La Crusca rispose

Marrone e arancione: invariabili?

  • Simona Cresti
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2023.27911

Licenza CC BY-NC-ND

Copyright: © 2023 Accademia della Crusca


Abstract

Alla redazione del Centro di Consulenza linguistica dell’Accademia sono giunte molte domande in merito al plurale degli aggettivi marrone e arancione: è più consigliabile dire “occhi marrone” o “occhi marroni”? Le albicocche sono arancione o arancioni? Altri dubbi si concentrano invece sulla variante marron: quando usarla?


Alla domanda che ci è stata formulata le grammatiche e i dizionari contemporanei rispondono sostanzialmente accogliendo entrambe le soluzioni: marroni e arancioni sono plurali accettabili e possono essere usati al posto delle alternative uscenti in -e. L’oscillazione morfologica è qui motivata dall’azione di fattori interni ed esterni alla lingua, il cui intreccio merita uno sguardo più approfondito.

Come tutti i termini che designano i colori (i cromonimi), marrone e arancione sono sia sostantivi (in contesti come “il marrone è un colore caldo”, o “l’arancione sta tra il giallo e il rosso”) sia aggettivi (in contesti in cui sono associati a nomi “occhio marrone”, “segnale arancione”); i problemi relativi alla loro morfologia aggettivale, al centro dei dubbi dei nostri lettori, spingono tuttavia a prenderne in considerazione entrambe le funzioni, sia nella valutazione dei risultati (se è corretto dire “scarpe marroni” allora è accettabile anche “i marroni di questo quadro”), sia nel corso della spiegazione, poiché la funzione nominale sembra avere un ruolo nella determinazione della morfologia dell’aggettivo. Per esempio, facendo leva proprio sull’ambiguità della funzione logica (nominale o aggettivale) Aldo Gabrielli suggeriva di non declinare marrone al plurale. “Perché? Perché marrone non è aggettivo come verde, giallo, rosso, azzurro, celeste eccetera, che richiedono, ovviamente, l’accordo nel genere e nel numero col sostantivo da cui dipendono: veste azzurra, calze rosse, libri gialli, prati verdi. Marrone è sostantivo, per l’esattezza è il nome di un frutto, e segue la stessa legge dei sostantivi, come rosa, ciliegia, ciclamino, viola, arancio, cenere, corallo, seppia, ocra e altri, quando ci servono per indicare un colore” (A. Gabrielli, Si dice o non si dice? Guida pratica allo scrivere e al parlare, Milano, Mondadori, 1969, ora riedito e pubblicato in rete sull’omonima rubrica del "Corriere della Sera").

Queste osservazioni scaturiscono dal fatto che in italiano è possibile individuare due tipi di cromonimi. Marrone fa parte di quelli detti “derivativi” (R. Casati, Dizionari e termini di colore, in “Lingua e stile”, 25, 1990, pp. 103-119: 104): essi sono, in primo luogo, nomi di sostanza, che in seconda battuta passano, per conversione (cfr. A. M. Thornton, in M. Grossmann, F. Rainer [edd.], La formazione delle parole in italiano, Tübingen, Niemeyer, 2004, pp. 529-530), a designare il colore che tipicamente essa esibisce (marrone, arancio, ma anche rosa, lilla, viola, cenere). I cromonimi del secondo tipo sono invece detti “originali”, perché, almeno allo stato attuale della lingua, non designano alcuna sostanza tipica (rosso, verde, giallo, blu, ecc.).

A una prima considerazione appaiono variabili i cromonimi originali, invariabili i derivativi. Questa regola elementare sembrerebbe permettere di gestire la morfologia aggettivale in modo univoco. Tuttavia, accanto a casi estremi e chiari in cui al cromonimo originale corrisponde un aggettivo variabile (rosso/a/i/e, verde/i) o, all’opposto, al cromonimo derivativo corrisponde un aggettivo invariabile (rosa, viola), che peraltro si affianca a regolari aggettivi variabili, ottenuti mediante suffissi (rosato o roseo, violaceo o violetto, ecc.), esistono in italiano casi intermedi che presentano caratteri misti: per esempio quello di blu, che pur essendo originale è invariabile (ma questo è dovuto al fatto che si tratta di un monosillabo tronco), oppure quello dei già citati cromonimi originali che restano non declinati se accompagnati da ulteriori specificazioni (una sciarpa rosso sangue; dei pantaloni verde oliva).

D’altra parte, a uno sguardo più attento diventa chiaro come la distinzione originale/derivativo sia facilmente individuabile soltanto limitandosi alla considerazione dell’italiano attuale: rintracciando infatti le etimologie dei cromonimi identificati nell’italiano attuale come originali non è infrequente notare, nella lingua di provenienza del termine, il richiamo a una sostanza di base, considerabile un esempio tipico di una determinata colorazione (il cielo per il blu, dal germanico *blawo ‘colore del cielo sereno’; la pietra del lapislazzulo per l’azzurro, dal persiano lažurd, variante di lažward ‘lapislazzuli’. Oppure, il riferimento alla tipicità è talvolta rintracciabile semplicemente in uno stato primitivo dell’italiano (è il caso dell’originale verde, che nella forma volgare virde indicava sia il colore che l’essere fresca, vegeta di una pianta, cfr. l’Etimologico).

All’interno di questo quadro stupisce meno, dunque, il caso di un aggettivo variabile corrispondente a un cromonimo derivativo. È questo, appunto, il caso di marrone, ormai sedimentatosi nell’uso (dove ha sostituito il più antico bruno) anche in forma declinata per numero. La ragione di questo fenomeno potrebbe essere una scarsa familiarità dei parlanti con il frutto del marrone, oppure l’attrazione che su di esso esercitano altri cromonimi uscenti in -e normalmente declinabili (verde, celeste), o ancora al fatto che marrone rientra in italiano tra i termini di colore basici (cfr. M. Grossmann, Colori e lessico, Tübingen, Narr, 1988, p. 63), in gran parte sovrapponibili a quelli che qui abbiamo citato come originali. Quale ne sia la causa, nella Grammatica italiana di Serianni marrone non figura tra gli aggettivi di colore invariabili (SERIANNI 1989, p. 197); più esplicita è l’Enciclopedia dell’italiano, della Treccani, nella quale gli aggettivi di colore “tranne quelli basici, come bianco, giallo, rosso, nero, ecc.” sono classificati come invariabili, e tuttavia di marrone si afferma lo status di eccezione avente due uscite accettabili al plurale, -e e -i (voce Variabili e invariabili, parole, a cura di Andrea Viviani). Si legge inoltre un parere definitivamente favorevole al plurale in -nella sezione “Domande e risposte” del sito dell’Enciclopedia Treccani, secondo cui “l’aggettivo marrone varia normalmente nel numero: una scarpa marrone, due scarpe marroni.I dizionari contemporanei non mancano di registrare la compresenza della forma plurale in -e e di quella in -i (Sabatini-Coletti 2008, Zingarelli 2015, Devoto-Oli 2014, GDLI, DOP, Hoepli Gabrielli 2011).

Non è possibile marcare la forma plurale marroni come colloquiale o univocamente legata alla lingua parlata, poiché se ne riscontrano occorrenze letterarie (in Giorgio Bassani, per esempio: “Mentre conversava con Luciano, i suoi occhi marroni lo accarezzavano con espressione materna”, in Dietro la porta, Torino 1964, p. 47). Segnaliamo anche la presenza letteraria della variante marron (ancora in Bassani, nella stessa opera: “Era una signora sui trentatré trentacinque anni… con una bocca tale, caro lui, con certi occhi marron e certe occhiate”, ivi, p. 120, c’è anche la forma dialettale marrò: “[i seni della Rossa] eran ciotole di porcellana, coi capezzoli che parevano gigli marrò”, V. Pratolini, Lo scialo, Milano 1960, p. 1234), che compare nei vocabolari italiani come prestito dal francese marron ‘castagna’ e ‘color marrone’, e che nei vocabolari francesi è a sua volta ricondotta all’italiano medievale, in cui era già presente una forma erede del tardo latino marro, -onis, riferita però solo al frutto (la prima testimonianza scritta è quella del XIV secolo di Cenne da la Chitarra, in I poeti del Duecento, a cura di G. Contini, Milano-Napoli 1960, vol. II, p. 427). L’uso della forma marron sembra tuttavia legato ad ambiti più ristretti, come per esempio quello della moda (Devoto-Oli 2014).

Passiamo alla seconda questione, quella del plurale del colore dell’arancio (o dell’arancia: sull’alternanza delle due forme si veda la scheda in questo stesso sito). Sebbene sull’uso aggettivale di arancio i dizionari concordino sull’invariabilità (con la sola eccezione dello Zingarelli 2015, che segnala un plurale letterario maschile in -ci e femminile in -ce, presente, per esempio, in D’Annunzio), sulla morfologia del plurale di arancione non c’è accordo. Al dizionario Hoepli Gabrielli 2011, che riporta unicamente il plurale in -i, fa seguito il Sabatini-Coletti, che tuttavia segnala la possibilità dell’invariabilità. D’opinione contraria, il DOP raccomanda il plurale in -e, come si legge anche in Devoto-Oli 2014. Come nel caso appena visto di marrone, esistono fonti letterarie che presentano la forma uscente in -i (per esempio, in Emilio Cecchi: “riflettori battono in pieno la massa degli edifizi con raggi azzurri, verdastri, arancioni”, in Saggi e vagabondaggi, Milano 1962, p. 127).

Arancio figura nella lingua italiana fin dal XIV secolo: le prime fonti letterarie registrate nel Tesoro della Lingua italiana delle origini (TLIO) testimoniano infatti la presenza di una forma rancio (corrispondente all’odierno arancio) variabile per numero e genere: Boccaccio descrive un’aurora “rancia” (cfr. Decameron, a cura di V. Branca, Firenze, Accademia della Crusca, 1976, III, Introduzione, pag. 179.2); in Dante è presente la concordanza (e rima) guance-rance (cfr. La Commedia secondo l'antica vulgata, a cura di G. Petrocchi, Purg. canto II. v. 9); negli Statuti senesi del 1298 si legge di panni ranci (cfr. Statuti senesi scritti in volgare ne' secoli XIII e XIV, a cura di F.-L. Polidori, vol. I, Bologna, Romagnoli, 1863, p. 270.7). Oggi però, con valore aggettivale, la forma è usata soprattutto come invariabile.

Più incerta la presenza in italiano di arancione: c’è infatti un’unica occorrenza della forma rangione, che per di più non permette di evincere informazioni a proposito della variabilità: “Qui un de li dicti spiriti responde e dice: Le cape ranze, idest rangi[o]ne, cioè dorate, sono sì grosse de piombo che li pesi Fan cossì cigolar [...] Ranze, idest de colore de ranzo, e non de oro, quamvix che para oro” (Guglielmo Maramauro, Expositione sopra l'Inferno di Dante Alligieri [1369-73], a cura di P.G. Pisoni e S. Bellomo, Padova, Editrice Antenore, 1998, cap. 23, p. 361.10), dove rangione potrebbe occorrere sia come non accordato sia come accordato per numero e genere.

La forma odierna arancione appare per la prima volta come lemma nel dizionario Tramater del 1829 (Vocabolario universale italiano compilato a cura della Società Tipografica Tramater e C.i, Napoli, 1829-1840), dove è registrato, oltre che come nome di colore (‘color arancioso molto acceso’), senza segnalazioni riguardanti la variabilità, anche come nome indicante un ‘grosso arancio’. Ma è molto improbabile che ci sia un nesso tra l’opzione morfologica invariabile e l’accrescitivo del nome: arancione appare infatti come un normale aggettivo denominale, anche se costituisce un caso isolato di aggettivo tratto da un nome con l’aggiunta del suffisso -one (cfr. U. Wandruszka, in Grossmann, Rainer [edd.], La formazione delle parole in italiano, cit., p. 397, che lo cita accanto a olivastro e cenerognolo), e appare dunque variabile per numero (cfr. L. Merlini Barbaresi, ivi, p. 448). L’uso come invariabile, comunque minoritario, si spiega probabilmente proprio con l’influsso di marrone.