Consulenze linguistiche

Perché a volte si mette la negazione dopo finché (e altre questioni relative ai modi dei verbi)

  • Bruno Moretti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2023.29046

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Copyright: © 2023 Accademia della Crusca


Quesito:

La Crusca ha ricevuto negli ultimi tempi molte richieste di chiarimento relative all’uso di finché (e forme equivalenti, come fino a che, fino a quando, fino al momento in cui, ecc.). Le domande riguardano, da un lato, l’uso della negazione dopo questa congiunzione, e, dall’altro lato, si manifestano insicurezze relative alla scelta del modo verbale, con l’alternanza nelle subordinate introdotte da finché tra indicativo e congiuntivo e, talvolta, tra congiuntivo e condizionale.

Perché a volte si mette la negazione dopo finché (e altre questioni relative ai modi dei verbi)

  1. La negazione dopo finché

‘Giusto o sbagliato’?

Iniziando dal primo punto, un ottimo esempio del fenomeno è costituito (come segnala una delle persone che si è rivolta alla nostra Consulenza) dalla ben nota richiesta che viene fatta sugli aerei ai passeggeri:

Si prega di mantenere le cinture allacciate fino a quando l’apposito segnale non verrà spento.

Il senso della comunicazione è quello di far sì che i passeggeri non slaccino le cinture prima dello spegnimento del segnale. Quindi, da un punto di vista che potremmo chiamare “logico-matematico”, sembrerebbe esserci una contraddizione nell’uso della negazione, dato che i passeggeri devono aspettare che il segnale venga spento e non che il segnale rimanga acceso (‘NON spento’). Si potrebbe allora pensare che l’unica forma corretta debba essere quella senza non:

Si prega di mantenere le cinture allacciate fino a quando l’apposito segnale verrà spento.

È indubbio che questa seconda formulazione è possibile e corretta, ma ciò che è ancora più interessante è che pure l’altra soluzione, quella con non, è possibile e corretta (e, anzi, in molti casi è quella più frequente). Su questa doppia possibilità concordano le opere principali di riferimento della lingua italiana, come grammatiche e vocabolari. Per esempio, nel GRADIT Grande dizionario italiano dell’uso (curato da Tullio De Mauro) sotto il lemma finché compare quanto segue:

fino a quando, fino al momento in cui, in proposizioni temporali all’indicativo o al congiuntivo in cui può essere presente o meno l’avv. non senza che il significato cambi: aspetterò qui finché non torni …. [grassetto mio]

Le lingue non funzionano infatti secondo una logica matematica in senso stretto (e non funzionano nemmeno tutte allo stesso modo): proprio in strutture di questo tipo alcune lingue richiedono o permettono la negazione mentre altre invece non la ammettono. La logica particolare delle lingue nel campo della negazione è ben illustrata pure dal fatto che in una frase italiana ci possono, anzi, ci devono essere due elementi negativi senza che essi si contraddicano tra di loro: “Non vedo nessuno”; “Non faccio niente”.

Anche in questo caso ci sono lingue, come per esempio l’inglese, in cui la cosiddetta doppia negazione non è ammessa dalla norma (ed è tipica di varietà substandard), mentre in italiano è invece la soluzione con la negazione semplice (vedo nessuno, faccio niente) a non coincidere con la norma e a comparire solo in stili informali o giudicati substandard.

In breve, non è quindi possibile equiparare tutti gli usi della negazione linguistica al valore logico negativo. Ciò è ben visibile pure nelle costruzioni che presentano la cosiddetta “negazione espletiva”, una negazione, cioè, che non cambia fondamentalmente il valore della frase. Si tratta di esempi come i seguenti, che riprendiamo dalla Nuova grammatica italiana, di Giampaolo Salvi e Laura Vanelli (Bologna, Il Mulino, 2004):

Ieri per poco Piero non investiva Maria;
Che cosa non direbbe pur di sparlare di me!;
Piero ha letto più libri di quanti non ne abbia letti Maria;
Resterà senza lavoro, a meno che non metta la testa a posto;
Chiamalo, prima che non ti combini qualche guaio.

Provando a cancellare non da questi esempi ci si accorge che il significato delle frasi non cambia. A questo punto è evidente che anche il nostro caso di non in proposizioni temporali introdotte da finché costituisce un esempio di negazione espletiva.

La prima risposta alla domanda che ci è stata posta è quindi quella che l’uso di non dopo finché, in esempi come quello del messaggio rivolto ai viaggiatori, non è sbagliato. Ma ci sono altri aspetti della questione che vale la pena di indagare, come per esempio la domanda se sia veramente sempre possibile usare non dopo finché. E in secondo luogo ci possiamo chiedere quali siano le ragioni per l’uso della negazione espletiva nei casi di cui ci stiamo occupando.

Casi in cui la negazione fa cambiare il valore della frase

Se allarghiamo la casistica degli esempi da analizzare, ci accorgiamo in fretta che l’affermazione che non può sempre essere inserito senza che cambi il significato della frase non è corretta. Nella nostra prima citazione del GRADIT ci siamo volutamente arrestati dopo il primo esempio, che costituisce in effetti un bell’esempio di frase in cui la negazione non ha conseguenze sul valore complessivo della frase. Il secondo esempio che compare nel GRADIT e che volutamente non abbiamo finora riportato (lo evidenziamo qui sotto in grassetto), presenta invece un altro tipo di fenomeno:

fino a quando, fino al momento in cui, in proposizioni temporali all’indicativo o al congiuntivo in cui può essere presente o meno l’avv. non senza che il significato cambi: aspetterò qui finché non torni, finché andavano a scuola erano buoni amici, puoi stare con noi finché vorrai …. [grassetto mio]

Se inserissimo non in questo esempio otterremmo infatti due frasi con valori differenti:

Finché andavano a scuola erano buoni amici.
vs.
Finché non andavano a scuola erano buoni amici.

La prima frase ci presenta una situazione in cui due persone, nel periodo in cui andavano a scuola, erano legate da un rapporto di amicizia. Finché ci fa inoltre pensare che questo buon rapporto possa essere finito nel momento in cui i due smettono di frequentare la scuola. Nella seconda frase ci immaginiamo una situazione per vari aspetti opposta, in cui i due amici smettono di essere tali quando vanno a scuola (per esempio se la loro amicizia si manifestava solo quando marinavano la scuola oppure quando giocavano prima dell’inizio delle lezioni, con un valore di finché simile a ‘quando’).

Un altro bell’esempio in cui la presenza di non cambia il significato della frase lo possiamo trovare nel seguente modo di dire:

Battere il ferro finché è caldo.
vs.
Battere il ferro finché non è caldo.

Nella prima frase si fa riferimento (in modo più o meno letterale, a seconda che si parli veramente di ferro o si parli di qualcos’altro attraverso il riferimento al ferro) a una situazione in cui il ferro è caldo e lo si deve battere finché rimane caldo. Nella seconda frase ci troveremmo in una situazione in cui il ferro si sta riscaldando e occorre batterlo finché non sia diventato caldo (come se, per esempio, le martellate stesse avessero l’effetto di riscaldarlo). Un altro modo di dire simile, dove la negazione cambierebbe il valore della frase, è finché c’è vita, c’è speranza.

In breve, ci sono dei casi in cui finché può essere accompagnato da non senza che cambi il significato, e altri casi in cui l’inserzione della negazione cambia indubbiamente il significato. Che cosa provoca questa differenza? Se confrontiamo i vari esempi che abbiamo visto fin qui, ci rendiamo conto che finché può avere due valori differenti. In casi come battere il ferro finché è caldo, possiamo parafrasare questo valore come “per tutto il tempo in cui”. In casi come aspetterò qui finché non torni il valore invece è quello di “fino al momento in cui”. Perciò potremmo riformulare le due frasi in questione come battere il ferro per tutto il tempo in cui rimane caldo e rispettivamente aspetterò qui fino al momento in cui torni.

La tendenza che si è delineata in modo chiaro in italiano è quella che con il valore di “per tutto il tempo in cui” la negazione non è mai possibile, mentre con il valore di “fino al momento in cui” è possibile. Nel primo caso finché mette l’accento sul carattere (che potremmo definire di “polarità positiva”) del periodo che precede il cambiamento (“il ferro è caldo e si deve agire nel periodo in cui esso è tale”), nel secondo mette l’accento sul carattere (definibile di “polarità negativa”) del periodo e sul momento di svolta in cui questo carattere cessa (“il ferro deve diventare caldo, quindi NON è caldo, e devo agire fino al momento in cui è diventato caldo”). Facendo la differenza tra i due valori differenti di finché si è così assestata per i parlanti una regola (semplificata, in verità, rispetto a quanto alcune grammatiche consideravano) che impedisce a volte l’uso della negazione e a volte lo permette.

La negazione è veramente facoltativa nei casi in cui non cambia il significato della frase?

Potrebbe però sorgere a questo punto la domanda se nei casi in cui la negazione è possibile, quest’ultima sia davvero facoltativa o non sia piuttosto obbligatoria. Rispondere a questa domanda ci può aiutare a capire meglio il senso della negazione espletiva con finché, e per rendere la cosa più semplice ci possiamo servire dell’esempio seguente:

Rimestare la minestra finché non bolle.

Il senso di “fino al momento in cui” è qui quello corretto, ma ci accorgiamo subito che, come negli altri esempi di negazione espletiva, il non potrebbe essere cancellato senza che il significato della frase cambi:

Rimestare la minestra finché bolle.

La risposta alla domanda che ci siamo appena posti è perciò che la negazione in questi contesti specifici è, dal punto di vista del significato, veramente facoltativa. È come se vedessimo la stessa situazione da due prospettive differenti: una è quella dello stato della minestra che non bolle e durante questo stato occorre rimestarla fino al momento in cui “smetta di non-bollire”; l’altra prospettiva è anch’essa quella della minestra che non bolle che va rimestata fino al momento in cui “entra nello stato di bollire”. È interessante notare, però, che l’esempio senza la negazione, potrebbe a rigore essere capito pure con il valore di rimestare la minestra per tutto il tempo in cui bolle (così come battere il ferro finché è caldo) e questa constatazione ci indirizza verso la nostra prossima domanda (l’ultima di quelle che avevamo annunciato sopra).

Perché si inserisce la negazione?

Il quesito che ci si pone è il seguente: se la negazione nei casi aventi il valore di “fino al momento in cui” non è necessaria (e, anzi, ad alcuni parlanti sembra che la sua presenza sia in contrasto con il valore logico della negazione stessa), perché la si inserisce nella frase?

Tornando a rileggere gli esempi che abbiamo già discusso, ci accorgiamo che essi, in verità, ci hanno già fornito la risposta anche a questa domanda. In effetti, esistono dei casi in cui si può essere incerti riguardo al valore effettivo di finché, chiedendosi se esso vada inteso come “per tutto il tempo che” o come “fino al momento in cui”. Per illustrare più chiaramente questo fenomeno possiamo servirci di un altro esempio tolto dalla quotidianità:

Resto qui finché piove.

La prima interpretazione che ci può venire alla mente, sulla base della nostra conoscenza del mondo, delle nostre aspettative riguardo ai comportamenti più frequenti nelle zone in cui viviamo, ecc. è quella che la persona ci sta dicendo che resterà nel posto in cui si trova (per esempio in casa o sotto una tettoia) “per tutto il tempo in cui” pioverà (per evitare di bagnarsi). Immaginiamoci però un’altra situazione, in cui ci sia un caldo torrido e la persona ci sta dicendo allora che non uscirà di casa “fino al momento in cui” inizierà a piovere (con le nuvole che copriranno il sole e l’aria che si rinfrescherà). La prima persona sta aspettando la fine della pioggia, mentre la seconda ne sta aspettando l’inizio (cioè il momento in cui finisce lo stato di “non-pioggia” e inizia quello di “pioggia”). Normalmente l’ambiguità può essere risolta dal contesto o può essere sciolta con altri strumenti linguistici, che non lasciano spazio ad ambiguità, come, per esempio, dicendo, in un caso, finché non piove più (e sottolineando così la fine della pioggia) o dicendo, nell’altro caso, finché comincia a piovere (che esplicita l’inizio della pioggia). Altre parafrasi esplicitative possono servirsi, per esempio, di perifrasi aspettuali, che sottolineano la continuità dell’azione, come finché sta piovendo, resto qui. All’interno di queste dinamiche, la negazione espletiva si configura proprio come un’altra possibilità di orientare mediante la lingua l’interpretazione verso il valore di “fino al momento in cui”, mettendo l’accento, tramite la negazione, sulla fine di uno stato e sul suo cambiamento. Resto qui finché non piove verrà allora intesa nel secondo senso, quello in cui chi parla attende che piova (ovvero, che finisca lo stato del “non-piovere”).

Tranne nei casi in cui la negazione espletiva non è possibile, negli altri casi in cui essa è possibile (cioè, facoltativa), la sua aggiunta costituisce una piccola traccia che orienta l’ascoltatore o il lettore verso l’interpretazione corretta dell’enunciato. Una traccia non sempre del tutto sicura, ma che coopera con gli altri strumenti di cui ascoltatori e lettori si servono per capire il valore effettivo di ciò che viene loro comunicato, come per esempio, il contesto, le conoscenze condivise, le aspettative, ecc. In questo modo, il valore di non viene inteso correttamente non come una negazione vera e propria, ma piuttosto come un segnale che indirizza verso l’interpretazione desiderata.

Il caso della negazione espletiva con finché illustra perciò molto bene la logica particolare della lingua, che, se da un punto di vista “logico-matematico” può sembrare talvolta “il-logica”, in verità, come abbiamo visto, ha invece una sua logica speciale e quindi una sua coerenza. Dal punto di vista della nostra comprensione del funzionamento della mente umana, fenomeni come questo sono estremamente interessanti, perché ci mostrano regolarità e caratteristiche del nostro modo di agire con la lingua di cui ci serviamo quotidianamente senza, nella maggior parte dei casi, esserne consapevoli.

  1. La questione del modo verbale

Indicativo vs. congiuntivo

Passando ora al secondo tipo di domande, ci occupiamo dapprima dei dubbi relativi all’alternanza di indicativo e congiuntivo, riportando, anche in questo caso, esempi sottoposti alla consulenza dell’Accademia, come il seguente:

Ha detto che non esporrà i risultati finché non sia terminato il corso
vs.
Ha detto che non esporrà i risultati finché non sarà terminato il corso.

Innanzitutto, va detto che con finché si possono avere sia l’indicativo che il congiuntivo. La Grammatica italiana di Luca Serianni (Serianni 1989) riporta per esempio la seguente citazione dai Racconti di Calvino:

a ogni bomba che cadeva lui s’approfondiva in questa fessura di roccia finché arrivò in un punto in cui non vedeva più nessuna luce

e Serianni commenta: “è un dato di fatto: arrivò realmente in quel punto”. A questo esempio con l’indicativo ne giustappone uno con il congiuntivo (tratto da Lamanna, Filosofia, III, 28):

[lo Stato] deve avocare a sé l’esercizio del commercio con gli altri Stati, finché l’economia interna non sia stata organizzata in modo da produrre tutto il necessario.

Il commento in questo caso parla di “riferimento eventuale: non si può stabilire se e quando la produzione dello Stato diventerà autosufficiente”. Quanto scrive Serianni riguardo ai due esempi appena visti può benissimo essere applicato anche all’esempio che abbiamo riportato in apertura di questo paragrafo: l’uso del congiuntivo lascia aperta la questione relativa alla fine del corso, mentre l’indicativo (pur utilizzando un tempo particolare come il futuro, che si riferisce a qualcosa che non è ancora successo) rende meno ipotetica la fine del corso. Possiamo perciò dire che la selezione dei due modi che accompagnano finché è controllata dalle tipiche regole che in italiano governano l’alternanza tra indicativo e congiuntivo. Alla stessa pagina da cui abbiamo appena citato, Serianni riassume la questione come segue:

Rispetto all’indicativo, che è il modo più comune e più ‘neutro’, il congiuntivo introduce una sfumatura di eventualità, contrassegna il carattere incerto, ipotetico di una circostanza temporale.

Altri due esempi, che sono stati sottoposti alla Consulenza, sono i seguenti:

... assorto nei pensieri, rimase a controllare il fuoco finché l’acqua non bolliva;
Spero solo che un giorno questa gente vada ai lavori forzati finché non crepa di stenti.

Nel primo caso (dove, tra l’altro, abbiamo un bell’esempio di come l’assenza della negazione renderebbe ambigua la frase) ciò che è particolare non è tanto l’uso dell’indicativo, quanto la scelta dell’imperfetto invece del passato remoto. In questo modo, chi scrive ha probabilmente voluto dare maggior evidenza al protrarsi dell’azione nella sua durata (e all’essere assorto nei suoi pensieri del protagonista) e non alla conclusione dell’azione stessa (come avrebbe fatto se avesse usato bollì). Con il congiuntivo non avrebbe potuto raggiungere lo stesso effetto.

Nel secondo esempio abbiamo un altro fenomeno particolare: il verbo sperare introduce una componente di insicurezza che richiede nella subordinata esplicita che segue il congiuntivo. Chi scrive, in effetti, rispetta questa regola con il verbo andare: spero solo che […] vada. Sarebbe poi stato senz’altro possibile utilizzare il congiuntivo anche nella subordinata introdotta da finché. In questo modo si sarebbe mantenuta una continuità nella scelta modale, ma il passaggio all’indicativo sembra essere motivato, potremmo dire, dal voler trasformare una speranza in una certezza. La formulazione scelta è così forse un po’ meno elegante, ma molto più espressiva nel suo farci percepire la forza dell’augurio malevolo con la certezza delle conseguenze dell’andare ai lavori forzati.

Congiuntivo o condizionale

Per finire, altre richieste di consulenza riportano esempi come i seguenti e chiedono se la soluzione corretta sia quella con il congiuntivo o quella con il condizionale (o se entrambe siano accettabili):

Sarebbe rimasta con loro fino a quando suo marito non avrebbe giurato di farla finita con me;
Sarebbe rimasta con loro fino a quando suo marito non avesse giurato di farla finita con me.

Fino a quando non sarebbe stato eletto;
Fino a quando non fosse stato eletto.

Almeno fino a quando non sarebbe andato a cercarla;
Almeno fino a quando non fosse andato a cercarla.

Le navi si sarebbero dovute dirigere a nord-ovest fino a quando non avrebbero incontrato venti provenienti da ovest;
Le navi si sarebbero dovute dirigere a nord-ovest fino a quando non avessero incontrato venti provenienti da ovest.

Entrambe le soluzioni sono corrette e si distinguono dal punto di vista di ciò che esprimono. Il loro contrasto in questo è simile a quello che abbiamo visto in precedenza riguardo alla contrapposizione di indicativo e congiuntivo, con il secondo che serve ad esprimere più chiaramente l’eventualità di quello che viene detto, mentre il primo ha un valore più temporale, di futuro nel passato.

Nell’ultimo esempio presentato qui sopra questa differenza sembra ancora più evidente che negli altri: con l’uso del condizionale traspare una maggiore certezza dell’incontro con i venti provenienti da ovest, mentre l’uso del congiuntivo rende questa possibilità meno sicura. In effetti, se queste frasi non fossero collocate nel passato, ci potremmo attendere, al posto del condizionale, un indicativo futuro: “Le navi si devono dirigere a nord-ovest fino a quando incontreranno venti provenienti da ovest”, e, al posto del congiuntivo trapassato, un congiuntivo presente: “Le navi si devono dirigere a nord-ovest fino a quando incontrino venti provenienti da ovest”.

I lettori avranno pure notato che nel primo e nell’ultimo esempio il condizionale dopo fino a quando non è l’unico che si ritrova nei periodi in questione. Anche se a volte la mancanza di un contesto più esteso per questi esempi rende difficile la loro corretta interpretazione, nel primo caso si direbbe che abbiamo a che fare con un caso di discorso riportato in forma indiretta (corrispondente a una forma diretta del tipo: «Lei ha detto: “rimarrò con loro …”»). Nell’altro esempio si potrebbe trattare sia di un caso simile di discorso riportato, sia di un rimandare al fatto che le navi non hanno fatto quello che era stato richiesto di fare (“dirigersi a nord-ovest fino a quando…”).

I dubbi e le insicurezze di molti parlanti nativi in questo ambito ci dicono che la differenza di valore tra le due possibilità espresse rispettivamente dal congiuntivo e dal condizionale non è sentita come estremamente forte e, di conseguenza, la ‘sfumatura di eventualità’ espressa dal congiuntivo non viene sempre colta o non viene considerata esclusiva di quest’ultimo, dato che il condizionale, sia per il suo abituale valore modale, sia per il fatto che in questi contesti colloca l’evento in un tempo futuro rispetto a un’altra azione passata (quindi in un momento temporale nel quale non v’è assoluta certezza), si contrappone in modo meno forte dell’indicativo al congiuntivo.

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