Temi di discussione

Non sempre ai Padri vanno affiancate le Madri

  • Paolo D'Achille
  • Rita Librandi
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2022.26884

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Copyright: © 2022 Accademia della Crusca



Un aneddoto significativo, che racconteremo senza fare nomi, ha stimolato alcune nostre riflessioni. Uno studioso di storia dell’arte ha di recente scritto e consegnato un contributo in inglese sui pellegrinaggi al Sacro Speco di Subiaco per un volume miscellaneo che sarà pubblicato in Gran Bretagna. L’autore cita, in un punto del suo saggio, i Padri della Chiesa, ma la curatrice del volume gli ha proposto di aggiungere ai Padri “le Madri della Chiesa”.

Ci siamo chiesti se si tratti di un ennesimo esempio di indebita applicazione al passato di un uso non sessista della lingua, di cui ci si può limitare a sorridere (tanto più perché riferibile all’area anglofona), o se esso non costituisca, in prospettiva, un possibile episodio di cancel culture, cioè della censura di eventi storici, che si cerca progressivamente di eliminare dalla memoria collettiva (in una sorta di damnatio memoriae) in nome del politicamente corretto: in questo caso a farne le spese sarebbero i Padri della Chiesa. L’integrazione proposta dalla curatrice del volume, infatti, non si può assimilare all’aggiunta ai fratelli delle sorelle, che la stessa Chiesa ha promosso, visto che l’italiano non ha un termine che comprenda gli uni e le altre, come l’inglese siblings o il tedesco Geschwister, ma è del tutto incongruente sul piano storico e favorisce interpretazioni distorte del passato. Siamo i primi e più convinti sostenitori della parità di genere, ma proiettare sul passato visioni e sentimenti della contemporaneità non solo non consente di leggere con correttezza la storia, ma neppure aiuta, nel caso in questione, a descrivere con chiarezza quanto le donne abbiano faticosamente conquistato e ancora debbano conquistare. Viene da chiedersi se non sia il caso che la cultura europea “continentale” (Germania, Francia, Italia, Svizzera, Austria, ecc.) si decida una buona volta ad arginare certe attuali tendenze del mondo anglo-americano, benemerito in tanti campi della ricerca, ma non (a quanto pare) per ciò che riguarda la diacronia e gli studi storici (concernano essi la religione, l’arte, la lingua o la storia tout court).

Guardiamo più da vicino perché la richiesta della curatrice del volume stride con la ricostruzione storica. La patristica e la patrologia latina e greca riguardano un numero ben definito di autori cristiani dei primi secoli, tra i quali non ci sono donne. La denominazione di “Padri della Chiesa”, infatti, è antichissima: fu assegnata a partire dal IV secolo e perfezionata nel secolo successivo per designare gli scrittori cristiani le cui opinioni avevano acquisito particolare autorevolezza, divenendo punto di riferimento in materia di fede. Vi furono inclusi soprattutto i vescovi che avevano preso parte ai più importanti concili, a cominciare da quello di Nicea tenutosi nel 325 d.C. Successivamente ci furono, anche grazie all’impulso di s. Agostino, alcune estensioni, ma possiamo sinteticamente dire che, in Occidente, il periodo dei Padri si chiude nel VII secolo con s. Gregorio Magno e con s. Isidoro, mentre in Oriente termina nell’VIII secolo con s. Giovanni Damasceno. A questa altezza cronologica, dunque, non è possibile individuare “Madri della Chiesa”, così come del resto non avrebbe senso continuare a parlare di Padri dopo queste date. La confusione sorge, probabilmente, per una sovrapposizione con un altro importante titolo, quello di “Dottori della Chiesa”, che, istituito molto più tardi, tra il XIII e il XIV secolo, è stato assegnato a chi abbia acquisito meriti particolari nella diffusione e interpretazione della dottrina. A differenza del precedente, però, questo titolo può essere ancora oggi attribuito dal pontefice o dal concilio ecumenico e l’antichità non è una condizione indispensabile. Tra i dottori della Chiesa ci sono anche quattro donne: s. lldegarda di Bingen, s. Caterina da Siena, s. Teresa d’Avila e s. Teresa di Lisieux. È giusto ricordare, d’altro canto, che studi storici recenti hanno dimostrato il ruolo importante ricoperto, nella storia del pensiero religioso, anche da altre donne, la cui riflessione teologica è stata a lungo ignorata. In questi casi molti studi ricorrono, più di una volta, alla definizione di “Madri della Chiesa”, ma si tratta di una denominazione inappropriata, confermata sia dalla distanza temporale sia dalle circostanze che separano queste figure dall’età dei Padri. Si dovrebbe, al contrario, insistere perché altre donne, il cui contributo sarebbe facile da documentare, siano incluse, a giusta ragione, tra i Dottori della Chiesa.

Questa confusione nasconde, purtroppo, una carenza di conoscenze non solo sul piano della storia religiosa ma della storia nel suo insieme: è un po’ come se, dicendo “gli astronauti che sono scesi sulla Luna”, volessimo aggiungere agli astronauti “e le astronaute”, che certamente sono esistite ed esistono, e danno un contributo importante alla navigazione spaziale, ma non appartengono a quel fatto e a quel momento. L’episodio segnalato all’inizio può dunque essere l’occasione per riflettere sui rischi che comporta l’appiattimento sincronico degli studi umanistici. Non c’è dubbio che lo studio della realtà presente (o del passato appena trascorso) sia importante, ma anche il passato va studiato con estrema attenzione, perché rappresenta un patrimonio culturale imprescindibile, che, oltre a costituire di per sé un valore (percepibile solo quando ci si impadronisca dei necessari strumenti interpretativi), può anche fornire un parametro su cui misurare i progressi realizzati nel campo delle conoscenze, l’evoluzione che è avvenuta in tanti aspetti del vivere civile e che deve continuare a progredire. Ignorare il passato o rifiutarlo in nome di principi propri del mondo contemporaneo, indebitamente e retroattivamente applicati, espone invece a rischi pericolosi: la cancel culture può infatti avere come effetto indesiderato anche il più bieco negazionismo. Non si può affatto escludere che la censura del passato finisca col far affievolire progressivamente la memoria storica e che porti in futuro (ma qualche avvisaglia, purtroppo, già si intravede) a ridimensionare, se non addirittura a negare, fatti ed eventi che invece sono tragicamente avvenuti e che potrebbero ripetersi. È indispensabile, però, una maggiore consapevolezza dell’esistenza del problema e quindi un forte impegno culturale per evitare una simile possibile deriva.