Consulenza linguistica

Chiudiamo per ferie

  • Paolo D'Achille
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.44760

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Quesito:

Sono arrivate varie domande che chiedono se sia corretto usare il singolare feria per indicare un singolo giorno di ferie.

Chiudiamo per ferie

Abbiamo già chiarito (qui) le ragioni per cui si parla di ferie per indicare il periodo di riposo dall’attività lavorativa (in conformità con il significato latino del sostantivo feriae -arum, collegato etimologicamente all’agg. festus ‘festivo’) e di feriale per riferirsi a un giorno non festivo.

Questa volta parliamo del possibile uso del singolare feria per indicare un singolo giorno di pausa dal lavoro. Nel latino classico il nome feriae -arum era uno dei pluralia tantum, cioè dei nomi usati solo al plurale, ma il singolare si è “affermato in epoca tarda sotto la spinta degli scrittori cristiani, che hanno introdotto fērĭa nel senso di ‘giorno della settimana’ seguito da un ordinale” (VELI), dal lunedì (feria secunda), al venerdì (feria sexta), per evitare di indicare tali giorni con nomi legati ai culti pagani. A questo significato si lega lo sviluppo semantico dell’esito popolare fiera, documentato già nel secolo XIII, nel senso di ‘(giorno di) mercato’ (e poi ‘mercato in cui si vendono prodotti vari, che si tiene con scadenza solitamente annuale in una località’ e infine ‘grande mostra mercato nazionale o internazionale che si tiene periodicamente in una determinata località e che può riguardare singoli prodotti’ (accezione in cui, peraltro, oggi talvolta fiera viene sostituita da festa: la fiera del libro = la festa del libro).

In italiano antico, come documenta la relativa voce del TLIO, sono attestati sia il singolare, sia il plurale del termine feria. Il singolare, appunto col valore che ha nei testi ecclesiastici, costituisce la prima attestazione della voce, in un volgarizzamento fiorentino del 1275:

[…] sì come disse s(ant)o Agostino nel s(er)mone suo ke si legge nela sexta feria dipo la Pentecoste [...]. (Albertano volgarizzato, L. III, cap. 37)

Il plurale ferie, nel senso di ‘giorno o periodo di interruzione dal lavoro e solitamente dedicato a celebrazioni religiose’, è attestato pochi anni dopo, all’inizio del Trecento, in vari statuti, e si trova poi anche nel boccacciano Filocolo:

[…] excetti li dì solenni et festarecci, et excetti li dì de le ferie de la metitura, cioè: da la festa di sancto Giovanni Battista del mese di giugno, in fino a kalende agosto […]. (Statuti senesi, 1309-10)

Similmente statuì loro ferie, nelle quali cessare dalle fatiche dovessero e darsi al riposo […]. (Boccaccio, Filocolo, 1336-38)

Ma Boccaccio documenta, nel Decameron, anche feria al singolare, nel senso di “giorno, periodo di vacanza, di festa, di riposo dagli impegni di lavoro e di studio (ed è in genere dedicato alla celebrazione di cerimonie e ricorrenze religiose e civili)” (GDLI, s.v.):

Essendo a lui il calendario caduto da cintola, e ogni festa o feria uscita di mente, la cominciò a confortare co’ fatti. (Giovanni Boccaccio, Decameron, II 10)

L’uso del singolare in tal senso è però divenuto poi raro. Dopo il passo boccacciano, il GDLI documenta il singolare solo in un passo di Paolo Giovio (1483-1552):

Dice che voi stare tanto che possa vedere la feria della Scénsa, per comperare qualche cosa bella per la soltana e dame del Signore. (Paolo Giovio, Lettere, a cura di Giuseppe Guido Ferrero, 2 voll., Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1956-1958, vol. I, p. 278)

Ma il singolare si trova in altre accezioni registrate dal GDLI, e cioè quelle di “festa, vacanza, ozio, riposo, sospensione del lavoro; tempo libero” (con esempi antichi di Luca Pulci [1431-1470], Tommaso Stigliani [1573-1651], Giovanni Saccenti [1687-1749]) e di “cessazione, sospensione (di un’attività, di uno stato, di una condizione)” (con altri esempi antichi di Benvenuto Cellini [1500-1571] e di Benedetto Menzini [1646-1704] e nella locuzione far feria ‘riposarsi, interrompere ogni attività lavorativa”, con esempi di Boccaccio, Filippo Villani, Machiavelli e uno, metalinguistico, di Alessandro Tassoni:

A reverenza delle quali [feste] per diverse cagioni mostrava l’uomo e la donna doversi asténere da così fatti congiugnimenti, ... avvisandosi forse che così feria far si convenisse con le donne nel letto, come egli faceva talvolta piatendo alle civili. (Boccaccio, Decameron, II 10)

Essi [gli Inghilesi] aveano in consuetudine di guerreggiare così il verno come di state, che a’ Romani ... non fu in uso, e sempre il verno faceano feria dando alla guerra riposo, se per forza non fussono tratti a battaglia. (F. Villani, Cronica, L XI, c. 81)

Io vi priego che domani voi facciate feria, acciò che questo scherzo non diventi cattività. (N. Machiavelli, Lettera a Francesco Guicciardini, 19 maggio 1521)

La voce ‘ferrare’ è detta corrottamente da ‘ferior’, che significa intermettere le facende e far feria. (A. Tassoni, Dieci libri di pensieri diversi, Milano, G.B. Bidelli, 1628, p. 493)

Ma anche in questi casi gli esempi sono tutti antichi, il che fa pensare che l’uso sia da secoli venuto meno. In effetti, il corpus PTLLINC ci offre un unico esempio del singolare, in un passo da La bella estate di Cesare Pavese (Torino, Einaudi, 1949; premio Strega 1950):

Io, se non dovessi lavorare, avrei dei vizi terribili. In fondo non mi sono cavata nessuna voglia nella vita... Morelli, serio, mi disse che un vizio ce l’avevo. - E quale? Avevo il vizio di lavorare, di non prendere mai una feria. - Lei è peggio degli industriali padri di famiglia, - mi disse, ma quelli almeno erano uomini coi baffi e hanno fatto Torino.

Pavese usa anche il plurale, in un passo, sempre da La bella estate, riportato anche dal GDLI:

Pensare che un tempo quelle strade del centro m’erano parse, passandoci col mio scatolone al braccio, un regno di gente in ferie e spensierata, come allora immaginavo le stazioni climatiche.

Lo scrittore piemontese, del resto, è anche autore di Feria d’agosto (Torino, Einaudi, 1946), una raccolta di prose e racconti, prevalentemente d’ambientazione estiva, in cui rievoca la sua infanzia. L’espressione del titolo si usava in passato come alternativa a ferragosto. Secondo i dizionari, tuttavia, è l’espressione latina fērĭae augŭsti (con feriae plurale) alla base del nome della festività, che anticamente veniva celebrata il 1° agosto, ma che poi fu spostata al 15 del mese per farla coincidere con la festa cristiana di Maria Assunta.

I vocabolari, comunque, lemmatizzano il nome al singolare (feria), pur precisando che, nell’accezione di “periodo di riposo dal lavoro, spec. quello retribuito che spetta ai lavoratori dipendenti” (GRADIT), la voce si usa soprattutto al plurale.

In effetti, a scoraggiare l’uso del singolare sta il fatto che feria, storicamente, indicava “qualsiasi giorno non festivo della settimana” (VELI), donde l’uso dell’aggettivo feriale contrapposto a festivo.

Insomma, anche se non si può certamente etichettare come errore l’uso di feria singolare per indicare un unico giorno di assenza dal lavoro, si preferisce parlare, in questi casi, di “un giorno di ferie” (e non “una feria” o “un giorno di feria”), facendo riferimento al numero complessivo dei giorni di riposo che spettano per legge ai lavoratori.

Nel periodo estivo, comunque, ci auguriamo che tutti possano godere non di una sola feria, ma di un periodo, per quanto breve, di ferie. E in effetti in tutte le espressioni di uso comune troviamo il nome al plurale: prendere le ferie, essere in ferie, andare in ferie, mandare o mettersi in ferie, chiuso per ferie. Almeno per qualche giorno, chiude per ferie anche la Crusca.


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