Temi di discussione

La letteratura a scuola, oggi

  • Vittorio Coletti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2023.29012

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Copyright: © 2023 Accademia della Crusca



L’affermazione di Susanna Tamaro, secondo cui a scuola bisognerebbe leggere gli scrittori contemporanei e lasciar stare i noiosi classici, ha suscitato scalpore sui media, sconcerto tra insegnanti e studiosi (la Presidente e il Vicepresidente della Fondazione Verga hanno prontamente replicato), ma anche una discussione che forse ne riscatta il dubbio gusto di base. La riprendiamo dalla nostra Accademia, dove l’attenzione alla letteratura va, più che altrove, collegata a quella per la lingua. 

Da questa prospettiva, l’attenzione ai nostri classici non è solo giustificata dal loro valore letterario e dalla loro rinomanza internazionale, ma anche dal filo di continuità con cui nei secoli essi hanno costruito l’italiano ben prima che la politica facesse l’Italia. A tacere della stoltezza che mostrerebbe la scuola italiana trascurando i grandi autori del passato, come Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Tasso, Goldoni, Foscolo, Manzoni, Leopardi, Verga, che sono da tempo “scrittori mondo”, punti stabili del canone internazionale delle lettere, resterebbe l’insensatezza di una cultura che spezzasse il legame con la propria storia e con una tradizione di linguaggio che ha formato, anticipato la comunità nazionale organizzata e ha dato voce e rinomanza planetaria al Paese in cui viviamo. 

Ma Tamaro ha sostenuto che i giovani hanno bisogno di contemporaneità, di attualità, di trovare anche in letteratura le sensibilità e i problemi loro e del presente. C’è un’esigenza giusta in questa richiesta, ma anche un grossolano errore, da secoli confutato, che consiste nel credere che l’attualità artistica sia rappresentata solo dall’arte contemporanea e non capire che il tasso di modernità è proporzionale al valore dell’opera, alla sua resistenza al tempo, tant’è vero che oggi le tragedie greche (pur di altra lingua e di ben maggiore antichità) sono comunemente usate e studiate da storici e giuristi per affrontare problemi politici e giuridici strettamente attuali, e i recenti anniversari di Dante e Manzoni hanno mostrato la vitalità del loro insegnamento per la conoscenza e la critica del carattere degli italiani e per un ripensamento della concreta dimensione umana al tempo della sua temuta evaporazione nell’universo virtuale. Gli interventi del Presidente della Repubblica, al riguardo, sono stati emblematici. Il riferimento specifico di Susanna Tamaro a Verga è stato particolarmente ingiusto e sbagliato: lei si sarà pure annoiata leggendo i Malavoglia, ma credo che sia un problema suo, perché si tratta, per riconoscimento universale, di un romanzo che sta tra i grandi capolavori della narrativa europea dell’Ottocento: una straordinaria invenzione linguistica, tra il poetico e il realistico, ritratto epico e tragico di un’Italia umile e onesta, che ha cercato di affermarsi con la fatica del lavoro e ha trovato nello Stato un potere lontano e sordo. L’attualità del capolavoro verghiano resta fortissima, anche se i poveri non commerciano più nei lupini e sono emigrati all’estero.

Naturalmente, la letteratura italiana conta anche grandi autori del nostro tempo. Il Novecento ne ha avuti alcuni all’altezza dei maggiori più antichi, come Svevo, Calvino, Primo Levi, Montale, Caproni, Gadda, Pasolini, e Tamaro ha ragione se lamenta una troppo scarsa attenzione della scuola alla letteratura più recente. Questo è certamente un limite del nostro sistema scolastico, che, invece di percorrere il passato passando solo per le principali vette, e dedicare parecchio tempo anche al presente (o al passato prossimo), si attarda su percorsi e autori antichi meno rilevanti, arrivando tardi o poco a quelli contemporanei. Il solido, tradizionale binomio scolastico di storia e testi consentirebbe di unire la sintesi dei secoli con la selezione dei testi. Purtroppo, oggi non è più usato. Ma anche la letteratura contemporanea ha il suo canone, la sua gerarchia di valori, ed è fatta di autori maggiori (da studiare) e minori (spesso da dimenticare). La prospettiva linguistica serve bene a fare una cernita nella sua foltissima produzione. 

Come si sa, la letteratura (narrativa e in versi) è il luogo in cui una lingua si manifesta nella sua forma più consapevole e personalizzata, dotata, cioè, di uno stile. Lo stile è un tratto differenziale soggettivo, ma anche un elemento linguistico oggettivo, percepibile, misurato dal lettore, per cui, se uno ha uno stile anonimo o sciatto o impersonale o impalpabile, si dice, giustamente, che non ha uno stile e il lettore non lo vede. La personalità stilistica non significa, però, solo stravaganza o originalità linguistica più o meno vertiginosa, che pure sono possibili e spesso auspicabili in letteratura, quasi necessarie in poesia (Ungaretti, Montale), gradevoli in prosa (Camilleri), a volte mirabili (Fenoglio, Gadda, Pasolini). Significa anche un perfetto controllo della lingua, il suo uso per dire ciò che si vuole nel modo più semplice e preciso possibile, un dosaggio accurato e limpido delle parole (Calvino, Levi, Sciascia, Caproni). Ma uno stile, alto o basso, dosato o esuberante, non si dà senza idee, senza ragioni forti per cercarlo, senza una passione intensa per comunicarle. 

Ora, il vero guaio della letteratura del nuovo secolo sta proprio nell’assenza di uno stile, nell’adozione di una lingua senza qualità perché banale, povera di idee, o, all’opposto, molto esibizionistica, più impegnata a sfoggiare la propria estrosità che a esprimere idee. Non è il caso di fare nomi. Lo stile zero (che non è quello semplice, ma quello assente) lascia vedere una lingua gremita di stereotipi, luoghi comuni, frasi fatte oppure segnata da un narcisismo verbale che parla troppo e sopra le righe per le povere cose che ha da dire. L’esatto contrario di quello che servirebbe a un giovane, cui si propone, attraverso la letteratura, un approccio più meditato, autentico e originale alla realtà. Questo limite riguarda soprattutto la nostra narrativa, dove, dopo Calvino, Levi e Sciascia e tolti pochi autori di particolare pregio, l’offerta più recente non è purtroppo quasi mai all’altezza di quella di altre culture coeve (anche quella, vicinissima, francese), nelle quali, forse, latitano come da noi i capolavori, ma la media è alta e di grande valore intellettuale e linguistico, attestato dal grande successo delle traduzioni. Le cose, in Italia, vanno meglio in poesia, che ha ritrovato nel XXI secolo la responsabilità della parola e non si compiace più della propria impoeticità, di un’esibita sciatteria, come nel tardo Novecento, ma scava liberamente e altamente nella lingua per dire qualcosa che sempre e dolorosamente sfugge.

Perciò, quando suggerisce di sostituire i contemporanei con i classici, Tamaro dovrebbe nominare, più che sé stessa, gli scrittori del grande stile novecentesco, sui quali è giusto richiamare maggiore attenzione. Ma non a scapito dei grandissimi del nostro passato, che sono i protagonisti della galleria planetaria dei letterati e sarebbe bene che gli stessi scrittori oggi leggessero di più, per farsi anche loro uno stile. 

C’è, infine, una potente ragione pedagogica a far risultare discutibili le affermazioni di Susanna Tamaro: l’idea della scuola e della letteratura come doppio o specchio del presente. Il ruolo della scuola, invece, non è quello di rispecchiare o di annullare le differenze tra i giovani e il loro mondo, ma di aiutarli a capirle, a misurarle con linguaggi diversi, più ricchi o più precisi del loro, come, appunto, quelli della letteratura. La letteratura, da parte sua, aiuta il lettore a capire il proprio tempo non solo quando gli è cronologicamente contemporanea, ma anche e soprattutto quando gli fornisce mezzi potenti e di lunga durata, testati da decenni o secoli di attenzione e consenso, per capirlo da solo. Letteratura e scuola non sono luoghi in cui si deve riflettere la realtà circostante, già troppo misera di suo per auspicarne dei duplicati, ma quelli in cui si riflette su di essa e si cerca di capirla, di rapportarsi consapevolmente ad essa e, quando possibile, di migliorarla.