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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Meglio ricordarsi di sovvenire!

Vittorio Coletti

PUBBLICATO IL 08 ottobre 2021

Quesito:

Alcuni lettori pongono domande sul verbo sovvenire: oltre a ‘ricordare, tornare in mente’ può essere usato anche con il valore di ‘soccorrere’? Si può usare soviemmi per mi sovviene? È corretto dire mi sovviene un dubbio? Infine si può dire mi sovviene in mente oppure si tratta di una “ripetizione”?

Meglio ricordarsi di sovvenire!

Sovvenire è un verbo di ambito letterario (così lo classifica il GRADIT) che ha due significati e due costrutti principali: con costrutto transitivo significa sostanzialmente ‘aiutare, soccorrere qualcuno’ (il Tommaseo, nel Dizionario dei Sinonimi, precisa che “sovvenire indica aiuto meno immediato e il soccorrere aiuto pronto e quasi accorrente”). Lo usa Dante in vari luoghi della Commedia, ad esempio a Pg. I 54, quando Virgilio dice “della mia compagnia costui sovvenni” (‘aiutai costui con la mia guida’) o a Pg. XXII 86, quando Stazio precisa: i primi cristiani “io li sovvenni” (‘li aiutai, li sostenni’). Anticamente questo significato (col valore, oltre che di soccorrere, di ‘sopperire’, ‘dare ascolto, soddisfazione’, ‘venire incontro’ ecc. e ausiliare avere) era attestato anche con costrutto intransitivo (Boccaccio, Filocolo: “io soverrò al tuo domando”, Marchionne, Cronaca fiorentina: “chi avea sovvenuto alla guerra”, G. Ludovico Vives, Della maniera di sovvenire a’ poveri, 1545), ma l’intransitivo (con ausiliare essere) è poi sopravvissuto soprattutto nel significato ben diverso di ‘ricordare, tornare in mente’ (Leopardi, L’infinito: “e mi sovvien l’eterno / e le morte stagioni”), più spesso in costruzione impersonale, con sottinteso il soggetto la mente, la memoria (Leopardi, A Silvia: “Quando sovviemmi di cotanta speme”). Già nel 1832, secondo il grammatico Michele Ponza, che rispondeva al quesito “io me lo sovvengo oppure io me ne sovvengo?”, la forma più propria del verbo in questo significato era quella pronominale (me ne sovvengo) o quella impersonale (mi sovviene). Anche Dante aveva già usato il verbo in questo significato e costrutti, come a Inf. XVIII 54, quando Venedico Caccianemico si dice spinto a rispondere alle domande del poeta dalla sua “chiara favella / che mi fa sovvenir del mondo antico”, oppure a Par. III 9, quando ammette che “di mia confession non mi sovvenne”. Il verbo è anche in Petrarca (Canz. CCL: “non ti sovvien di quell’ultima sera?”) e molti ricorderanno il ripetuto, impersonale “Vi sovvien” (alla lettera “vi ricorda” nel senso di “vi ricordate”) di Alberto di Giussano nel celebre Parlamento del Carducci, per non dire dell’uso sostantivato (con e stesso significato) che si legge nel Cinque Maggio del Manzoni: “e dei dì che furono l’assalse il sovvenir”. Qualcuno, forse, noterà la sua vicinanza al souvenir dei nostri cugini francesi (che noi usiamo soprattutto al plurale, per i piccoli oggetti che si tengono per ricordo di un viaggio).

Sarà chiaro dagli esempi addotti (e Google ce ne fa trovare impieghi in molti altri autori e personaggi, persino nei discorsi politici di Cavour) che il verbo ha avuto una circolazione soprattutto colta e poetica, per cui il suo impiego nel linguaggio comune oggi potrebbe risultare o ironico o eccessivo e insomma stonato. La sua lunga esistenza letteraria spiegherà anche le frequenti forme con enclisi pronominale (come il citato sovviemmi di Leopardi), cui lo associa giustamente un lettore.

Per concludere. Sovvenire nel senso di ‘soccorrere’ è ormai desueto ed è da evitare nella lingua comune. Ancor meno consigliabile è usarlo oggi nel significato di ‘sopraggiungere, giungere a proposito’, pur anch’esso attestato da Dante (Pg XXIII 80). Quindi non si dica “l’anziano è stato sovvenuto dai passanti”, ma “è stato soccorso dai passanti” e si tenga presente che “un dubbio” non “sovviene”, ma “giunge”. Meno sconsigliabile, a rigore, è usare sovvenire nel costrutto e significato di ‘ricordarsi di’; ma, come abbiamo detto, con la consapevolezza che, se non si fa dell’ironia, si fa dell’ostentazione. Sbagliato infine “mi sovviene in mente”, che sarebbe come dire “mi viene il ricordo in mente”; il lettore lo ha già capito: “in mente” è di troppo. Insomma, è meglio ricordarsi di sovvenire quando lo si trova in letteratura, dove è di casa ed è bene che resti.

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