Integrazioni lessicografiche

Un’attività antica coltivata nel contesto contemporaneo: il caso del nome ortista

  • Simona Cresti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2022.14693

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Copyright: © 2022 Accademia della Crusca


Almeno a giudicare dal punto di osservazione offerto dalla lingua, quella del coltivare piante e ortaggi è un’attività che sembra non passare mai di moda. Lo testimoniano, per esempio, le segnalazioni che i nostri lettori ci fanno del presunto neologismo ortista, confermando la sua appartenenza a un campo semantico vitale e produttivo. Parliamo di neologismo “presunto” perché ortista si trova nella condizione particolare in cui versano molte parole della nostra lingua: affermate in certi contesti da anni, a volte anche da decenni, ma non (ancora?) registrate dai vocabolari dell’uso. Parole non propriamente nuove, dunque, ma neppure sufficientemente diffuse e stabilizzate da aver attirato nel corso del tempo l’attenzione dei lessicografi.

Ortista compare solo in due repertori lessicali: il volume di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle Parole nuove (Sperling & Kupfer, Milano, 2006) e la raccolta Treccani online Neologismi 2008, nei quali è definito come ‘chi si dedica a coltivare un orto’. Eppure, come puntualmente segnalato in entrambi i luoghi, la parola compare nell’italiano scritto già in un articolo del “Corriere della Sera” del 1993, e da allora riesce a ritagliarsi uno spazio certo molto modesto, ma stabile, nella lingua dei giornali, nella saggistica e nella rete. Nell’archivio in rete del “Corriere della Sera” ortista compare 67 volte, ortisti 70 (abbiamo escluso alcuni risultati, quelli più lontani nel tempo, dovuti al rumore creato da parole come “artista” o “abortista”); nell’archivio della “Repubblica” troviamo 11 occorrenze per la parola al singolare e 78 al plurale; in quello della “Stampa” soltanto 6 esempi al singolare. La ricerca di ortista sulle pagine italiane di Google restituisce poco meno di 10.000 risultati (che salgono a circa 22.000 se cerchiamo la parola al plurale); su Google libri i risultati per ortista sono circa 450, per ortisti 1.230 (dati aggiornati all’8/12/2021). Malgrado l’esiguo peso numerico di queste attestazioni, dalla ricerca si ricava l’impressione che la loro frequenza aumenti col passare del tempo. 

Veniamo al significato. I dizionari italiani già forniscono una rosa di parole ben consolidate per designare ‘chi coltiva un orto’. Abbiamo per esempio contadino e ortolano (attestate fin dal XIII secolo, GRADIT), coltivatore, agricoltore (entrambe dal XIV, GRADIT), e anche orticoltore (o orticultore, ‘chi si occupa di orticoltura’ – che a sua volta è la ‘coltivazione di orti’ – attestata fin dal 1846; Zingarelli 2021, DELI), e addirittura le più specifiche ortofrutticoltore (o ortofrutticultore, datata nel DELI 1966) e ortoflorofrutticoltore (‘chi si occupa di ortoflorofrutticoltura’, che è la ‘coltivazione di ortaggi e fiori’, Supplemento 2014 del GDLI). È naturale chiedersi perché dunque, è il caso di dirlo, in un terreno tanto fertile di alternative possibili, sia fiorita una parola ulteriore.

Un indizio per iniziare a rispondere ci viene dalla – pur essenziale – definizione dei repertori lessicali che abbiamo citato, la quale contiene il verbo dedicare (ortista è chi “si dedica” alla coltivazione di un orto), introducendo così un riferimento alla sfera della passione e dell’interesse personale. Le alternative cui abbiamo accennato, sebbene in qualche modo sempre adeguate a intendere ‘chi lavora la terra’ (che infatti ne costituisce una delle accezioni possibili ogni volta che sono lemmatizzate), indicano tendenzialmente attività professionali, ognuna dotata della sua particolare specificità. Leggiamo sui dizionari che contadino, per esempio, è ‘chi per mestiere lavora la terra’ (GRADIT), ‘per conto di un padrone o per conto proprio’ (Vocabolario Treccani online); agricoltore è ‘chi esercita un’attività agricola, sia come responsabile della conduzione del fondo (proprietario, enfiteuta, usufruttuario, affittuario) sia come prestatore d’opera o lavoratore. Con significato più limitato, nel linguaggio giuridico, l’imprenditore agricolo’ (Vocabolario Treccani online); ortolano ‘chi coltiva un orto’, ma chi anche ne vende i prodotti (Vocabolario Treccani online); coltivatore, dal canto suo, compare spesso nell’espressione coltivatore diretto, che indica il ‘piccolo imprenditore agricolo che coltiva un fondo di sua proprietà o di proprietà altrui con il lavoro proprio e della propria famiglia e che può commercializzare in proprio frutta, verdura, ecc.’(Vocabolario Treccani online).

Evidentemente la comparsa di ortista risponde a esigenze comunicative particolari che le parole già disponibili non riescono a soddisfare: in questo caso, il bisogno da colmare è quello di un nome capace di indicare una figura nuova, nata in contesti spaziali, temporali e sociali a noi vicini, la cui attività è solo in parte sovrapponibile a quella di un contadino, di un ortolano, di un agricoltore, ecc.

Dal punto di vista morfologico, ortista si ottiene grazie all’aggiunta del suffisso -ista, attualmente il più produttivo dell’italiano per quanto riguarda la derivazione nominale (Maria G. Lo Duca, Nomi di agente. Il tipo autista, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 206-207) alla base orto. Questo suffisso genera una miriade di uscite semantiche, tutte spiegabili sulla base del modello ‘persona che intrattiene una qualche relazione col nome di base’, che Maria G. Lo Duca, seguendo Bruno Migliorini (Il suffisso -istico, 98-144: 104), riconduce orientativamente a due categorie: quella che comprende le formazioni che nominano attività professionali e quella sotto la quale ricadono invece le formazioni che nominano seguaci, adepti, appassionati di movimenti intellettuali, di opinione o politici. La parola ortista presenta, come vedremo, i tratti di entrambe le categorie.

Come spesso accade per le parole nuove, sono i giornali i primi a intercettare i bisogni comunicativi emergenti dal mutare della società e dei costumi e i primi a veicolarne gli usi linguistici; e infatti fin dalle prime occorrenze, rispetto ai lessici, i contesti d’uso forniti dagli archivi dei quotidiani danno molte informazioni aggiuntive che aiutano a definire in modo più chiaro il significato della nostra parola. Chi usa ortista intende sempre riferirsi a chi si occupa di un orto, ma in un contesto ben preciso: l’ortista nasce come una figura urbana, che tendenzialmente si dedica alla coltivazione per hobby (per esempio, negli anni della pensione) o comunque come seconda attività, all’occorrenza occupando terreni demaniali o aree private abbandonate e trasformandole in piccoli orti personali, spesso migliorandone lo stato. 

Spunta la lattuga sotto i tralicci dell’Aem. E questa volta non è abusiva. Come aveva promesso cinque anni fa, quando sfrattò i coltivatori illegali, l’Azienda energetica municipale ha bonificato quasi 22 mila metri quadrati di campi in via Valla, cinque minuti d’auto a sud di Porta Ludovica. Dove c’erano sterpaglie, baracche e asfittici fazzoletti di cicoria e patate, ora c’è il più grande e organizzato orto metropolitano che la Madonnina abbia avuto ai suoi piedi. [...] Il taglio del nastro, alla presenza del commissario governativo Claudio Gelati, è fissato per domenica prossima. Ma gli ansiosi “ortisti”, già in ritardo sulla stagione, hanno cominciato la semina appena ricevute le chiavi del loro “regno vegetale”. (Ecco il primo grande orto metropolitano, “Corriere della Sera”, Cronaca di Milano, 19/5/1993, p. 40)

Quella che abbiamo riportato è la prima occorrenza di ortista in un testo scritto in italiano; nella stessa testata, un anno più tardi, troviamo la seconda, priva delle virgolette cautelative:

Gli orti sono stati affidati attraverso un’estrazione e chi è in lista d’attesa aspetta che qualcuno si stanchi per subentrare nell’affitto di un campicello. Sotto la guida di Vittorio Conti, volontario di “Bosco in città” (un esperto ortista che ha preso l’esempio dagli orti cittadini olandesi e tedeschi), tutti i neo coltivatori hanno imparato una seria gestione dell’area. (Gabriela Lotto, Giorno d’onore per gli orti cittadini, “Corriere della Sera”, 29/5/1994, p. 42)

Entrambi gli articoli fanno riferimento alla città di Milano, in cui già negli anni ’90 si parla dell’attività degli ortisti come di una possibilità di riqualificare quartieri a partire da zone fino ad allora abbandonate, trasformandole in punti di aggregazione capaci di consolidare il tessuto sociale e stimolare attività di volontariato, collaborazione e svago. Nei luoghi citati si accenna addirittura all’esistenza di feste dedicate ai terreni con programmi di giochi, gare sportive, intrattenimenti musicali e premiazione dell’“orto più bello”. Insomma, gli indizi paiono sufficienti per poter presumere che il fenomeno dell’appropriazione e della riqualificazione agricola dei terreni cittadini pubblici o abbandonati risalga a un’epoca anteriore alle prime attestazioni della nostra parola.

Effettivamente, una ricerca su Google Libri ci informa che di orti urbani si parla già in documenti ottocenteschi (13 occorrenze per il XIX secolo). L’espressione ricorre in contesti letterari, in riviste scientifiche e in atti amministrativi, ma è sempre usata in senso aspecifico, per intendere semplicemente gli spazi verdi (giardini privati, orti botanici, parchi) collocati all’interno del perimetro cittadino. Per fare un esempio, si parla di orto urbano per intendere un’area pubblica verde e presumibilmente incolta dove si conservano rovine archeologiche (Paolo Tronci, E. V. Montazio, Giuseppe Tabani, Annali pisani, rifusi arricchiti di molti fatti e seguitati fino all' anno 1839, vol. 1, Valenti, 1868, p. 60). Interessante notare come però, in certi casi, i terreni in questione sembrino vere e proprie aree coltivate all’interno della città: sono urbani gli orti che non si trovano in campagna e nei quali è poco proficuo mettersi a coltivare zucche (Benedetto Del Bene, Opere di agricoltura di Benedetto Dal Bene veronese, 1850, p. 289), e sono ancora orti urbani certi campi espropriati a privati dalla Prefettura di Roma per la costruzione di una strada comunale (Supplemento di inserzioni alla “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” del 1880, p. 3203).

Nei primi decenni del Novecento i riferimenti alle coltivazioni cittadine sembrano man mano affievolirsi. Significativamente, essi ricompaiono sui quotidiani dei primi anni ’40, dove la stringa orti urbani assume per la prima volta un senso specifico, anche se non ancora sovrapponibile a quello contemporaneo:

Orti urbani. Coltivazioni urbane. Si dissoda il terreno, per le semine, accanto al monumento di Garibaldi e si raccolgono i pomodori nel fossato del Castello. (“Corriere della Sera”, 15-16/10/1942, p. 2)

La realtà a cui le cronache fanno riferimento (4 articoli sul “Corriere della Sera”, il primo dei quali datato 13-14/8/1941) non è quella di svago che abbiamo descritto introducendo gli ortisti, bensì quella dei cosiddetti orti di guerra: terreni cittadini (spesso parchi pubblici) ufficialmente destinati all’uso agricolo dei privati allo scopo di contrastare la crisi alimentare provocata dalla seconda guerra mondiale. Eloquenti appaiono le foto che accompagnano queste prime attestazioni, con cittadini intenti a dissodare il terreno ai piedi dei monumenti del centro di Milano. Dopo un lungo silenzio, orto urbano ricompare sui quotidiani nel 1982, in un contesto storico e sociale profondamente mutato e certamente più vicino a quello attuale:

Va diffondendosi un fenomeno comune a tutte le metropoli europee. Ma qui – finora – è tutto abusivo. […] Orti, a Roma, ce ne sono sempre stati. Nel medioevo, con la popolazione ridotta a 30 mila abitanti, le colture occupavano la maggior parte del suolo chiuso dalle mura. La tradizione non è morta mai: ricordiamoci gli orti di guerra. […] Adesso però si affaccia un fenomeno nuovo. Aumenta il numero degli orti che non derivano da bisogni diretti di sussistenza, né dall’appartenenza di chi li coltiva a culture ancora contadine. Ma sono, piuttosto, creature del tempo libero degli abitanti di città; orti come sospensione temporanea dell’ingranaggio urbano, dove chi non può permettersi la seconda casa in campagna possa ugualmente sperimentare un rapporto concreto, utile, con la natura. Orti urbani, dunque: fenomeno che avvicina Roma alle altre metropoli occidentali dove la pratica di coltivare artigianalmente, per hobby, va diffondendosi ormai da qualche decennio. (Francesco Perego, Un orto per evadere dall’ansia della città, “Corriere della Sera”, 22/6/1982, p. 17)

Da allora, gli archivi in rete dei quotidiani ci forniscono svariati esempi d’uso dell’espressione: sul “Corriere della Sera” ne troviamo 304 per “orti urbani”, 81 per “orto urbano” (a partire dal 9/3/1983); sulla “Repubblica” 869 per “orti urbani” e 347 per “orto urbano” (a partire dal 28/1/2000); sulla “Stampa” 272 per “orti urbani” e 25 per “orto urbano”; sull’“Unità” 32 per “orti urbani”, 5 per “orto urbano” (a partire dal 21/12/1982). Anche in questo caso in termini assoluti il numero di occorrenze non è alto, ma l’espressione costituisce una presenza costante per almeno 4 decenni; nel complesso i dati appaiono significativi, se consideriamo il riferimento locale di molti dei risultati e, in generale, il carattere di nicchia delle attività descritte. Gli articoli documentano iniziative di privati, ma anche di associazioni e amministrazioni comunali mirate alla conversione di aree urbane abbandonate in terreni coltivabili. Numerose sono anche le testimonianze di battaglie legali per l’ottenimento di condoni o accordi per il mantenimento delle attività agricole (in molti casi nate abusivamente) e lo sviluppo di attività collaterali alla coltivazione. Il modello a cui si fa riferimento è spesso quello europeo, e specialmente tedesco, inglese, francese: realtà in cui la tradizione dell’orto urbano (Kleingarten in tedesco, allotment garden in inglese, jardins familiaux in francese) sembra essere molto diffusa e radicata, sostenuta con convinzione dalle amministrazioni e conosciuta dai cittadini, e la sua ideazione (quella di orti come luoghi di cura e poi di sostentamento per le fasce più povere della popolazione) è fatta risalire al medico tedesco Daniel Gottlob Moritz Schreber (1808-1861).

Pur nel contesto di relativa debolezza della tradizione italiana della coltivazione urbana di aree abbandonate (costruita fino a poco tempo fa esclusivamente sull’iniziativa privata, non facilmente riconosciuta e in molti casi, quelli segnati da una nascita abusiva, apertamente osteggiata), una testimonianza del progressivo consolidarsi della pratica è il fatto che orto urbano sia attestato anche – sia pure in modo non omogeneo – nella lessicografia, sotto la voce orto. Secondo il GRADIT (2000), che la marca come CO(mune), l’espressione identifica un ‘piccolo orto, che sorge alla periferia delle grandi città su terreni inutilizzati, spec. di proprietà demaniale’: definizione che descrive con puntualità il regno dell’ortista. L’espressione è registrata anche dal Devoto-Oli (a partire dell’edizione 2014), che le affianca il sinonimo orto sociale, come ‘piccolo appezzamento di terreno all’interno di un centro abitato, destinato alla coltivazione di prodotti agricoli o orticoli a uso dell’assegnatario’. Nello stesso vocabolario abbiamo, sempre sotto il lemma orto, orto collettivo (‘terreno all’interno di un centro abitato, precedentemente incolto, adibito alla coltivazione di prodotti ortofrutticoli e coltivato collettivamente da un gruppo di cittadini’) e orto di guerra, segnato dalla marca “stor.” (‘durante la seconda guerra mondiale, zona di terreno all’interno di un centro abitato, precedentemente incolta o sistemata a giardino, adattata a orto e destinata alla coltivazione di prodotti agricoli o orticoli’).

Fino agli anni ’90, tuttavia, i protagonisti delle vicende riportate dalla cronaca raramente vengono nominati: i riferimenti più frequenti sono quelli a generici “ambientalisti”, “anziani” e “pensionati”, che nei primi tempi vengono individuati come principali fruitori degli spazi soggetti al dibattito. Anche nelle attestazioni più recenti, quando finalmente i nostri referenti hanno ricevuto un nome, la parola ortista continua a comparire tra virgolette o accompagnata da spiegazioni in grado di chiarire l’identità dei soggetti di cui si parla.

Qui attorno, da una ventina d'anni a questa parte, si sono ritagliati uno spazio una sessantina di orti abusivi: non molto diversi da quelli sorti nello stesso periodo in altre zone della periferia, ma recentemente investiti di un'importanza specifica perché a settembre, proprio in questo sito, dovrebbe partire un esperimento che in qualche modo fa da corollario al censimento. Il Comune di Roma, sulla scia di quanto già avviene in altre città, da Milano a Bologna, vorrebbe infatti tentare la regolamentazione di un fenomeno finora guidato dallo spontaneismo. […] Gli “ortisti” di Bravetta (attualmente sono in 64), dal 1997 sono riuniti in un'associazione. E adesso si aspettano un confronto con il Comune. “Dicono che tra un mese inizieranno i lavori per la costruzione di un parcheggio e di un parco pubblico. Che ce ne dovremmo andare. E che poi ci assegneranno un'altra area”, spiega il presidente dell'associazione, Pier Luigi Battista. “Noi vogliamo collaborare. Ma vogliamo anche delle garanzie”. (Luca Villoresi, Orti romani, è censimento e ora si punta sul biologico, “la Repubblica”, 26/8/2006)

La rivolta degli orti oggi approda in Prefettura. Intanto la voce di amministratori, architetti, sociologi e artisti si aggiunge a quella del regista Ermanno Olmi, in difesa dei cinquanta pensionati-contadini ai quali il Demanio dello Stato ha prima chiesto il conto per aver trasformato argini abbandonati in giardini, poi ha mandato lo sfratto. […] Ci sono città che considerano l’orto una “risorsa dello sviluppo futuro”. Stefano Boeri invita a seguire l’esempio della Germania, “dove le metropoli sul tema dell’agricoltura, non più considerata residuo urbano, fondano il recupero delle aree dismesse”. Il Comune non è sordo alla rivolta degli ortisti di viale dell’Aviazione. L’assessore al Territorio, Carlo Masseroli, ritiene “inaccettabile” che lo Stato “metta una tassa su qualcosa che funziona”. (Paola D’Amico, “Togliere gli orti agli anziani? Una vergogna”, “Corriere della Sera”, 10/9/2007, p. 7)

Andrea Ancona, presidente leghista della commissione Sicurezza del consiglio di Zona 3, fa il duro: “Era l'ora che arrivassero i bulldozer – dice – basta illegalità”. Ancora più entusiasta è un'anziana residente. Guarda le ruspe pronte ad entrare in azione e le brillano gli occhi: “Sono quindici anni che aspetto questo momento – sospira – finalmente se ne andrà il degrado”. Suo marito, anche lui in barricata nel chiedere il trasloco degli “ortisti”, le fa eco: “Se ne andranno i topi e lo sporco – dice – finirà il viavai dei ladri la sera e scompariranno le auto degli uomini che la notte si appartano con le prostitute nei capanni degli attrezzi”. (Franco Vanni, Addio orti dei pensionati. Il comune manda le ruspe, “la Repubblica”, 4/2/2011)

La lentezza con cui ortista sembra affermarsi è comprensibile: non siamo di fronte a un neologismo che si riferisce a un’attività alla moda o che sfrutta la cassa di risonanza della rete (almeno non fino agli anni più recenti, come vedremo fra poco). Fino ai nostri anni ’10, al contrario, l’impressione che si ricava da questa rassegna giornalistica è quella di un faticoso consolidamento lessicale che va di pari passo con un percorso altrettanto faticoso di normalizzazione della realtà corrispondente. Le parole relative alla pratica della coltivazione degli orti urbani restano per lungo tempo relegate all’ambito giornalistico e al gergo dei soggetti che se ne occupano perché è il fenomeno stesso che, pur presente da tempo, nasce come un’attività “dei margini”, sfruttando avanzi di terreno e aree di scarto, in prima battuta addirittura di nascosto e illegalmente, e fatica per molto tempo – almeno alle nostre latitudini – ad essere riconosciuto e accettato.

È soltanto negli ultimi anni – e questo spiega, forse, le segnalazioni dei nostri lettori – che le modalità di narrazione del fenomeno sembrano cambiare: un mutamento nella pratica linguistica che, ancora una volta, va di pari passo con l’evoluzione della realtà corrispondente. I gruppi organizzati degli ortisti sembrano diventare una realtà sempre più vasta e riconosciuta, i cui animatori sono spesso presentati come “giovani”. In rete abbondano siti, profili social e video su Youtube dedicati alla coltivazione degli orti urbani e alle associazioni che la promuovono (per esempio questo, questo, questo). È sufficiente digitare “ortisti” sul motore di ricerca di Google, di Twitter o di Facebook per rendersene conto. Le amministrazioni comunali e regionali, sempre più raramente impegnate in battaglie legali per la riappropriazione dei terreni, sembrano in compenso farsi dirette promotrici di iniziative di bonifica e assegnazione degli orti, con l’intento di promuovere attività ecologiche e culturali e di valorizzare il tessuto socio-economico dei propri quartieri (gli esempi sono molteplici: rinviamo a questa iniziativa della Regione Toscana).

In generale, l’attività degli ortisti inizia a essere descritta, anche sui quotidiani, come parte di un cambiamento degli stili di vita contemporanei, esempio di una tendenza alla riscoperta del rapporto con la terra, all’attenzione al risparmio, all’ecologia e all’autoproduzione dei cibi.

Secondo la rivista scientifica online “Environmental Research Letters” i dati satellitari hanno permesso di calcolare che, nel mondo, gli orti urbani (cioè situati entro un raggio di 20 chilometri dalle città) occupano una superficie pari ai 28 Stati dell’Unione europea. In Italia, in base a un censimento di Coldiretti, dal 2011 al 2013 la superficie degli orti urbani è triplicata passando da 1.1 milioni a oltre 3 milioni di metri quadri […]. Chi sono gli ortisti urbani? “Non ci sono solo pensionati come si potrebbe pensare, anzi, la categoria più rappresentata è quella del capofamiglia tra i 45 e i 55 anni”. Per l’Osservatorio Nomisma-Vita in Campagna sull’agricoltura amatoriale quelli che si dedicano all’orto di città sono: pensionati (47%), casalinghe (14%), impiegati (12%), operai (10%), lavoratori autonomi, commercianti e imprenditori (8%), insegnanti (4%), altro (5%). […] Da Michelle Obama che, appena insediatasi alla Casa Bianca allestì un orto nel giardino della dimora presidenziale lodando il lavoro dei community garden, gli orti comunitari di quartiere, alla regina d’Inghilterra Elisabetta II che ha creato un piccolo orto nei giardini di Buckingham Palace, l’orto urbano ha diverse declinazioni: comunale, sociale, a (sic) porter (piccoli vasi da portare a passeggio), verticale (quando lo spazio è scarso), riciclato (in vasi ricavati da bottiglie di plastica, ecc.), in terrazzo (il più diffuso in Italia), rialzato (nei vasconi) e didattico (nelle scuole). La facoltà di Agraria dell’università di Perugia ha pubblicato un manuale intitolato “Linee guida per la progettazione, l’allestimento e la gestione di orti urbani”. (Roberto Rizzo, Filosofia (e moda) degli orti urbani. “Salvo il paesaggio e mangio sano”, “Corriere della Sera”, 15/4/2014, p. 26)

Segnale del cambiamento della percezione della figura dell’ortista è anche il fatto che la parola compaia, sui giornali, anche in contesti non firmati dai giornalisti, come per esempio le lettere dei lettori:

Vi scrivo a proposito degli orti comunali di via Canelli, che si trovano a ridosso del parco Lambro, tra il cimitero e la Tangenziale Est. Tali orti, i cui conduttori si appellano come “Ortisti di Via Canelli”, sono un meraviglioso luogo recuperato al degrado. Di più, oltre che luogo di socializzazione, sono divenuti anche veicolo di cultura poiché, tra una semina e un’innaffiatura, qui si svolgono reading di poesia, letture di libri e concerti musicali. Insomma, un importante spazio del quartiere che purtroppo viene frequentemente violato da vandali che deturpano il quotidiano lavoro di pensionati e giovani che quel polmone verde frequentano. Possibile che le autorità non riescano ad attivare reali contromisure per tutelare un bene comune così rilevante da queste ignoranti intrusioni? (Amerigo Sallusti, Via Canelli. Vandali fuori dagli orti, La Lettera di Isabella Bossi Ferdigotti, “Corriere della Sera”, 1/4/2016, p. 15)

Si nota anche un’estensione dell’uso della parola. Negli esempi attualmente forniti dalla rete, spesso tratti da siti e pagine che promuovono l’attività di gruppi di persone che si definiscono ortisti, la parola non indica più soltanto chi si appropria di un terreno urbano abbandonato e lo trasforma in un piccolo orto personale, ma più in generale anche chi, animato da passione per la terra o da idee ecologiste, semplicemente sceglie di occuparsi di agricoltura e coltivazione in modo diretto, sia in città (addirittura in casa) sia fuori dalla città, per hobby ma anche facendone una vera e propria occupazione, sfruttando terreni propri, affittandoli, o condividendoli con altri appassionati. Ortista, dunque, si autodefinisce chi si dedica alla coltivazione, in città come in campagna, attuando uno stile di vita ecologico e dal basso impatto ambientale (troviamo esempi qui, qui, qui), ma anche chi, facendo dell’agricoltura il proprio mestiere, mette a disposizione terreni da coltivare, oppure insegna ai neofiti come allestire un orto, oppure vende i prodotti di tali operazioni, o infine beneficia di tale attività anche soltanto acquistandone i prodotti (alcuni esempi qui, qui, qui). La pratica della coltivazione autonoma è incentivata anche come attività didattica e associata a varie modalità di realizzazione: in piccoli contenitori, su piani verticali, in diversi tipi di supporto (di argilla, sintetico, ecc.).

Imprenditori, impiegati, famiglie persone che lasciano il lavoro per tornare alla terra, anche solo "temporaneamente" grazie a questi servizi di earth renting. […] C’è Luigi, dirigente di una multinazionale della telefonia che dopo una settimana fra Raccordo anulare e giri di cravatta intorno al collo, al sabato smette i panni di manager per indossare la tuta da lavoro negli orti in affitto ad Ardea, un cambio d’abito alla Clark Kent dirimpetto ai Colli Albani (Roma). C’è Mirko, ingegnere elettronico che non ne poteva più né dell’elettronica né di vedere la moglie giocare a Farmville sul divano, e insieme al fratello Francesco ha trasformato gli orti in pixel in coltivazioni tridimensionali dove dal 2014 ad oggi 300 ortisti fra Marche, Toscana, Emilia, Lombardia e Piemonte, portano a casa dai 130 ai 160 chili di verdura a testa ogni anno. Poi c’è Agron, detto Ago, nato in Albania e sbarcato a Bari con la Vlora nel 1991 che aveva 17 anni: sopravvissuto all’inferno dei migranti oggi, che di anni ne ha 45, è il contadino-tutor che insegna ai ragazzi del Sert ma anche a quelli del centro igiene mentale di Arezzo come si coltivano ortaggi e affini. (Sonia Gioia, Ode alla terra (e voglia di evasione): in Italia è boom di orti in affitto, “la Repubblica”, 17/7/2018)

Un altro piccolo segnale di una progressiva accettazione della pratica in questione e di un parallelo consolidamento del lessico che le corrisponde è la comparsa di derivati: l’aggettivo ortistico (circa 1700 occorrenze in rete, in espressioni come complesso ortisticoqui in un documento ufficiale del Comune di Pontedera –, spazio ortistico, paesaggio ortistico, allestimento ortistico, e anche in contesti più ironici come gergo ortistico e assalto ortistico, qui accoppiato all’hashtag #guerrillagardening) e il nome astratto derivato ortismo (circa 500 occorrenze sulle pagine italiane di Google), che indica appunto sia la pratica del dedicarsi all’orto urbano personale, sia più in generale lo stile di vita di chi si definisce ortista (per passione o per professione).

La nascita del sostantivo astratto derivato in -ismo, che Lo Duca indica come molto rara per la categoria dei nomi professionali in -ista e invece comune per quella che indica seguaci di movimenti, sembrerebbe avvicinare ortista ai nomi di quest’ultima. Il suffisso -ista può dunque essere letto come funzionale all’identificazione degli appartenenti alla categoria, data la sua capacità di conferire all’occupazione una nota di attualità e adeguatezza ai tempi (cfr. Bruno Migliorini, Correnti dotte e correnti popolari nella lingua italiana, “Lingua nostra”, 1939, 1, pp. 1-8: 6), individuando subito un referente dedito a un’attività legata alla contemporaneità e al tessuto socioculturale urbano, laddove le alternative già presenti nei vocabolari si situano invece in una cornice semantica più tradizionale.

Tra le cause della fortuna del suffisso -ista, Lo Duca cita anche la sua diffusione in altre lingue di prestigio, come il francese (nella forma -iste) e l’inglese (-ist), nelle quali ugualmente ricorre nei nomi di professioni moderne e specializzate. Nel nostro caso specifico, tuttavia, il parallelo non sussiste: in inglese la parola corrispondente a ortisti è allotmenteers (circa 57.000 risultati su Google) e in francese jardiniers familiaux (circa 1400 risultati su Google). Comune a tutte le lingue, compreso il tedesco, che usa Kleingärtner (chiave che produce ben 1.500.000 risultati su Google), è la ricerca di un nome alternativo rispetto a quelli tradizionali, a confermare l’esigenza di un nuovo termine, adatto alle nuove pratiche che abbiamo descritto.