Consulenza linguistica

Arrosto accompagnato da o con patate?

  • Maurizio Trifone
SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

DOI 10.35948/2532-9006/2026.44757

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Quesito:

Diversi lettori pongono una serie di quesiti riguardo al verbo accompagnare e ai sostantivi accompagnamento e accompagno: si dice arrosto accompagnato da o con patate? Si può dire accompagnarsi con qualcuno? Si può usare il verbo portare nel senso di ‘accompagnare’? Sono accettabili le espressioni fare un accompagnamento o un accompagno in ospedale? È più appropriata l’espressione biscotti di accompagnamento o biscotti da compagnia?

Arrosto accompagnato da o con patate?

Il verbo accompagnare, attestato fin dall’inizio del XIII secolo (TLIO), rientra tra le circa 2.000 parole fondamentali del Nuovo vocabolario di base della lingua italiana (De Mauro, Chiari 2016) e appartiene al novero dei cosiddetti "verbi parasintetici" (Iacobini 2011) in quanto deriva dal sostantivo compagno con l’aggiunta simultanea del prefisso a(d)- e della terminazione verbale -are (DELI).

Una lettrice chiede se nel linguaggio culinario il participio passato accompagnato debba essere seguito dalla preposizione da o con: “un dolce accompagnato da o con una pallina di gelato”. Spesso un verbo può avere reggenze diverse, in alternativa tra loro, alle quali sono a volte correlati valori semantici differenti (Ježek 2003). La selezione di una preposizione oppure di un’altra da parte di un verbo “è per lo più un fatto formale, arbitrario o dovuto a fenomeni storici” e “costituisce uno degli aspetti più complicati dell’apprendimento di una lingua, sia da parte dei bambini che da parte degli stranieri” (Andorno 2011, p. 1225). Il verbo accompagnare, essendo transitivo, regge il complemento oggetto ed eventualmente un altro argomento introdotto da una preposizione (Sabatini-Coletti 2024); nell’accezione gastronomica di ‘unire, abbinare un cibo a un altro’ la preposizione è solitamente con: “accompagnare il dolce con una pallina di gelato”. Ma nella costruzione passiva il gelato diventa il soggetto logico della frase, introdotto dalla preposizione da (Grandi 2011, p. 1081): “il dolce è accompagnato da una pallina di gelato”. Entrambe le preposizioni sono quindi accettabili e non presentano sostanziali differenze di significato.

Un lettore ci domanda se sia corretto dire accompagnarsi con qualcuno. La forma pronominale accompagnarsi, in unione con la preposizione con, è usata dal Manzoni nei Promessi Sposi nel significato di ‘unirsi a qualcuno che va nella stessa direzione’: “uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui” (capitolo XXI). Nel significato di ‘diventare compagno o amico di qualcuno’ il verbo può reggere la preposizione con oppure a: “accompagnarsi con (o a) persone poco raccomandabili”. Nell’accezione musicale di ‘sostenere il proprio canto con il suono di uno strumento’ la preposizione più comune è con: “accompagnarsi con la chitarra”. Nel senso di ‘intonarsi, accordarsi, armonizzarsi’ il verbo può costruirsi indifferentemente con a o con: “il vino bianco si accompagna bene al pesce” o “con il pesce”.

Una lettrice ci scrive raccontando che durante un seminario le è stato contestato l’uso “improprio” del verbo portare con il significato di ‘accompagnare’ nella frase “Quando portiamo i ragazzi a Cracovia”. Il verbo portare è altamente polisemico: basti pensare che il GDLI articola la trattazione della voce in ben quaranta significati. Tra questi, al n. 8, vi è “condurre con sé una persona, accompagnarla o farsene accompagnare”, con un esempio tratto da una lettera di Paolina Leopardi (1800-1869): “La mia cameriera che ho portata a Firenze l’anno scorso è caduta innamorata del mio servitore”. Anche i dizionari dell’uso (il GRADIT, il Sabatini-Coletti, lo Zingarelli, il Nuovo Devoto-Oli, ecc.) registrano tra i vari significati di portare quello di ‘accompagnare’: “portare i bambini a scuola”. Perciò la nostra lettrice può stare tranquilla perché non ha commesso alcun errore.

Un operatore sociale, che tra le sue mansioni ha quella di accompagnare le persone in strutture sanitarie, ci chiede se sia più corretto dire fare un accompagno o un accompagnamento in ospedale. Dal verbo accompagnare derivano sia il nome di azione accompagnamento (sec. XIV), formato con il suffisso -mento (Gaeta 2004), sia il sostantivo accompagno (1812), che non ha alcun suffisso e per questo è definito “deverbale senza suffisso” o “a suffisso zero” (Dardano 2009, pp. 65-69). Si è ipotizzato che i deverbali a suffisso zero in -o siano sostantivazioni della prima persona singolare del presente indicativo. Ma l’ipotesi più accreditata è che si siano formati dalla radice del verbo (accompagn-), a cui è stato assegnato il genere maschile con il conseguente inquadramento nella classe flessiva dei nomi in -o, l’unica produttiva per il maschile (Thornton 2004, pp. 524-525, che parla pertanto di “conversione”). Tali formazioni sono particolarmente diffuse nel linguaggio burocratico, in cui vengono preferite per la loro brevità. Nelle espressioni fare un accompagnamento o un accompagno in ospedale, circoscritte all’àmbito burocratico, i due sostantivi, che indicano la prestazione o il servizio che l’operatore offre, sono intercambiabili.

Infine un lettore vuole sapere se sia più appropriata l’espressione biscotti di accompagnamento o biscotti da compagnia per indicare i biscotti da consumare insieme al tè o al caffè. Il termine biscotto (sec. XIII/XIV) deriva dal latino bis cŏctu(m) ‘cotto due volte’, usato anticamente come aggettivo riferito al pane che veniva sottoposto a una duplice cottura per permetterne una lunga conservazione (VELI). Le espressioni biscotti di accompagnamento e biscotti da compagnia hanno sfumature diverse: la prima sottolinea l’abbinamento armonico e indica non solo i biscotti per accompagnare il tè o il caffè, ma anche quelli per guarnire un dolce o un gelato; la seconda suggerisce l’idea di un momento conviviale. Le due espressioni ricorrono soprattutto sui siti internet, dove è possibile leggere frasi come “Le lingue di gatto sono ottimi biscotti di accompagnamento” o pubblicità come «“Le Carezze”, biscotti da compagnia per l’ora del tè». Nessuna delle due espressioni è però registrata dai dizionari, che annoverano invece nella fraseologia la locuzione biscotti da tè, dotata di un significato più specifico.

Nota bibliografica:

  • Andorno 2011: Cecilia Andorno, Reggenza, in Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, con la collaborazione di Gaetano Berruto e Paolo D’Achille, 2 voll., Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010-2011, vol. II, 2011, pp. 1225-1227.
  • Dardano 2009: Maurizio Dardano, Costruire parole. La morfologia derivativa dell’italiano, Bologna, il Mulino, 2009.
  • Gaeta 2004: Livio Gaeta, I suffissi -mento e -zione, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 323-334.
  • Grandi 2011: Nicola Grandi, Costruzione passiva, in Enciclopedia dell’italiano, cit., vol. II, pp. 1081-1082.
  • Iacobini 2011: Claudio Iacobini, Parasintetici, in Enciclopedia dell’italiano, cit., vol. II, pp. 1037-1039.
  • De Mauro, Chiari 2016: Tullio De Mauro, Isabella Chiari, Il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, con la collaborazione di Francesca Ferrucci, 2016.
  • Ježek 2003: Elisabetta Ježek, Classe di verbi tra semantica e sintassi, Pisa, ETS, 2003.
  • Thornton 2004: Anna Maria Thornton, Conversione in sostantivi, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 505-526.


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