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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

La lingua di Dante non può parlare di scienza. Il MUR esclude l'italiano nel bando per i fondi FIS

Claudio Marazzini

PUBBLICATO IL 08 ottobre 2021


Il "Corriere della sera" di oggi (scrivo il 5 ottobre 2021) ospita un intervento del noto e bravo giornalista Paolo Di Stefano, il quale, prendendo lo spunto da notizie fornite dal prof. Michele Gazzola (docente nell’Ulster University dell'Irlanda del Nord ed esperto di quella che viene chiamata "linguistica economica"), informa i lettori su una decisione contenuta nel Decreto Ministeriale n. 841 emanato dal MUR il 15 luglio 2021, ora giunto alla fase applicativa con il Decreto Direttoriale firmato dal Direttore Generale dott. Vincenzo Di Felice, in data 28 settembre 2021.

In questi decreti si affronta una questione importante: le modalità per concorrere alla distribuzione di un consistente fondo per la ricerca scientifica, denominato "Fondo italiano per la scienza" (FIS), destinato a incidere sulla ripresa, dopo la pandemia, delle attività di ricerca pubbliche e private in molti settori, definiti mediante le categorie di classificazione ERC (European Research Council). I macrosettori ERC interessati sono LS (Life sciences), PE (Physical Sciences and Engineering) ed SH (Social Sciences and Humanities). Sarà bene segnalare che nell'ultima delle tre categorie possono trovare posto anche discipline umanistiche, letterarie, storiche, filologiche, linguistiche. Sarà anche necessario ricordare quali siano gli enti interessati alla presentazione delle ricerche ai fini del finanziamento, nel caso in cui un Principal Investigator di qualunque nazionalità le abbia scelte come Host Institution. Sono le Accademie di Belle Arti, i Conservatori, le Università ed istituzioni universitarie italiane, statali e non statali (comunque denominate, ivi comprese le scuole superiori ad ordinamento speciale), gli enti pubblici di ricerca di cui al D.lgs. del 25 novembre 2016, n. 218; i soggetti giuridici con finalità di ricerca, purché residenti e con  stabile  organizzazione  nel  territorio  nazionale, a cui lo Stato contribuisca in via  ordinaria (tra queste, credo possa trovare posto anche l'Accademia della Crusca), gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, pubblici e privati, aventi sede operativa in tutto il territorio nazionale.

Il finanziamento è pari a 150 milioni di euro per il 2022, una cifra molto elevata, della quale non si può non essere soddisfatti. Qual è l'allarme lanciato da Paolo Di Stefano? Mi pare il caso di ripetere le sue parole: le norme citate "impongono non solo che i progetti vengano presentati in lingua inglese a pena di esclusione ed irricevibilità", ma anche che

gli eventuali colloqui orali si svolgano in questa lingua. […] Dunque, tenendo salvi i settori tecnico-scientifici, anche le discipline umanistiche, lingua e letteratura italiane comprese, dovranno obbedire all’obbligo dell’inglese. E succederà che i candidati italiani illustreranno in inglese a commissari italiani la prosa di Boccaccio o la poesia di Montale. Non staremo a dire che altrove gli equivalenti del Fis sono rispettosi del multilinguismo, ma in Italia chi non si butta tra le braccia dell’inglese con fede cieca è subito accusato di provincialismo antimoderno. Come se fosse very international pensare che basti una verniciata di anglofonia per assurgere al Pantheon mondiale. È lecito chiedersi che visione hanno i nostri attuali governanti della cultura e della lingua italiana.

Devo dire che la delicatezza della questione mi era apparsa in tutta la sua gravità già da diverse settimane, ma che ho esitato a intervenire in forma pubblica, tanto più nel sito dell'Accademia della Crusca. Questa inquietante svolta finale mi era sembrata coerente con un processo in atto da anni, già avviato per altri progetti di ricerca, e collegato all'annosa questione della spinta verso l'uso esclusivo dell'inglese nell'università, argomento su cui l'Accademia è intervenuta più volte dal 2012 a oggi, anche in alcuni Temi del mese (Internazionalizzazione sì, ma non contro l’italiano (2017); Il MIUR dà un calcio all'italiano (2018); Ma siamo proprio sicuri che la lingua della ricerca sia solo l’inglese? (2018) ; Cattive notizie nell’anno di Dante: l’italiano negletto del PRIN (2021).

Un po' di storia aiuterà a cogliere meglio lo sviluppo della questione. Quanto ai finanziamenti ministeriali PRIN (Progetti di ricerca di interesse nazionale), fino al 1997 la domanda si è sempre redatta in italiano. Dal 1998 (Ministro Berlinguer) le domande sono state richieste in italiano e in inglese, con la motivazione di estendere in questo modo il numero dei valutatori internazionali. Nel 2012 (Ministro Profumo), la domanda è stata ancora richiesta in due lingue, italiano e inglese, poste su di un piano di parità. Nel 2015 (Ministra Giannini), si mutò rotta, e la domanda poteva essere presentata in italiano o in inglese, "a scelta del proponente" (art. 4, comma 2). Nel 2017 (Ministra Fedeli), la scelta fu diversa: domanda solo in inglese, con un’eventuale versione ancillare in italiano, secondo la medesima formulazione emanata poi nel bando 2020 (ministro Manfredi). Nel dicembre 2017, e poi nel 2018, ci fu una reazione contro la domanda ufficiale del PRIN 2017 richiesta obbligatoriamente in inglese. Si aprì un vivace dibattito, che ebbe seguito anche in alcune pagine di un mio libro (cfr. C.M., L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Milano, Rizzoli, 2018, pp. 74-98).

Il modello del Fis è stato certamente individuato dal MUR nelle domande ERC, di carattere europeo, e ne è stato per questo ricalcato il regolamento. In questo modo si è introdotto anche l'obbligo dell'inglese, con la specificazione esplicita del divieto dell'italiano persino come lingua ausiliaria (viene dunque escluso il doppio testo affiancato, di pari dignità, nell'una e nell'altra lingua). Purtroppo questa volta l'esclusione dell'italiano, come ha ben notato Di Stefano nel suo articolo sul "Corriere della sera", non colpisce solo le domande, ma anche le "eventuali interviste,  da  tenersi  in  lingua  inglese", che "riguarderanno  la  presentazione  del progetto ed una sessione di domande e risposte condotte dai Comitati o da un gruppo di componenti dei Comitati stessi" (art. 5.11 del DM 841/2021). L'esclusione non tiene conto della disciplina, dei contenuti, né dell'eventuale presenza di esperti di nazionalità diversa dall'italiana. La norma, tassativa, non prevede eccezioni. La lingua italiana è radicalmente esclusa, estromessa quale strumento comunicativo nel meccanismo di valutazione del Fondo italiano per la scienza. Questo mi pare un fatto evidente e indubitabile, tanto che mi sono chiesto come mai il bando fosse stato emanato in lingua italiana: tanto valeva che fosse redatto direttamente in inglese.

Per la verità, come già ho detto, da molti giorni, anche prima della denuncia di Paolo Di Stefano, ero al corrente della situazione. Continuavo a cercare spiegazioni: non le ragioni della presenza dell'inglese, la cui richiesta, allo stato attuale, è ben comprensibile, ma le motivazioni per le quali si era preferito escludere totalmente l'italiano, con una formulazione esplicita anche più rigida che in passato, e con una conseguente assunzione diretta di responsabilità. Una tale scelta non solo annulla ogni propensione al plurilinguismo, ma, interpretata in chiave storica, pone una seria ipoteca sul futuro della lingua italiana come strumento di scienza e cultura, declassandone la funzione. L'eliminazione dell'italiano è in questo caso totale.

Non so se questo tipo di finanziamento, come suggerisce Di Stefano, possa riguardare progetti su Boccaccio o Montale. Può darsi che la letteratura italiana antica e moderna non sia tra gli obiettivi del grande finanziamento, che pur ammette le cosiddette "Humanities". Tuttavia la preoccupazione maggiore non sta nella posizione più o meno conveniente delle discipline letterarie o filologiche nella divisione dei fondi, quanto nel declassamento dell'italiano e nell'obiettiva rottura del rapporto tra lingua italiana e comunicazione scientifica. Questa frattura può avere conseguenze sociali e politiche molto gravi, che in più occasioni gli storici della lingua hanno paventato, pur senza immaginare che la situazione potesse degenerare in maniera così rapida. La prima e più evidente è la diminuzione di prestigio dell’italiano agli occhi degli studenti delle scuole superiori che accederanno all’università (non a caso i risultati Invalsi segnalano la progressiva diminuzione delle competenze nella lingua nazionale). La seconda, anche più grave, è la spinta a favorire negli scienziati la disabitudine a parlare e scrivere della loro disciplina in maniera adeguata ed elevata usando la lingua nazionale. Al fondo del percorso, c’è un italiano ridotto a lingua locale minore adatta alla quotidianità informale, svuotata di contenuti seri, tutt’al più relegata nello spazio del divertimento e dell’evasione, fatte salve poche aree di resistenza destinate presto ad incrinarsi. La lettura di libri e giornali ne risentirà in maniera devastante, accrescendo la crisi della comunicazione di cultura, già carente nel nostro paese.

Mi piacerebbe, al di là di ogni polemica, che fossero rese esplicite le ragioni di coloro che hanno ritenuto necessario usare il proprio potere per assumere decisioni di tale peso. Vorrei essere certo che la loro scelta è stata dettata dalla piena consapevolezza dei costi e dei benefici, e non da una tendenza alla semplificazione o dalla trasposizione meccanica di normative nate in contesti diversi. Affido la domanda a questo Tema del mese.

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