinanza percepita da alcuni lettori.

Accidente e incidente in diacronia
Considerate nei significati e negli usi che premono ai nostri lettori, accidente e incidente sono sostantivi; entrambi, nondimeno, derivano da participi presenti latini. Accĭdens -entis e incidĕns -entis erano i rispettivi participi dei verbi accĭdo (inf. accidĕre) e incĭdo (inf. incĭdĕre), due composti del verbo cādo (cādĕre) ‘cadere’. Il primo, risultante dalla combinazione di cādĕre col prefisso ad-, assumeva un significato che poteva essere reso come ‘cadere verso, addosso’, ma anche ‘accadere’; il secondo, in cui lo stesso verbo di base è preceduto dal prefisso in-, poteva significare ‘cadere dentro o sopra’, e anche ‘accadere, capitare’, soprattutto per caso. Entrambi i verbi già assumevano questi significati nel latino classico. Nessuno di questi due verbi latini va confuso con il rispettivo omografo accīdo (inf. accīdĕre) e incīdo (inf. incīdĕre), composti di caedo ‘tagliare’, che invece volevano dire rispettivamente ‘abbattere’ e ‘intagliare’: un particolare, questo, che sarà utile tenere presente per lo sviluppo del discorso.

Bruno Migliorini (Parole d’autore. Onomaturgia, Firenze, Sansoni, 1975, p. 11), seguito da GRADIT e DELI, mostrava come il latino accĭdens fosse un calco dell’aggettivo greco antico συμβεβηκός (symbebēkós) ‘ciò che avviene per caso’, derivato di συμβαίνω (symbáino) ‘vado, vengo insieme’, e anche, detto di cose, ‘accadere, capitare’. Nel greco antico, τὰ συμβαίνοντα (tà symbáinonta, participio presente neutro plurale) erano gli ‘eventi’, le ‘circostanze’, gli ‘accidenti’. Notevole, già per gli antichi, fu l’uso che ne fece Aristotele, per cui τὸ συμβαίνον (tò symbáinon, participio neutro singolare), che traduciamo accidente, indicava, opposto alla sostanza (οὐσία, ousía), ciò che nelle cose non è essenziale ma legato alle circostanze: accidentale, appunto. La fortuna di accidens, che in latino designava, tra le altre cose, anche l’accidente aristotelico, è dunque legata all’uso che ne fecero gli esponenti della filosofia aristotelica e scolastica, dall’età classica in poi per tutto il medioevo latino, tramandandola come tecnicismo, il che la rese una voce dotta già nell’antichità. Prova del successo di accidens è il suo essere lemmatizzata anche a sé nei dizionari latini: dalla voce apprendiamo anche di come già nel latino classico la parola aveva, oltre che quello tecnico filosofico, il senso negativamente connotato di ‘sventura’.

In italiano, com’è immaginabile, nei contesti più antichi (fine XIII-XIV secolo) in cui è reperibile, il sostantivo accidente assume significati simili a quelli che già aveva in latino. Consultando il TLIO troviamo molti usi di accidente in senso filosofico, attestati fin dalle origini: alla prima attestazione in Restoro d’Arezzo (XIII sec.), ne seguono diverse, illustri, in Dante, Cavalcanti, Boccaccio. Ma molto antico risulta anche l’uso più generico di ‘accadimento, avvenimento’ e anche ‘evento inatteso, imprevisto’; e, similmente, è antico il senso di ‘sventura’: in entrambi i sensi – già latini, ricordiamo – la parola si avvicina a ciò che oggi esprime anche incidente. Leggendo gli esempi riportati da TLIO e GDLI, potremmo certamente giocare a sostituire mentalmente accidente con incidente, senza che il messaggio sembri subire alterazione. Ecco due dei molti contesti del TLIO:

[1] Durezza, briga, contrario accidente / adimorare l’om fa senza amore: / amore fa cor vago e cor vertente / or amare ora no, e d’un tenore / istar doe; che l’un ama e l’altro nente, / reo accident’è, in qual no è fattore. (Guittone d’Arezzo, Rime [a. 1294], in Le rime di Guittone d'Arezzo, a cura di Francesco Egidi, Bari, Laterza, 1940 [testo rivisto e corretto con la rec. di Gianfranco Contini, “Giornale storico della letteratura italiana”, CXVII, 1941, pp. 55-82], son. 88.9, p. 183)

[1.1] Gema chi regna e chi porta corona, / E tema gli accidenti feri e pravi / Ogni animal che di virtù ragiona. (Cecco d’Ascoli, L’Acerba [a. 1327], in Francesco Stabili [Cecco d’Ascoli], L’Acerba, a cura di Achille Crespi, Ascoli Piceno, Casa Editrice di Giuseppe Cesari, 1927 [testo pp. 125-399], cap. 5.11, p. 147)

L’uso in questi significati è documentato fino alla modernità: anche il GDLI riporta moltissimi esempi, in una continuità letteraria che va da Francesco da Barberino a Petrarca, da Machiavelli a Manzoni, Leopardi, Cardarelli. Antico è anche il senso medico di ‘malanno repentino, colpo apoplettico’ (la prima attestazione è in Cecco d’Ascoli [1269-1327]: per approfondimenti rimandiamo alla scheda Manzoni e gli accidenti), estensione dal “nocciolo” semantico dell’imprevisto e della sventura. Possiamo quindi affermare che, se non oggi, in passato, e fin dalle origini dell’italiano, accidente e incidente sono stati sinonimi? Non proprio. In particolare, è la storia dei significati e degli usi di incidente, per com’è descritta dai vocabolari storici, che obbliga a rispondere con cautela.

Prima di dedicarci alla questione, è necessaria un’osservazione fondamentale: come già il latino, l’italiano ha due verbi omografi (e in questo caso anche omofoni) incidere. Dal “nostro” incĭdo latino (composto del verbo cado ‘cadere’, cui si fa risalire anche la forma incidente che qui ci interessa) l’italiano ha ricavato incidere ‘gravare, ricadere su’ (“questa voce incide fortemente sul nostro bilancio”), ma anche ‘influire profondamente’, ‘colpire una superficie o un piano’ (detto di un raggio o una particella, specialmente in fisica) e ‘passare per un medesimo punto’ (detto per esempio di una retta, in geometria) (GRADIT), d’ora in poi incidere1. Il larghissimo uso che, nella storia della lingua della fisica e della geometria, è stato fatto del suo participio presente ha fatto sì che la forma sia lemmatizzata anche a sé, come participio e aggettivo, con un significato parzialmente autonomo rispetto a quello del sostantivo, come vedremo.
Dal verbo incīdo (composto di caedo ‘tagliare’) è invece derivato l’incidere ‘tagliare in modo netto, senza recidere, così da produrre un solco o un incavo’, ‘intagliare’, qui incidere2. Da incidere ‘intagliare’ derivano l’aggettivo incisivo (‘che ha forza e capacità di incidere, tagliare’, DELI), e sostantivi come incisione, incisività, inciso. Quest’ultimo, detto di qualcosa ‘che presenta un taglio netto e sottile’ (“una corteccia incisa”), ha anche un senso grammaticale, per indicare una “proposizione inserita nell’interno di una frase […] che rappresenta, nella struttura del periodo, un elemento accessorio o provvisorio rispetto all’idea principale […]” (GDLI).

Torniamo alla storia del nostro incidente: l’uso di un sostantivo incidente etimologicamente riferito all’incĭdĕre (in + cado) è reperibile in testi letterari solo a partire dal XVII secolo. Ma, come si è visto, si può pensare che nei secoli precedenti una delle parole capaci di colmare quel “posto vacante” per designare un ‘evento inatteso’ o una ‘sventura’ sia stata proprio accidente. Il significato con cui incidente compare nelle prime attestazioni è quello di ‘evento fortuito’ e ‘sciagura’, certo vicino a quello che di accidente si è visto documentato sopra (ess. 1 e 1.1).

[2] Non sapeva il cardinale disvolgersi dalle sue perplessità in cui lo tenevano varii incidenti che traversavano la carriera delle prosperità della Francia. (Vittorio Siri, Il politico soldato monferrino ovvero Discorso politico sopra gli affari di Casale, Casale, Claudio Pinetto, 1641, p. 386)

[2.1] Anche quest’importante incidente della vita di paesetto, l’arrivo della carrozza pubblica, ha ravvivata l’ora così simpatica dell’imbrunire. (Massimo d’Azeglio, Ricordi. Opere varie, a cura di Alberto Maria Ghisalberti, Milano, Mursia, 1966, p. 69)

Tarde sono anche le attestazioni di incidente sostantivo nel senso di “elemento, parte, fatto secondario, complementare, contingente; azione occasionale, fortuita; oggetto accessorio” (GDLI), in cui la vicinanza con accidente è lampante.

[3] I personaggi ideati hanno ad essere occasioni di manifestarsi alla storia, incidenti adoprati per dare risalto a’ fatti principali, o per concatenarli. (Giuseppe Mazzini, Frammento di lettera sull’assedio di Firenze, in Scritti editi e inediti, Imola, Cooperativa Tipografico-editrice Paolo Galeati, 1906-1931, vol. XXI, p. 355)

[3.1] Il sesso è un incidente: ciò che ne riceviamo è momentaneo e casuale. (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 1955 [19521], p. 161)

Le attestazioni di incidente nel senso di “caso doloroso, infausto; disgrazia, sciagura, infortunio” appaiono ancora successive: le prime sono del XIX secolo. Ad ogni modo, in questo significato si può affermare con certezza che l’uso di accidente e quello di incidente si siano sovrapposti; lo prova il fatto che il secondo poteva comparire in una collocazione tipica del primo: “Alla Pimpi ed alla Viola / che ci ruban la Maestra / Dio lor mandi un incidente” (Severino Ferrari [1856-1905], Tutte le poesie, a cura di Furio Felcini, Bologna, Cappelli, 1966, p. 591).
Da questo significato si genera, per estensione, quello di incidente come “scontro di veicoli […]”, anch’esso, per ovvie ragioni, attestato solo molto tardi (la prima occorrenza segnalata è in La nuora di Bruno Cicognani, Firenze, Vallecchi, 1954, p. 540). A questo proposito segnaliamo che, come gli altri principali vocabolari contemporanei, neppure il GDLI, dalla sua prospettiva storica, registra fra i possibili significati di accidente quello di ‘incidente stradale’, e così non lo facevano neppure le prime edizioni dello Zingarelli (pubblicato dal 1917 in poi). Questo ci conferma che, per quanto attestato sui giornali di primo Novecento (come spiegava Gossen 1953, p. 45), neppure in quel periodo, evidentemente, l’uso di accidente nel senso di ‘scontro tra veicoli’ era così consolidato da comparire sui vocabolari.

Il fatto che i dizionari documentino l’uso del sostantivo incidente soltanto a partire dal XVII secolo merita certamente una riflessione. Dal confronto dei vocabolari storici emerge infatti una situazione complessa. Nel TLIO, la forma incidente è attestata fin dalle prime fasi dell’italiano, ma solo come aggettivo e participio del verbo incidere2 ‘intagliare’, da incīdo (in + caedo), che è l’unico dei due verbi incidere italiani che sembra avere usi antichi (il primo contesto in cui appare è del XIII secolo), tra i quali il TLIO individua anche il significato di “che si inserisce [all’interno di un testo […]] in qualità di digressione, di inciso o di elemento tangenziale”:

[4] l’ottava, è il passo delle dette anime e di Vergilio e dello Autore sopra il detto fiume, e solve alcuna incidente quistione. (Ottimo Commento della Commedia [a. 1334], in Ottimo Commento alla ‘Commedia’, a cura di Giovanni Battista Boccardo, Massimiliano Corrado, Vittorio Celotto, Roma, Salerno Editrice, 2018, tomo I., p. 25, r. 16)

Le prime attestazioni di incidente derivato diretto dell’incidens latino composto di cādo sono più tarde, e riferite al participio esclusivamente nel suo uso aggettivale. Il significato primario e più documentato dal GDLI è quello legato agli àmbiti della fisica e della matematica: in queste discipline, a partire dai secoli XVI e XVII, incidente comincia ad essere usato per parlare di raggi, particelle, linee che colpiscono superfici, piani e corpi (GDLI):

[5] La prima luce è quella la quale dipende principalmente dal corpo lucido infìno a tanto che trova ostacolo, e chiamasi luce incidente. (Lorenzo Ghiberti [1378-1455; l’opera fu composta dopo il 1448], I commentari, a cura di Ottavio Morisani, Napoli, Ricciardi, 1947, p. 50)

Inaugurato da Ghiberti, Leonardo da Vinci, Galilei, l’uso si mantiene saldo per secoli nella lingua della fisica e della geometria, fino a oggi, tanto che il suo successo deve aver fatto da volano per la diffusione di incidente come sostantivo, che, come si è visto, è successiva di quasi due secoli e non legata ad àmbiti tecnico-specialistici particolari (GRADIT). Il GDLI, consultato attentamente, testimonia anche un “antico” (l’etichetta fornita è questa) e raro, aggiungiamo, a giudicare dalle attestazioni (due, di cui solo la prima, che riportiamo di seguito, è realmente antica, e reperita in un autore di nicchia), serpeggiare di un uso dell’aggettivo incidente ancora riconducibile all’incidens latino composto di cādo, impiegato in senso figurato per intendere qualcosa “che grava nell’animo”, qualcosa di “tormentoso”, e anche “rilevante, importante”.

[6] Che questo dovea esser poco mele / rispecto a l’incidente amaro fele. (Antonio degli Alberti [1358-1415], Magistri Antonii de Florentia viri eruditissimi cantilena incipit: Lege foeliciter, in Le rime del codice isoldiano, vol. II, a cura di Ludovico Frati, Bologna, Romagnoli-Dall’Acqua, 1913, p. 137)

È documentato anche l’uso altrettanto antico e solo letterario di un aggettivo incidente nel significato, per noi particolarmente interessante, di ‘accessorio, secondario, occasionale’:

[7] L’ottava cosa è il passo delle dette anime e di Virgilio e dello autore sopra il detto fiume, e solve alcuna incidente questione. (Ottimo Commento della Commedia, ibidem)

[7.1] Non una risposta breve e incidente mi si converrebbe qui fare alla vostra instanza, ma un ampio trattato. (Terenzio Mamiani della Rovere, Lo Spedalieri, Roma, Fratelli Bocca, 1894, p. 60)

Non può sfuggire un particolare importante: il passo dell’Ottimo Commento qui riportato (es. 7) è lo stesso scelto dal TLIO per illustrare l’uso di incidente derivato da incidere ‘intagliare’ (derivato dal composto di caedo) (es. 4). Ugualmente interessante è il dato per cui il verbo incidere1, a cui queste ultime forme sono qui indirettamente riferite, è attestato soltanto da esempi tardi (dal XVIII secolo nel senso di ‘colpire una superficie’, e dal XX nel senso di ‘gravare, ricadere su’).
Possiamo tentare di spiegare questi dati, certamente singolari, considerando la differenza tra i due incidere, l’uno (incidere2 ‘intagliare’) presenza fissa nei testi italiani fin dalle origini, l’altro (incidere1 ‘colpire una superficie’ e ‘gravare’) tardo. Il primo indica un’azione concreta; il secondo si riferisce invece (già nel suo significato fisico e matematico di ‘colpire una superficie’ ma poi soprattutto in quello più tardo di ‘gravare’) a un’azione già traslata, metaforica. La ragione della sua minor diffusione e più lenta attestazione va probabilmente cercata qui: per quanto virtualmente disponibile ai parlanti più colti, consci della sua origine latina e in grado di “recuperarlo” anche a partire dall’aggettivo corrispondente (che sembra diffondersi prima, o comunque abbastanza consistentemente da fissarsi nello scritto), è possibile che questo incidere dal significato più astratto sia rimasto più a lungo sotto traccia.

Non è da escludere, inoltre, che i due verbi omonimi, già allo stadio in cui solo uno era effettivamente attestato in testi letterari, si siano in qualche modo sovrapposti nella coscienza dei parlanti, interferendo l’uno con l’altro: ne è riflesso la differente attribuzione da parte di TLIO e GDLI del participio/aggettivo incidente all’una o all’altra base etimologica (ess. 4 e 7). Ciò consentirebbe di motivare anche quel presentimento di sovrapposizione che può sorgere esaminando i dizionari che, unanimi, riconducono inciso a incidere2 ‘intagliare’. Come la locuzione “per inciso”, inciso indica sì qualcosa cui si vuole dare particolare rilievo (come fosse incisa da un solco), ma anche qualcosa di laterale, non essenziale: un’idea di “accessorietà” che il verbo incidere2 non sembra veicolare, e che semmai richiama la famiglia dei derivati del composto di cādo, ossia dell’altro verbo incidere di cui disponiamo. Una conferma di questa ipotesi di interferenza arriva se guardiamo ancora la voce dedicata nel GDLI all’incidente sostantivo, che, sempre a partire dal XVII secolo, è attestato anche nel senso di “digressione marginale e non pertinente che sorge nel caso di una discussione”, un significato in fondo vicino a quello degli ess. 4 e 7, che per estensione ha generato quello attuale di ‘disputa improvvisa in una discussione’:

[8] Per levar ogni occasione d’incidenti poco convenevoli a un ufizio di carità, fu fermato ancora che nelle sessioni non vi dovess’esser maggior distinzione... di precedenza. (Lorenzo Magalotti, Il mendicare abolito nella città di Montalbano da un pubblico ufizio di carità, tradotto dal franzese, Firenze, Giovanni Filippo Cecchi, 1693, p. 26)

In fondo, tornando alla questione di partenza, è possibile vedere anche qui una qualche somiglianza con il percorso compiuto da accidente, il cui verbo corrispondente addirittura, in italiano, non c’è. Il verbo che assume l’eredità semantica di accidĕre è infatti accadere, formatosi per via popolare, alternativa a quella, dotta, percorsa dall’accidente erede diretto dell’accidens latino: i dizionari lo fanno risalire a una forma non attestata del latino parlato ricostruibile come *accadēre, formata da ad- + *cadēre (con la e lunga e l’accento spostato sulla penultima sillaba, esattamente come nella forma italiana [DELI, l’Etimologico]), ugualmente non attestato.

Ricapitolando: i vocabolari storici sembrano suggerire che, a partire dal XVII secolo, alcuni usi di accidente e incidente siano stati affini nel significato e che, nei secoli precedenti, accidente abbia fatto le veci di alcuni usi sostantivali coperti dall’attuale incidente. Nel frattempo, tanto accidente quanto incidente sembrano aver percorso le vie di tradizioni dotte che, mentre ne coglievano la vicinanza etimologica, allo stesso tempo li fissavano in usi specialistici, destinati a consolidarsi in modo indipendente ed esclusivo in diverse discipline, e a diventare sempre più dissimili. D’altronde, il successo di alcuni impieghi tecnici (pensiamo a quello filosofico e medico per accidente, e a quello fisico e geometrico per incidente) ha permesso alle due parole di uscire dall’alveo dello specialismo, e ha favorito, nel corso del tempo, il loro impiego in espressioni e collocazioni della lingua comune – anch’esse, per ragioni diverse da quelle dei tecnicismi, fisse e cristallizzate. Tutte vicissitudini che, allo stato attuale, impediscono di sostituire l’una parola con l’altra nella maggior parte dei contesti in cui sono impiegate.

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