DOI 10.35948/2532-9006/2026.42640
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La ricerca storica ha raggiunto, grazie alle metodologie sempre più rigorose, risultati di altissima affidabilità; nonostante ciò, si assiste, sul fronte del sapere condiviso e comune, a un progressivo crollo della cultura storica. Molto si deve, purtroppo, all’esaurirsi dello studio meditato e della lettura lenta, la sola che consenta di contestualizzare e collegare ad altri contenuti ciò che si sta assorbendo. La conseguenza è un’impropria frammentazione dei fatti, in particolare di quelli storici, che rimangono scollegati tra loro. La storiografia contemporanea, soprattutto a partire dalla scuola francese delle Annales, ha compiuto rivolgimenti importanti, dimostrando come una comprensione profonda delle dinamiche storiche possa raggiungersi concentrando l’attenzione non solo sugli eventi ma anche sui processi di lunga durata. Con processo si intende, semplificando, l’insieme dei cambiamenti che si sviluppano lungo un arco temporale molto ampio, esteso su decenni e talvolta secoli. Non è quasi mai possibile segnare con nettezza i confini temporali di un processo storico, né individuarne con certezza l’inizio o la fine: in ogni processo storico sono coinvolte, infatti, dinamiche socioculturali, economiche e politiche che non procedono mai di pari passo. Nell’immaginario storico più diffuso si tende, invece, a dare maggior peso ai singoli eventi, ovvero agli accadimenti puntuali, delimitati nel tempo e nello spazio. La storia viene vista, in tal modo, come un insieme di prove che, a seguito di un’indebita proiezione sul passato della sensibilità contemporanea, sono utilizzate solo per sostenere o contrastare visioni dei nostri giorni: il passato viene giudicato in blocco e i singoli fatti storici, privati di ogni contestualizzazione, sono collegati a casi etici e socioculturali contemporanei.
Poco più di vent’anni fa lo storico francese François Hartog ha definito presentismo il modo in cui le persone vanno tendenzialmente collocandosi nel tempo e nella storia (François Hartog, Régimes d’historicité. Présentisme et expériences du temps, Paris, Le Seuil, 2003; trad. italiana, Regimi di storicità, Palermo, Sellerio, 2007): il presente occupa l’intero spazio mentale degli individui e si estende, inglobandoli, tanto al passato quanto al futuro. Se il presente è assoluto, non riusciamo più a collocarci lungo la continuità storica, ma solo a giustificare chi siamo oggi; la storia passa, in tal modo, da strumento di conoscenza a strumento di conferma di ciò che pensiamo, viviamo e crediamo nell’attualità. Non è difficile capire quanto tutto ciò possa condurre alla cosiddetta cancel culture, che non va letta come cancellazione della cultura o della storia ma come censura delle interpretazioni storiche non più comprensibili. La crisi della conoscenza storica, però, non nasce da un’eccessiva invadenza della cancel culture, bensì da processi più profondi, che la cancel culture rende maggiormente visibili.
Nel condannare, d’altro canto, l’acritica proiezione delle visioni contemporanee sul passato, non intendiamo disconoscere il valore della sensibilità odierna, che è al contrario da condividere quando condanni ogni genere di discriminazione e rispetti senza riserve la libertà di pensare o di vivere i sentimenti secondo la propria coscienza; intendiamo, al contrario, ribadire che la nostra sensibilità non può implicare un uso improprio del passato, un’incapacità di cogliere la distanza tra le epoche, giudicando senza aver capito e riducendo la storia solo a un’opposizione di sapore cinematografico tra buoni e cattivi o eroi e colpevoli.
Le debolezze della cultura storica si riverberano anche sulla storia della lingua, che non meno della storia del tempo richiede riflessioni attente, studi lunghi e lenti; solo questi ultimi, infatti, possono contrastare la concentrazione esclusiva sul presente, da cui perlopiù dipende la richiesta di risposte rapide e univoche. La storia di ogni lingua, e ancor più quella dell’italiano, è fatta di stratificazioni di lungo periodo, di evoluzioni quasi mai lineari, di coesistenza, per tempi non sempre definibili, di norme diverse e di sovrapposizioni di varietà legate all’area geografica, all’estrazione sociale dei parlanti, alle differenti situazioni comunicative: variazioni e componenti, cioè, che hanno caratterizzato e caratterizzano le strutture di ogni lingua al di là del tempo e dello spazio. Se, invece, perdiamo di vista la storia della lingua e siamo eccessivamente immersi nel presentismo, o abbiamo difficoltà ad accettare la coesistenza di tratti aspirando a norme univoche, o riteniamo accettabile qualsiasi innovazione. La storia della lingua, che spesso spiega e aiuta a escludere o ammettere, diviene, in tal modo, quasi invisibile o viene percepita come fastidiosa e inutile, perché ci obbliga alla lentezza e alla complessità della riflessione.
L’esigenza di regole immediate, di risposte perentorie favorisce l’instaurarsi di una grammatica che potremmo definire “emotiva”, da non identificare con la cosiddetta “grammatica delle emozioni”, utile a riconoscere le emozioni proprie e altrui, ma con l’atteggiamento che punta da un lato alla passiva accoglienza di forme e costruzioni linguistiche frequentemente sentite e tende dall’altro al rifiuto dogmatico di ciò che si ritiene erroneo solo perché estraneo alle abitudini o al gusto personale. La ricostruzione storica e le attente letture darebbero, al contrario, un senso alla variazione, aiuterebbero a scegliere in base al registro comunicativo, favorendo un uso consapevole della lingua.
Se è vero che la cittadinanza attiva, intesa come impegno responsabile e come contributo al bene collettivo, non può prescindere da una corretta considerazione della storia, è anche vero che non esiste “cittadinanza linguistica” senza una coscienza della storia della nostra lingua. Ignorare che le vie percorse dall’italiano sono state talvolta agevoli e talaltra impervie, che la norma è sempre stata oggetto di discussione, che il cambiamento linguistico va sorvegliato, ma non va inteso come degrado, conduce, come abbiamo detto, a due derive opposte: il purismo moraleggiante e il relativismo assoluto. Con il primo si è indotti a ritenere che si parli e si scriva sempre peggio a causa di un non meglio definito degrado sociale, un giudizio, dunque, che prescinde dall’analisi; con il secondo si accetta aprioristicamente ogni innovazione, fraintendendo i tempi e il sistema cui devono aderire i mutamenti linguistici. In entrambi i casi, la storia della lingua non è tenuta nella giusta considerazione: o viene rigidamente fissata, trascurandone l’articolazione, o viene ignorata, distorcendo il rapporto tra passato e presente.
La storia del tempo, dunque, e la storia della lingua soffrono da alcuni anni dello stesso male: una perdita di corretta riflessione critica, che solo l’ascolto, la curiosità, la lettura attenta e lenta di testi e fonti affidabili potranno restituirci.