Consulenze linguistiche

I coetanei sono coscritti al Nord

  • Paolo D'Achille
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2021.5486

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Quesito:

Ci sono pervenute varie domande, prevalentemente dalla Lombardia (da Milano e dalla provincia di Varese), ma anche dalla provincia di Treviso e da Firenze, sulla correttezza dell’uso del termine coscritto nel senso di ‘coetaneo’, riscontrato in area settentrionale con particolare riferimento agli alunni di una stessa classe ma non reperito nei dizionari, e sulla sua possibile utilizzazione per indicare coloro che sono nati nello stesso anno, mese e giorno. Un’altra domanda verte sull’uso di anteporre classe all’anno di nascita di qualcuno.

I coetanei sono coscritti al Nord

La prima domanda che ci viene posta è legittima: in effetti, i principali dizionari sincronici (come lo Zingarelli 2020), ma anche un dizionario storico come il GDLI, registrano il termine coscritto soltanto con due significati: quello, anche aggettivale, di ‘chi, che è iscritto nelle liste dei soldati di leva, arruolato’, da cui, per estensione, ‘soldato di leva, recluta’; quello di ‘senatore dell’antica Roma’, frequente per lo più al plurale, nella locuzione padri coscritti, in cui (di nuovo) il termine è in funzione di aggettivo.

Riporto le voci di questi due dizionari (omettendo le attestazioni letterarie presenti nel GDLI):

GDLI:

Coscrìtto (ant. conscritto), agg. e sm. Che è iscritto nel ruolo dei soldati di leva, arruolato.
2. Sm. Soldato da poco arruolato, recluta.
3. Stor. Padri coscritti (anche, semplicemente, coscritti): i membri del Senato romano.
- Per simil. (per lo più iron.).
E: Voce dotta, lat. cōnscrīptus, part. pass, di cōnscrībere; per il n. 2, modellato sul fr. conscrit.

Zingarelli:

coscritto /kosˈkritto/ [vc. dotta, lat. conscrīptu(m), part. pass. di conscrībere ‘coscrivere’ ● av. 1292]
A agg.
● nella loc. padri coscritti, i senatori romani
B s. m.
● soldato di leva appena arruolato SIN. recluta

La data av. 1292 dello Zingarelli si riferisce alla presenza di padri conscritti nel volgarizzamento di Paolo Orosio di Bono Giamboni segnalata nel TLIO, anteriore al primo esempio riportato nel GDLI al n. 3, dal volgarizzamento delle Catilinarie ciceroniane di Bartolomeo di San Concordio; in entrambi i casi, come pure nelle altre numerose occorrenze del corpus OVI, l’espressione ricalca la corrispondente latina (patres conscripti) degli originali. IL TLIO registra anche un’isolata attestazione al femminile, in Bosone da Gubbio (1333), di coscritto aggettivo nel senso di ‘scritto, sopramenzionato’, con valore anaforico, di cui grazie a Google libri si trovano ulteriori, sporadiche attestazioni posteriori, anche in anni a noi più vicini.

I significati di ‘soldato arruolato’ e di ‘recluta’, derivati anch’essi dal latino (milites conscripti), sono più recenti e, come rileva il GDLI (che riporta per entrambi come primi esempi dei passi dalle lettere di Vincenzo Monti, il più antico dei quali è del 1798), sono stati mutuati dal francese.

In effetti il TLFi, s.v. conscrit, dopo aver segnalato per l’aggettivo la loc. pères conscrits ‘senatori’, che è documentata dunque anche in francese (dal sec. XIV), con usi estensivi maggiori rispetto all’italiano, registra per il sostantivo (al plurale) il significato di “Jeunes gens nés la même année, inscrits sur les rôles de l’armée en vue d’accomplir leur service militaire” (‘giovani nati nello stesso anno, iscritti nei ruoli dell’esercito prima di assolvere il loro servizio militare’) e (al singolare) di “Soldat récemment appelé sous les drapeaux; jeune soldat” (‘soldato da poco chiamato alle armi; giovane soldato’, cioè ‘recluta’), documentato a partire dal 1789.

Nonostante si trattasse di un francesismo, coscritto in questo senso non fu censurato dal purismo ottocentesco, probabilmente grazie all’evidente origine latina; anzi il Lessico della corrotta italianità di Pietro Fanfani e Costantino Arlìa (Milano, Carrara, 1877, p. 346), condannando l’uso dello spagnolismo rècluta (che peraltro si invita a pronunciare reclùta), afferma:

A noi come a noi, se mai si volesse metter da parte Reclùta, dovrebbe bastare Coscritto, e così di fatto si diceva, in temporibus illis, in talune milizie de’ passati governi. Es.: Il tale è coscritto - È un coscritto - Coscritto dell’anno 1851.

Tornando al francese, il TLFi offre anche un significato vicino a quello indicato dai nostri lettori, rilevando l’uso, proprio di alcune regioni, del femminile conscrites “pour désigner les jeunes filles nées la même année que les conscrits” (‘per designare le ragazze nate nello stesso anno dei militari’), da cui l’estensione, nel linguaggio familiare, di conscrit e conscrite per indicare il/la coetaneo/a (“Le conscrit, la conscrite de qqn. Celui, celle qui est né la même année”).

Dunque, anche questo ulteriore significato – che si spiega facilmente col fatto che i soldati di leva erano, di norma, tutti coetanei – potrebbe essere un francesismo. In ogni caso, esso è riportato nel GRADIT, marcato come proprio dell’uso regionale settentrionale. Ecco le due voci di questo dizionario dedicate a coscritto:

1coscritto /kos'kritto/ (co•scrit•to) p.pass., agg., s.m.
1 p.pass., agg. → coscrivere
2a s.m. co [1798; cfr. fr. conscrit, 1789] soldato di leva appena arruolato: festa dei coscritti
2b s.m. re sett. estens., chi è nato nello stesso anno rispetto a un'altra persona: Mario e Carla sono coscritti

2coscritto /kos'kritto/ (co•scrit•to) agg. ts stor.
[av. 1347; dal lat. concrīptu(m), p.pass. di conscribĕre "inserire in una lista"]
solo nella loc. → padri coscritti
~ padri coscritti loc.s.m.pl. ts stor. senatori del senato romano

La diffusione del termine in area nordoccidentale è confermata dai due esempi letterari di coscritto con questo significato che si trovano nel corpus dei romanzi raccolti nel PTLLIN:

Basta, stette a casa ancora due mesi, se ne andava al sabato coi suoi soci coscritti a fare il giro delle osterie della nostra langa e tornava solo nella notte del lunedì, ubriaco che dovevamo sbatterlo nella stalla. (Beppe Fenoglio, La malora, 1955)

Il vecchiaccio vuole sempre notizie di un mio collega, l’avvocato Anselmi, che non vede da qualche tempo, erano amici, coscritti, andavano a gara in quel genere di imprese, a gara nel raccontarsele, catalogavano tutte le donne, pieni di puntiglio per mostrarsi uno più gagliardo dell’altro. (Alberto Arbasino, L’anonimo lombardo, 1960, in cui il termine ricorre anche nell’altro, più comune, significato: “C’è perfino una Quinta di Toscanini che ricorda tanto la banda comunale che accompagna i coscritti di corsa alla visita di leva per la strada principale del paese...”)

Attestazioni scritte più recenti si trovano in rete, grazie a Google libri; ne segnalo due, che riportano entrambe alla stessa area nordoccidentale:

Era una coscritta che aveva il negozio e allora abbiamo comperato i foulard. [...] Noi eravamo un quattordici coscritti, no, e poi alle coscritte andavamo a portare il foulard e glielo mettevano su, però lo facevamo pagare dieci lire [risata]. (Virginia Paravati, Aspettando la luna nuova. Dialoghi sul sapere delle donne a Ornavasso nella prima metà del Novecento, Verbania, Alberti, 2007; Ornavasso è nella prov. Verbano-Cusio-Ossola)

Mia madre. La mia amicizia con Elena aveva fatto trovare un’amica anche a lei. Paola, così si chiamava la madre della mia compagna di banco e di giochi, era sua coscritta. Una donna minuta, graziosa, ma con una quantità di energia in corpo da renderla simile ad un moto perpetuo. (Roberto Grenna, Il fiume, Masca Servizi Editoriali, 2015; Grenna è di Alessandria)

Dunque, l’uso di coscritti come ‘coetanei’ (riferito per esempio a compagni o ex compagni di classe) va considerato un tratto settentrionale, di più che probabile origine francese, ed è opportuno che resti circoscritto (stavo per dire coscritto!) a contesti in cui non crei ambiguità né susciti perplessità nel ricevente. La supposizione che coscritti possa indicare specificamente coloro che, oltre all’anno, condividono mese e giorno di nascita è comunque infondata. Per tale significato specifico l’italiano non dispone di un termine (è quello che si definisce un “vuoto oggettivo”, in questo caso, peraltro, condiviso da molte altre lingue): scherzosamente, si ricorre a volte a gemelli (gemelle al femminile; talvolta, in rete, si trova pure l’equivalente inglese twins in questo senso), che viene impiegato, con un’ulteriore estensione, anche per riferirsi alla condivisione del giorno, ma non dell’anno di nascita. Tuttavia, si tratta appunto di un uso scherzoso, occasionale, che cito per completezza, ma che sarebbe da non prendere neppure in considerazione.

Allo stesso ambito militare di coscritti riporta l’uso, segnalato da un lettore (ma ignorato dalla stessa lessicografia), di premettere classe all’anno di nascita di qualcuno (“classe 1960”), derivato, per ellissi, dal significato di classe (datato 1863 dal LEI, s.v. classis) come ‘insieme dei soldati di una stessa leva’ (Zingarelli 2020, che reca tra gli esempi la classe del ’99) e, per estensione, ‘insieme di persone nate nello stesso anno’ (GRADIT), a sua volta riduzione dell’espressione classe di leva ‘insieme dei cittadini soggetti agli obblighi militari nati nello stesso anno’ (GRADIT). Nessun dizionario fornisce un’indicazione cronologica su quest’uso: a occhio e croce, direi che risalga al primo dopoguerra e che dall’ambito militare sia passato alla burocrazia, estendendosi anche alle donne, e da qui sia transitato al linguaggio giornalistico, dove è tuttora abbastanza frequente. I passi seguenti (presi un po’ a caso dalla rete) sembrano confermare la trafila indicata:

A. P. (classe 1900), Otite purulenta acuta sinistra da influenza. Dimesso dall’ospedale dopo 20 giorni malgrado continuasse a lagnarsi di violenti dolori temporali. Accolto d’urgenza dopo 10 giorni in un Reparto Otitici morì di leptomeningite malgrado il pronto intervento. (“Archivio italiano di otologia, rinologia e laringologia”, 1919, p. 249)

ALOI Raffaele di Antonio, classe 1905, sottotenente distretto Catanzaro. – Già trattenuto in servizio, è ammesso alla scuola di applicazione di artiglieria e genio dal 1 ottobre 1929 per frequentare il corso biennale per la nomina a tenente in servizio permanente nell’arma di artiglieria. (Ministero della Guerra, “Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali e sottufficiali del R. Esercito e del personale dell’amministrazione militare”, VIII, 1930, p. 77)

Giuseppina Giordanengo, classe 1893, mi riceve con la tavola imbandita, un gran piatto di «risole»17 e il vino bianco. [...]
Carlo Politano, detto Pulitan, classe 1886, lungo lungo, la voce sottile, in falsetto; Maurizio Prieri, detto Murisiu Dunadrin, classe 1884, massiccio [...]; e Francesco Dutto, detto Camilu, classe 1896, il più intrapredente, il più ansioso di parlarmi della guerra del ’15, della sua prigionia, dei tedeschi. (Nuto Revelli, Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina, Torino, Einaudi, 1969)

Niente rimbalzi, scatti o salti, ma bottiglie di acqua usate come bilancieri e zaini pieni di libri come pesi. Al tempo del coronavirus gli allenamenti di basket si trasferiscono sul web. L’idea è di Michael Bettani, 18 anni, giocatore della seconda divisione del Bariano Basket e allenatore nella stessa società [...]. A essere coinvolti nei suoi video allenamenti sono gli Inventori, classe 2007 e 2006. Presto a loro si aggiungeranno gli Esploratori (2011-2008) e due Maghetti, i più piccoli nati tra il 2011 e 2014. (Rosanna Scardi, Dal parquet al web, “Corriere della sera”, 25/54/2020)

Vorrei segnalare, prima di concludere, un altro termine d’origine militare (di base latina) che ha avuto una trafila analoga a quella di coscritto e di classe: coorte, di cui riporto la voce dello Zingarelli 2020:

coorte / koˈɔrte/ (o -o-)
[vc. dotta, lat. cohŏrte(m), comp. di cŭm ‘con’ e hŏrtus ‘orto, ripartimento’ ● sec. XIII]
s. f.
1 unità costitutiva della legione romana, diversa per numero e per composizione nei vari tempi | coorte legionaria, decima parte di una legione | coorte ausiliaria, composta di alleati | coorte pretoria, guardia del corpo dell'imperatore | coorte urbana, guarnigione di Roma
2 (est., lett.) schiera di armati | (est.) schiera, piccolo gruppo | (est.) moltitudine (anche iron.): ho tutta una coorte di adoratori (G. DELEDDA)
3 (statist.) insieme d’individui che in uno stesso periodo hanno tutti vissuto un dato evento | insieme di casi individuali considerati a partire da un certo punto comune, in funzione di una variabile | studio di coorte, in medicina e nelle scienze sociali, osservazione di un gruppo di soggetti esposti a una situazione di rischio, il cui stato viene tenuto sotto osservazione per un tempo definito per essere alla fine confrontato statisticamente con quello di soggetti non esposti)

Dall’uso militare (noto agli italiani soprattutto grazie all’Inno di Mameli: “stringiamci a coorte / siam pronti alla morte”), coorte è oggi entrato nel lessico amministrativo universitario, per indicare gli studenti che si sono immatricolati nello stesso anno accademico. Chissà che nella scelta di questo termine – che ha suscitato non poche perplessità – invece di classe (che sarebbe stato certamente equivoco, in ambito scolastico) o di coscritti, oltre al riferimento (indubbio) al precedente uso nel linguaggio settoriale della statistica, non abbia contato anche il fatto che gli immatricolati, diversamente dalla maggior parte dei soldati di leva (a parte i casi di rinvio del servizio militare per motivi di studio o altro), non sono necessariamente coetanei.

Torno infine su coscritto perché, visto che la documentazione raccolta ci portava verso l’area nord-occidentale, ho interpellato al riguardo (il giorno 16 maggio 2020) il Presidente dell’Accademia Claudio Marazzini, piemontese, il quale mi ha gentilmente risposto e mi ha autorizzato a riportare in questa sede il suo messaggio, ricco di ulteriori importanti osservazioni:

Il significato è certo settentrionale, perché io stesso lo trovo normalissimo e lo riconosco come a me familiare, frequente nell’uso della gente di Piemonte, soprattutto in area rurale (per es. nel cuneese). La coscrizione antica non era per fasce di età, mentre nel Regno d'Italia e nella Repubblica riguardava i nati in un certo anno, uniti nella leva obbligatoria (fatto salvo il rinvio per motivi di studio o altro: ma coloro che studiavano erano una piccola minoranza). Ecco dunque la via attraverso la quale si realizzò lo spostamento dall’idea di coscrizione intesa come ‘stare in uno stesso reclutamento’, a quella anagrafica. Poiché il servizio militare era obbligatorio e molto sentito dalla popolazione, sia come impegno, sia come promozione (vedi i dati di De Mauro sugli effetti del servizio militare, e si pensi alle pagine di De Amicis sull’esercito, molto significative), il reclutamento, prima della partenza, si caratterizzava per grandi feste campagnole, baldorie, grandi bevute e ubriacature ecc. Inoltre, al ritorno, i ‘coscritti’, coetanei di uno stesso paese, continuavano a riunirsi in feste annuali, come reduci. Ovviamente la sospensione del servizio militare obbligatorio, con legge del 2004, ha mutato tutto ciò. Il risultato è che in Piemonte le feste dei ‘coscritti’ continuano lo stesso, e sono eventi per tutti i piccoli paesi, e nei ‘coscritti’ ora non entrano solo i maschi, ma anche le femmine: segno di cambiamento dei tempi, senza dubbio. Il legame tra coscritti-coetanei resta comunque da noi abbastanza forte, come segno di identità di un sottogruppo di ambosessi di fronte alle intere comunità paesane a cui essi stessi appartengono. Credo che sia anche un retaggio della tradizione militare del Piemonte.

Tradizione, aggiungo, che, come è noto, ha dato vari termini (anche gergali) all’italiano.