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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Misinformation e debunking: abbiamo i mezzi per tradurli

Edoardo Lombardi Vallauri

PUBBLICATO IL 20 luglio 2021

Quesito:

Un lettore chiede quale sia il modo migliore per tradurre l’inglese misinformation, tenendolo distinto da disinformation, e se sia il caso di tradurre debunking o sia meglio conservarlo tale e quale.

Misinformation e debunking: abbiamo i mezzi per tradurli

L’inglese contemporaneo è bene attrezzato con due parole diverse per designare le informazioni false: disinformation significa ‘informazione intenzionalmente falsa’, mentre misinformation si riferisce a qualunque informazione errata, anche se non fabbricata o trasmessa intenzionalmente. Quindi la disinformation è un sottoinsieme della misinformation. La disponibilità del primo termine, d’altra parte, fa sì che quando si usa il secondo si intenda spesso non tutta l’informazione falsa, ma specificamente quella non intenzionale.

Socialmente questi due tipi di informazione non sono certo fenomeni nuovi, ma i recenti mezzi tecnologici per la diffusione di contenuti hanno messo a loro disposizione una assai maggiore capacità di nuocere. Per capire la storia recente dei termini, si potrebbe osservare che in particolare i social media hanno cambiato la proporzione tra disinformation e misinformation. Prima dei vari Facebook, Twitter e simili, la diffusione di informazione su larga scala era prerogativa di entità bene organizzate (giornali, radio, televisioni), che quindi difficilmente potevano dare informazioni false in piena buona fede; insomma, le notizie false erano molto più probabilmente intenzionali (disinformation) che accidentali (semplice misinformation). Oggi invece qualsiasi persona ignara e ignorante ha i mezzi per diffondere qualunque informazione, e quindi, accanto alla mai tramontata malafede, è diventato più frequente che l’ampia diffusione di informazioni errate abbia per causa la semplice ignoranza. Forse anche per questo il termine misinformation è oggi alla ribalta anche in Italia, e ci domandiamo come tradurlo.

Tuttavia, in inglese misinformation è in uso dalla fine del XIV secolo, mentre disinformation esiste solo dal 1955, e forse è tratto dal russo dezinformacija, usato almeno dal 1949, che probabilmente a sua volta è dal francese désinformation, benché questo sia attestato qualche anno dopo. In italiano, disinformazione esiste almeno dal 1983.

Accanto alla maggiore varietà lessicale rispetto all’italiano, in questo comparto l’inglese mostra però una minore varietà morfologica, che a ben guardare si ripercuote sui valori semantico-lessicali. In inglese information è termine non numerabile, cioè non ha forme diverse per il singolare e il plurale, e non può essere introdotto dall’articolo, né singolare né plurale. Si comporta, cioè, come wine ‘vino’ o rice ‘riso’, che ammettono il plurale solo nel senso di ‘un tipo, una marca di vino/riso’. Il risultato è che qui l’inglese può valersi di una minore varietà di mezzi rispetto all’italiano. Insomma, in inglese non si può dare “un’informazione”, ma solo “dell’informazione”. L’italiano invece può distinguere fra due forme: questa è informazione falsa oppure questa è un’informazione falsa, con l’articolo, oppure al purale queste sono informazioni false; e il risultato è la distinzione fra due significati diversi, cioè rispettivamente ‘il fatto di informare’ in modo scorretto e ‘il contenuto di cui si informa’. Di solito anche l’articolo determinativo (l’informazione) produce il senso di ‘atto dell’informare’, oppure quello generico di ‘l’insieme dei contenuti’, o ancora, per ulteriore metonimia, ‘l’insieme di coloro che informano’. In ogni modo, la nostra lingua può distinguere mediante diversi strumenti morfosintattici tra l’informazione come atto di informare e i contenuti di cui si informa; mentre in inglese l’espressione che si usa è la stessa per le due cose: this is misinformation, che lascia ambiguo, e quindi semmai da capire grazie al contesto, quale dei due sia il senso inteso.

Ma si badi bene: come ha osservato genialmente Roman Jakobson, le vere differenze fra le lingue non riguardano ciò che possono esprimere, bensì cioè che devono esprimere. Per farne un esempio classico, in inglese è possibile non esprimere il genere in casi come questo: Yesterday I spent the evening with my neighbour, mentre in italiano si è obbligati a farlo: Ieri ho passato la serata con il mio vicino / la mia vicina; con tutte le conseguenze del caso.

Una situazione simile riguarda information. In realtà, se il contesto non è sufficiente a chiarire che il termine va inteso come un singolo contenuto, l’inglese può sempre scegliere di dire a piece of information (letteralmente, ‘un pezzo di informazione’), che significa, appunto, ‘un’informazione’ nel senso di un contenuto. Insomma l’inglese può rimediare all’ambiguità del termine information usando un’espressione di più parole. Ha cioè pur sempre tutta la gamma delle possibilità: rimanere ambiguo, oppure far disambiguare dal contesto, oppure eliminare a priori l’ambiguità con un’espressione multiparola. Invece l’italiano difficilmente può essere ambiguo fra informazione come atto dell’informare e informazione/informazioni come contenuto di cui si informa, perché deve sempre decidere se mettere o non mettere l’articolo, e anche se usare il singolare o il plurale: falsa informazione si riferisce all’atto, false informazioni o un’informazione falsa si riferisce al contenuto. Tutto questo, lo abbiamo già accennato, si intreccia con il potente ruolo del contesto, che di solito riduce il margine dell’ambiguità, e può almeno in parte neutralizzare il valore di partenza delle singole espressioni. Ad esempio, anche senza l’articolo, in dipendenza da verbi diversi e specificata da aggettivi diversi, informazione riceve senza ambiguità uno o l’altro dei due sensi che stiamo considerando: fare cattiva informazione, ma basarsi su informazione errata. Si noti, però, che nel secondo caso sarebbe comunque più naturale usare il plurale o l’articolo: basarsi su informazioni errate / un’informazione errata.

Insomma, la ricerca di equivalenti italiani per misinformation dovrà tenere conto del fatto che la parola inglese significa sia l’azione di trasmettere contenuti falsi (l’informazione), sia i contenuti stessi (le informazioni). A questo si aggiunga che tanto misinformation quanto disinformation, a differenza di information, stanno anche per il risultato della cattiva informazione, cioè la condizione di chi ha ricevuto informazione difettosa. E non è detto che la migliore traduzione per uno di questi significati coincida con quella da preferire per un altro.

Inoltre va osservato che in italiano, a differenza di misinformazione, disinformazione esiste almeno dal 1983, e non è proprio specializzato per la diffusione intenzionale di notizie false come l’inglese disinformation. Ha sempre significato anche il semplice fatto di essere poco o male informati (“purtroppo fra i giovani, in tema di contraccettivi, c’è ancora troppa disinformazione”), come prova del resto il senso del participio disinformato, che almeno come aggettivo è tuttora equivalente a “poco o per nulla informato” (“su questo argomento sono completamente disinformato”). Molti ricorderanno una fortunata pubblicità Melegatti degli anni 1980 in cui Franca Valeri con tono inimitabile apostrofava Milena Vukotic servendosi di questo epiteto, perché l’amica non era al corrente dei premi mirabolanti in palio a Natale per chi acquistava un pandoro.

Qui (come in molti altri casi) è importante accorgersi che tradurre bene un termine straniero non significa di necessità tradurlo con una parola sola. Se a ogni termine di ciascuna lingua corrispondesse sempre uno e un solo termine di ogni altra, le lingue avrebbero tutte lo stesso lessico, “travestito” da suoni diversi ma strutturalmente identico. Invece non è affatto così. Il famoso composto tedesco Schadenfreude, letteralmente “gioia del danno” può tradursi in italiano (e in molte altre lingue) solo con espressioni quale piacere del male altrui; e il giapponese bakkushan (tra l’altro, un prestito misto da inglese e tedesco) significa ‘donna che da dietro sembra bella, ma da davanti delude’. La traduzione precisa del francese atout è in inglese e in tedesco una singola parola, rispettivamente trump e trumpf, ma in italiano è punto di forza (s’intende, fuori dai giochi di carte, dove è preferibile usare proprio atout). Naturalmente la cosa avviene anche dall’italiano verso altre lingue, e non riguarda solo termini rari e peregrini. Per tradurre fedelmente l’italiano animoso (senza schiacciarlo su ‘coraggioso’) occorrono in inglese espressioni come full of spirit ‘pieno di animo/spirito’. Longevo richiede in inglese l’unione di due parole nel composto long-lived, e in francese addirittura espressioni come qui vit longtemps ‘che vive a lungo’. Nello stesso modo, in inglese e in francese la nostra paghetta diventa rispettivamente il pocket money e l’argent de poche (‘denaro da tasca’); ed è fatto degli stessi elementi il composto tedesco Taschengeld. In francese lo zaino diventa un sac à dos (‘sacco da schiena’), la palestra è una salle de sport (‘sala da sport’), e perfino la semplice patata si chiama pomme de terre (‘mela di terra’). Comodino diventa in inglese bedside table o bedside cabinet (‘tavolo o mobiletto da bordo letto’), oppure night table (tavolo da notte’); e in spagnolo l’analogo mesa/mesilla de noche. Dove l’inglese ha cheap e l’italiano ha economico, il francese deve scegliere fra espressioni come bon marché, pas cher, à bas prix (‘a buon mercato, non caro, di basso prezzo’). E così via.

Ebbene, non c’è in italiano un singolo termine che significhi “informazione falsa non intenzionale” come misinformation; e del resto, come abbiamo visto, non c’è neanche un termine che significhi esclusivamente “informazione falsa intenzionale” come invece fa − in opposizione a misinformation − l’inglese disinformation. Volendo quindi usare un solo termine, cioè volendo modellare (forzare?) la struttura del lessico italiano perché presenti in questo campo due termini “secchi” come l’inglese, la soluzione sarebbe necessariamente quella di adottare misinformazione. Questa soluzione sta guadagnando qualche terreno nel momento presente: il termine, la cui prima apparizione in italiano è attribuita ad Alberto Moravia (Guido Guarda, La televisione come violenza, Roma, Edizioni Dehoniane, 1970, p. 213), è usato sempre più spesso. Rimane però su frequenze complessive molto basse. Ad esempio, una ricerca del 5 gennaio 2021 fatta su Google, quindi basata su varietà molto attuali e non particolarmente sorvegliate della lingua, a fronte di 3.320.000 risultati per disinformazione, ne trova solo 10.600 per misinformazione. La disparità si accentua se si confrontano i due participi, interessanti perché potenzialmente aggettivali: disinformato (-a, -i, -e) 403.300, misinformato (-a, -i, -e) 704.

Un effetto collaterale non indifferente, su cui deve riflettere chi faccia questa scelta, è che un eventuale definitivo accoglimento di misinformazione nel senso di informazione errata o carente non intenzionale sottrarrebbe terreno semantico a disinformazione, spingendolo nello spazio che questo nuovo vicino gli lascerebbe libero, cioè verso il significato più ristretto e più “inglese” di informazione falsa diffusa con dolo.

Questo effetto sulla struttura del sistema lessicale, dovuto a quelle che Saussure chiamava relazioni “associative” e Hjelmslev relazioni “paradigmatiche” fra gli elementi della lingua, è probabilmente più importante delle obiezioni formali all’introduzione di misinformazione, perché l’italiano non manca certo di termini con il prefisso mis- (ad esempio misfatto, misconoscere, miscredente), che non sono peraltro di origine inglese (il prefisso italiano mis- è probabilmente incrocio del latino minus ‘meno’ con l’equivalente antico del tedesco miss-).

In alternativa, per esprimere il senso di misinformation si possono adottare espressioni formate da informazione con un aggettivo, quali le seguenti, che peraltro precisano meglio dell’assai vago misinformation quale difetto si voglia esattamente intendere: fare informazione sbagliata, errata, scorretta, distorta, falsa, disonesta, menzognera, cattiva informazione, e così via. Ma si badi bene: come abbiamo detto, queste traducono solo la prima metà del termine inglese, cioè quella che si riferisce all’atto di informare male, o alla condizione di chi è stato male informato. Per tradurre misinformation nel senso di contenuti falsi, si dovranno per lo più usare l’articolo o il plurale, che rendono il valore numerabile del termine: un’informazione sbagliata, una cattiva informazione, oppure informazioni sbagliate, errate, scorrette, distorte, false, disoneste, menzognere, cattive informazioni, e così via.

Quanto a mistificazione, probabilmente alcuni vi sono indotti anche dalla parziale coincidenza fonetica, che non è etimologica: si tratta di prestito dal francese mystification, che parte da mystère, ‘mistero’. Il mis- iniziale non è dunque lo stesso prefisso di misinformazione, e anzi non è proprio un prefisso, ma proviene semplicemente dalla radice della parola greca mystérion. Mistificazione avrebbe il vantaggio di mantenere il rapporto uno a uno fra la parola inglese e una parola italiana già in uso, ma ha senso non sempre coincidente con misinformation, perché presuppone un impegno notevole da parte del mistificatore, volto a costruire un inganno complesso, che rende il termine più affine all’inglese deception. Una semplice informazione errata non è mistificazione, mentre lo è un insieme di informazioni menzognere congegnate e spesso reiterate per far credere − tipicamente in maniera indiretta e non espressamente dichiarata − a una realtà simulata. Insomma, vi è mistificazione solo quando, in inglese, vi è quel particolare tipo di misinformation che è la deliberata disinformation, e anche una forma piuttosto organizzata, spesso ingegnosa e indiretta di questa.

Proprio per questo motivo, il derivato demistificazione è un buon candidato a tradurre l’inglese debunking, che si riferisce fra l’altro anche all’azione, talora meticolosa, di “smontaggio” di informazioni false di una qualche complessità. Tuttavia questo termine inglese ha fra i suoi sensi anche quelli proceduralmente più semplici di ‘sfatare’ un mito o ‘smascherare’ una bufala, che possono realizzarsi in un’unica soluzione, senza l’impegno e la costanza sottesi al concetto di ‘demistificazione’. Si potrà dunque tradurre debunking, a seconda dei casi, con demistificazione o con il non comodissimo smascheramento, oppure ancora con perifrasi contenenti i verbi sfatare, smontare o ridimensionare. Probabilmente anche per via della laboriosità di queste soluzioni, il prestito non adattato debunking è oggi abbastanza ricorrente in italiano, e registrato da diversi dizionari.

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