Consulenze linguistiche

Simulare e dissimulare

  • Vittorio Coletti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2022.20797

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Quesito:

Che differenza c’è tra simulare e dissimulare? Sono verbi anche intransitivi?

Simulare e dissimulare

Cominciamo dalla differenza tra simulare e dissimulare. In genere, se uno simula qualcosa, finge un comportamento o un pensiero che non sono i suoi; se li dissimula, non li lascia trasparire. In entrambi i casi c’è astuzia, accortezza, ma simulando ci si attribuisce qualcosa che non si prova, mentre dissimulando lo si nasconde. La differenza tra i due verbi è la stessa che corre tra i due sostantivi che ne derivano, come si legge in questa bella definizione del trecentesco Buti (citata dal Tommaseo): “Simulazione è fingere vero quello che non è vero, e dissimulazione è negar quello ch’è vero”.

In passato dissimulare valeva anche contraffare, falsificare (la moneta, ad esempio), tacere la verità (nella ventisettana dei Promessi sposi, al cap. XXXI si leggeva “non si dissimulavano i malati”, frase poi modificata in “non si denunziavan gli ammalati”). Oggi simulare significa anche riprodurre artificialmente un fenomeno, a scopo scientifico o di addestramento, senza la riprovevole valenza morale che da sempre, come vedremo subito, accompagna il verbo.

Sia dissimulare che simulare hanno costruzione transitiva, con complemento diretto che esprime il pensiero simulato o quello dissimulato; e in questo costrutto la differenza di significato tra i due verbi è netta. Ma entrambi si possono trovare pure in usi assoluti, con omissione del complemento diretto, come in questo passo di D’Annunzio riportato dal GDLI:

Simulai, dissimulai senza tregua, non soltanto verso mia madre, mio fratello, gli altri inconsapevoli, ma anche ver­so Giuliana.

Questi usi, formalmente, sono intransitivi, come nota un lettore, ma sono davvero classificabili come tali solo se ad essi corrisponde anche un vero cambiamento di significato, cioè quando la cancellazione dell’oggetto modifica il senso del verbo (come nel passaggio da “Il bambino non mangia la minestra” a “Il bambino non mangia”).

Se in genere si dice che uno simula o dissimula qualcosa, può capitare che l’oggetto sia cancellato o omesso, dato per noto. Nel caso di simulare il significato non cambia e, tutt’al più, acquisisce il tratto dell’abitudinarietà, della continuità (un calciatore che simula, è uno che di solito finge di subire un fallo): “Ma veramente ci hai creduto, a quelle parole? Simulava, andava in cerca di preda!...” (M. Prisco, Una spirale di nebbia, fonte PTLLIN). In quello di dissimulare l’uso assoluto introduce una parziale variazione di significato che ne giustifica l’eventuale classificazione anche come intransitivo. Se infatti dire che “Tizio dissimula il proprio disappunto” significa che lo nasconde, dire che “Tizio dissimula astutamente” significa che non solo nasconde le proprie intenzioni, ma anche che ne finge delle altre e il verbo si avvicina al significato di simulare. In costruzione intransitiva dissimulare vale soprattutto minimizzare, far finta di niente, nascondere imbarazzo o contrarietà o altro atteggiamento che potrebbe urtare l’interlocutore oppure, specie anticamente, nascondere la propria contrarietà o imbarazzo di fronte a parole o gesti altrui. In questo senso il verbo e il suo derivato (la dissimulazione) hanno e soprattutto avevano una valenza moralmente positiva, come si vede da ciò che Dante dice della dissimulazione in Convivio III 10:

figura in rettorica… molto laudabile, e anco necessaria, cioè quando le parole sono a una persona e la ’ntenzione è a un’altra; però che l’ammonire è sempre laudabile e necessario, e non sempre sta convenevolemente ne la bocca di ciascuno. Onde, quando lo figlio è conoscente del vizio del padre, e quando lo suddito è conoscente del vizio del segnore, e quando l’amico conosce che vergogna crescerebbe al suo amico quello ammonendo o menomerebbe suo onore, o conosce l’amico suo non paziente ma iracundo a l’ammonizione, questa figura è bellissima e utilissima, e puotesi chiamare ‘dissimulazione’.

e dalla Dissimulazione onesta, virtù dell’uomo prudente, raccomandata, nel XVII secolo, in un famoso trattato da Torquato Accetto. Simulare e simulazione, invece, pur essendoci stato chi li ha consigliati in determinate circostanze, sono sempre stati accompagnati da cattiva fama (si pensi alla “simulazione di reato” o al “fallo di simulazione”) o dalle equivoche insegne dell’astuzia del potere, quasi arte amorale dei Potenti che fingono reazioni diverse da quelle che provano, come in questo passo del Guicciardini: “Uno principe, che non sia al tutto imprudente, va qualche volta simulando” o in questo dell’ambasciatore veneziano Morosini nel Cinquecento: è “cosa ordinaria ne’ principi la simulazione” (fonte GDLI). Insomma, non solo simulare (qualcosa) è diverso da dissimularlo, ma è anche moralmente riprovato.

La differenza tra i due verbi si vede bene anche quando sono costruiti in forma pronominale. Simulare, cui, per la verità, il si si unisce quasi sempre in funzione di soggetto impersonale o passivante (“per la prova sicurezza si è simulato un incendio”), quando ha valore riflessivo vale fingersi, come in questo passo di Gadda (GDLI): “Del linguaggio di pretura non poteva [Zamira], in co­scienza, e però non osava simularsi edotta”. Dissimularsi vale invece non farsi notare, nascondersi, confondersi con altri, come in questo passo da una “Rivista di fanteria” del 1893: “Quando si è vestiti in modo particolare, difficilmente ci si dissimula nella folla” (fonte Google libri) o in quest’altro da G. Comisso, Un gatto attraversa la strada (fonte PTLLIN) del 1955: “Gli fece vedere le raggiustature fatte col filo di ferro, si dissimulavano bene confuse coi fiori”.

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