Consulenze linguistiche

Rispondere è d’uopo

  • Luca Serianni
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW - IN ANTEPRIMA

DOI 10.35948/2532-9006/2020.4405

Licenza CC BY-NC-ND

Copyright: © 2020 Accademia della Crusca


Parole chiave


Quesito:

Due lettrici ci pongono due distinti quesiti a proposito di uopo. La prima si chiede come mai non si trovi nel dizionari duopo; la seconda, a proposito della locuzione all’uopo, che ha tuttora qualche circolazione nel linguaggio burocratico, si domanda quale sia il suo significato: ‘allo scopo’ o ‘all’occorrenza’?

Rispondere è d’uopo

Al primo quesito è facile rispondere: duopo semplicemente non esiste, non è altro che un’univerbazione occasionale della sequenza d’uopo, che nasce con la conoscenza, comprensibilmente scarsa, di questo arcaismo. Per la seconda dobbiamo partire da lontano.
Uopo continua il latino ŏpus (est) ‘bisogna, è necessario’; il dittongo uo in sillaba aperta rappresenta il regolare esito di una ŏ latina tonica in quella posizione. Nell’italiano antico si poteva usare uopo sia come sostantivo col valore di ‘bisogno’, sia nella locuzione verbale è uopo ‘è necessario’; ecco un esempio illustre del primo valore: “ché quale aspetta prego e l’uopo vede, / malignamente già si mette al nego” (Dante, Purg., XVII, 59-60) ‘chi vede la situazione di necessità (uopo) di un altro e aspetta di essere pregato per soccorrerlo è come se si disponesse malvagiamente a negare il proprio aiuto’.

Uopo è poi uscito d’uso, mantenendo una sua vitalità nel linguaggio dell’amministrazione e nell’uso corrente, come arcaismo sussiegoso connotato ironicamente, nelle locuzioni è d’uopo (confrontabile, come struttura, con è di rigore, è d’uso e simili) e soprattutto all’uopo ‘all’occorrenza, quando è necessario’. Ecco due esempi in cui emerge questo intento, uno dello scrittore Lucio Mastronardi e uno di un brillante autore dei nostri giorni: “Una cosa dunque da imparare è l’arte di leggere bene con un tono netto, facendo sentire l’armonia delle parole e la gradazione delle idee, per averle, all’uopo, pronte!” (Il maestro di Vigevano, 1962); “vi potete servire all’uopo di una bottiglia d’aceto fatto maledire da una fattucchiera molisana” (Federico Sardelli, “la Repubblica” del 21/3/2020; raccomandazione scherzosa di passare il tempo del confinamento per la pandemia lucidando gli oggetti metallici di casa “ove il virus potrebbe annidarsi”).

Il significato di all’uopo oscilla tra ‘all’occorrenza’ e ‘allo scopo’: i due esempi scherzosi appena citati corrispondono per l’appunto a queste due accezioni; ma non è sempre possibile distinguerle in modo netto. Quel che si può dire è che, nel linguaggio burocratico e forense, l’espressione è un’inutile anticaglia che può essere evitata, in nome della trasparenza comunicativa: non c’è nessuna ragione per cui, poniamo, in un modulo destinato all’ufficiale di Stato civile per la pubblicazione del matrimonio si usi un’espressione come “tutte le dichiarazioni all’uopo occorrenti”, invece di “tutte le dichiarazioni che la legge richiede”.