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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Su abilismo e altri nuovi -ismi (ageismo e audismo)

Luisa di Valvasone

PUBBLICATO IL 10 giugno 2021

Con il termine abilismo si indica la discriminazione, il pregiudizio o la marginalizzazione nei confronti delle persone disabili. Si tratta di un derivato composto da abile e dal suffisso -ismo, frequente in altri termini dello stesso campo semantico come sessismo, classismo e razzismo. Il vocabolo è in realtà un prestito dall’americano ableism attestato, secondo il Merriam-Webster, dal 1981 e formato da -able, radice di disable, disabled, e -ism. In inglese è in uso anche disablism, “disabilismo”, ma in alcuni contesti si evidenziano differenti sfumature di significato tra i due termini. L’inglese ableism fu coniato negli anni Ottanta nell’ambito dei Disability Studies, “studi sulla disabilità”, ovvero la disciplina scientifica, sviluppatasi in ambiente prevalentemente angloamericano e nordeuropeo a partire dagli anni Settanta, che si occupa della disabilità, non più solo come fenomeno medico individuale, ma in una prospettiva multidisciplinare (sociale, politica, storica, culturale, giuridica, pedagogica). Tale settore di studi parte da un’interpretazione sociale (o modello sociale) della disabilità, in cui questa è analizzata in quanto “prodotto di complesse strutture sociali e di processi, piuttosto che come il semplice ed inevitabile risultato della differenza individuale e biologica” (cfr. Angelo D. Marra, Ripensare la disabilità attraverso i Disability Studies in Inghilterra, in “Intersticios. Revista sociológica de pensamiento crítico”, vol. 3, I, 2009). A partire dai primi anni del Duemila, anche l’ambiente accademico italiano ha iniziato a interessarsi dei Disability Studies, ed è infatti proprio in testi di carattere scientifico che si rintracciano le prime occorrenze in italiano:

Le differenziazioni messe in atto a proposito della disabilità hanno però una storia comune a quelle che si producono in relazione alla sessualità, al genere, alla razza, in quanto espressione di un pensiero che tende a produrre categorie, accentuando un termine della dicotomia: abilismo (abile/non abile), sessismo (maschio/femmina), razzismo (italiano/straniero). (Roberto Medeghini, Enrico Valtellina, Quale disabilità? Culture, modelli e processi di inclusione, Milano, FrancoAngeli, 2006, p. 41)

Oliver conclude auspicando che «dopo la lettura di questo libro, l’abilismo possa essere posto in coda alla lista poiché la disabilità merita di essere oggetto dell’analisi sociologica e della demistificazione esattamente come gli altri “ismi” (Oliver, 1990, p.131). (Enrico Valtellina, “Nothing about us without us”. Dall’attivismo all’accademia e ritorno: i “disability studies” inglesi, in “Studi culturali, Rivista quadrimestrale”, 1/2006, pp. 159-180)

Tra di essi c’è anche il sessismo, inteso come svalutazione delle donne, l’abilismo, come disprezzo per gli handicappati, l’eterosessismo, inteso come discriminazione nei confronti dell’omosessualità ecc. (Valentina Cardinali, Pari opportunità… ed “effetti perversi”, Milano, FrancoAngeli, 2006, p. 184)

Nella trattazione del concetto di abilismo gli studiosi ricorrono spesso alla definizione di Fiona Kumari Campbell, ricercatrice e teorica di studi sulla disabilità: “a network of beliefs processes and practices that produces a particular kind of self and body (the body standard) that is projected as the perfect, speciestypical and therefore essential and fully human. Disability then is cast as a diminished state of being human” (“una rete di credenze, processi e pratiche che produce un particolare tipo di sé e di corpo (lo standard corporeo) che viene proiettato come perfetto, tipico della specie e quindi essenziale e pienamente umano. La disabilità viene quindi considerata come uno stato ridotto dell’essere umano”; F.K. Campbell, Inciting Legal Fictions: Disability’s Date with Ontology and the Ableist Body of Law, “Grifth Law Review”, 10 [2001], pp. 42-62).


Significato e usi

Il concetto di abilismo è strettamente legato ad altri temi, come quelli dell’inclusione, dell’attivismo, dei diritti sociali. Nella pratica si parla di abilismo in riferimento a diversi tipi di comportamenti o atteggiamenti, non necessariamente volontari (e in alcuni casi si parla anche di abilismo interiorizzato nelle stesse persone disabili). Leggendo i molti blog e siti, sia di singoli sia di associazioni dedicate, sull’argomento volti a informare e sensibilizzare che si trovano in rete (qui un esempio) si può ben capire come l’abilismo riguardi non solo lampanti e marcati elementi di discriminazione − come nel caso delle barriere architettoniche che impediscono o limitano l’accesso a certi luoghi, o di vere e proprie forme di violenza fisica o psicologica, che possono arrivare alla segregazione o addirittura alla soppressione – ma anche comportamenti velati o a volte anche non del tutto consapevoli, che contribuiscono ad alimentare stereotipi e preconcetti nei confronti delle persone disabili e, in generale, della disabilità. Come si legge nel blog “InVisibili” del “Corriere della Sera” “l’abilismo descrive le persone definendole unicamente per la loro disabilità, ne [sic] attribuisce a priori certe caratteristiche, imprigionandole in stereotipi in cui risultano diverse e irrevocabilmente inferiori”. Rientrano nella narrazione abilista (sul termine abilista si veda oltre) la spettacolarizzazione, il pietismo e gli atteggiamenti paternalistici, il presupposto che la disabilità sia necessariamente una tragedia, un’immensa sfortuna, o la rappresentazione delle persone disabili come asessuali o come eterni bambini.

Il paternalismo impedisce la costruzione di una relazione empatica con i membri di un gruppo minoritario e allo stesso tempo pone questi ultimi in una posizione sociale ed economica di subordinazione. Le persone non-disabili agiscono come guide, leaders, da protezione e mediazione per le persone disabili che sono spesso identificate come bambini, bisognosi di aiuto, dipendenti, asessuali, economicamente improduttive, fisicamente limitate e emotivamente immature. (Giuseppe Vadalà, Il DNA della disabilità: Dipendenza, Normalizzazione e Abilismo come categorie disabilitanti, in “Italian Journal of Disability Studies”, 1, gennaio 2011, pp. 47-56)

Molte grosse organizzazioni hanno storicamente investito sul pietismo, e questo ha condizionato tantissimo la rappresentazione delle persone disabili. Solo recentemente le associazioni hanno iniziato a sperimentare storytelling diversi, in cui non si svalutano le persone disabili.
Per far donare, molti inizialmente hanno scelto la narrativa più semplice e immediata, quella che arriva prima: ritrarre le persone in modo appiattito e semplicistico, in molti casi partendo da una visione tragica.
Impostare un discorso sui diritti e sulla necessità di far avanzare la ricerca senza sminuire il valore della vita delle persone disabili era apparentemente troppo complesso, dunque si è scelto di buttare giù le persone. Il messaggio che passava, e la cui eredità ritroviamo oggi ovunque sui media, è che la disabilità è incompatibile con una vita felice. (Maria Chiara Paolini, Il binomio “supereroi-poverini” nei media, dal blog “Witty Wheels”, 19/8/2019)

Diciamolo, il mondo degli audiovisivi è tuttora ancorato a numerosi stereotipi, alla classica rappresentazione strappalacrime delle persone con disabilità, narrazioni abiliste che tendono a “sistemarci”, “aggiustarci”, personaggi poco sfaccettati che hanno la solita funzione di ispiratori motivazionali per l’amico o il parente “abile” di turno, gente che folgorata sulla via di Damasco se ne esce con frasi tipo: “Ahhh, che sciocco che sono stato a lamentarmi tutto il tempo della mia unghia incarnita. Grazie, amico carrozzato, tu si che mi hai insegnato la vita”. […] Il punto è che per tutto ciò̀ che passa sullo schermo, la scelta della narrazione diventa cruciale. E una narrazione che sia autentica non può̀ passare sempre e solo attraverso uno sguardo esterno, non può̀ escludere la presenza delle persone con disabilità nella scrittura, nella produzione e nella recitazione. (Marina Cuollo, A proposito di rappresentazione, dal blog “Parole, opere e (o)missioni”, 9/7/2020)

In questa prospettiva, il linguaggio ricopre un ruolo fondamentale. Si parla di linguaggio abilista riguardo all’uso non solo di un lessico volutamente offensivo nei confronti delle persone disabili, ma anche nel caso dell’uso metaforico nel linguaggio comune di parole ed espressioni come Ma sei sordo? Sei cieco? Sembri un handicappato!, in cui la disabilità viene impiegata come metafora per esprimere qualcosa di negativo, spesso senza una reale consapevolezza da parte del parlante. Inoltre, il mancato impiego della terminologia inclusiva e corretta (per fare qualche esempio: l’uso di disabile come aggettivo e non come sostantivo, sordo e non sordomuto), di cui si sono occupati anche enti e organizzazioni internazionali, è stato più volte segnalato come comportamento abilista da parte di attivisti disabili e associazioni, soprattutto quando ciò è avvenuto nei media:

I termini utilizzati dallo stesso Amadeus sono completamente errati. Sono anni che associazioni e attivisti disabili si battono per eliminare la frase “portatore di handicap”, per un concetto molto semplice: definisce la persona esclusivamente per la sua disabilità. Per lo stesso motivo è sconsigliata l’espressione “diversamente abile”. “I ragazzi come Donato” è tutt’altro che una frase inclusiva, per non parlare poi di “chi SOFFRE di disabilità”.  La disabilità è una condizione di vita, si soffre di reumatismi ad esempio, non certo di disabilità. (Deborah Righettoni, Come (non) parlare di disabilità, dal sito “Valigia blu”, 10/3/2021)


Due neologismi legati all’abilismo

Nell’ambito dell’attivismo e dei Disability Studies si sono inoltre diffusi nuovi termini che descrivono determinati comportamenti abilisti, nati in ambito angloamericano e che oggi si stanno diffondendo anche in Italia, come inspiration porn e supercrip.

L’espressione inspiration porn (“pornografia motivazionale”; 2.730 risultati su Google Italia il 19/5/2021), coniata dall’attivista australiana Stella Young, si riferisce alla “rappresentazione delle persone disabili come ispirazione [sic] unicamente per il fatto di avere una disabilità, oggettivandole a favore delle persone non disabili, e rendendole straordinarie anche nel caso compiano gesti banalmente ordinari, come uscire la sera, studiare o diventare genitori” (Sofia Righetti, Abilismo: è ora di parlarne, “InVisibili”, 16/2/2019):

Dicesi ‘Inspiration-porn’ quando si chiede a persona disabile di raccontare la propria vita per ispirare gli altri, quando si fa credere che vivere con la disabilità faccia diventare persone eccezionali. Pornografia motivazionale, l’ha chiamata così per la prima volta l’attivista Stella Young in questo TED talk. Quale l’obiettivo di comunicazione nel mostrare una bambina senza mani che disegna tenendo una matita in bocca o il bambino che corre con protesi in fibra di carbonio? Le chiamano pornografia di proposito, perché riducono ad oggetto una categoria di persone a beneficio di un’altra, le persone disabili a beneficio di quelle non disabili. (Francesca Fedeli, Quanto fa vendere l’inspiration-porn?, “Il sole 24 ore”, 16/5/2017)

Il termine supercrip (502 risultati su Google Italia), o super cripple (185 risultati), significa letteralmente “superstorpio”, e viene talvolta tradotto in italiano come superdisabile (1.210 risultati su Google Italia, ma la maggior parte sono relativi al libro di Marco Ferrazzoli, Francesca Gorini e Francesco Pieri intitolato “Il superdisabile. Analisi di uno stereotipo”, Lu.Ce, 2019):

L’ideologia abilista produce almeno un paio di stereotipi della disabilità: oltre alla figura del disabile come bambino (a cui si è già accennato in precedenza) emerge la figura del cosiddetto supercrip (letteralmente ‘superstorpio’), vale a dire una persona molto attiva che, per esempio, si mantiene in forma prendendo parte a sport faticosi. (Giuseppe Vadalà, Il DNA della disabilità: Dipendenza, Normalizzazione e Abilismo come categorie disabilitanti, in “Italian Journal of Disability Studies”, 1, gennaio 2011, pp. 47-56)

 

Diffusione

I dizionari italiani contemporanei non registrano abilismo, ma nel 2019 il termine è stato inserito tra i “Neologismi della settimana” nel portale Treccani con un’attestazione dal “Corriere” datata 17/2/2019 (“L’abilismo è l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità”).

Il 18/5/2021, tra le pagine in italiano di Google, emergono 37.800 risultati per abilismo, mentre la ricerca su Google libri restituisce 1.000 risultati, di cui però una parte considerevole riguarda risultati non verificabili oppure attestazioni otto e novecentesche non pertinenti poiché in questi testi abilismo è impiegato perlopiù nel significato, non attestato dai dizionari, di ‘(sfoggio di) abilità, capacità tecniche’ in riferimento a pittori, musicisti o scrittori (“Caratteristica principale di questo terzo periodo musicale è una specie di cinismo creativo che fa ormai credere ai tedeschi che musica equivalga soltanto a composizione, abilismo, non a creazione”, Giannotto Bastianelli, La musica pura, commentari musicali e altri scritti, Firenze, Olschki, 1974, p. 316).

Come abbiamo visto, le prime attestazioni rintracciabili di abilismo risalgono al 2006. Tuttavia, Google Trends evidenzia un rilevante picco di ricerche del termine nel novembre del 2020. Tale impennata è riconducibile all’approvazione da parte della Camera del cosiddetto Disegno di legge Zan, o Legge Zan, che riguarda le “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” e al dibattito pubblico che ne è scaturito. Va peraltro rilevato che all’interno del disegno di legge il termine abilismo non compare mai. Le ricerche negli archivi dei quotidiani confermano tale collegamento: mentre il “Corriere” conta una sola occorrenza pertinente (su 4 totali) in una intervista del 10/2/2008 all’atleta paralimpica Sarah Reinertsen («Io lo chiamo “abilismo”: è il razzismo verso quelli come me e Pistorius»), la ricerca nell’archivio della “Stampa” restituisce 47 risultati, tutti del 2021 (ma molti non verificabili), e delle 20 attestazioni di abilismo presenti nell’archivio della “Repubblica” solo una è precedente al 2020:

All’Oberlin College, in Ohio, è circolata invece una proposta che chiedeva ai professori di inserire degli allerta nella descrizione dei loro corsi. "Siate consapevoli del razzismo, del classismo, del sessismo, dell’eterosessismo, del cissessismo (riguardo i transessuali), dell’abilismo (riguardo chi usa sedie a rotelle) e di altre tematiche di privilegio e oppressione", si legge nella proposta, "e rendetevi conto che ogni forma di violenza è traumatica, che prima delle vostre lezioni gli studenti hanno avuto una vita e hanno un vita fuori dell’aula: esperienze che voi potreste non immaginare né comprendere". (Jennifer Medina, Censura, “La Repubblica”, 21/5/2014)

“L’Italia - spiega a Repubblica Alessandro Zan - era al 35esimo posto in Europa per accettazione sociale lgtb, con questa norma che comprende anche il contrasto all’abilismo sarà tra le più avanzate d’Europa. Si tratta di un ampio strumento contro le discriminazioni e le violenze”. (Alberto Custodero, Omofobia, passano alla Camera i primi cinque articoli del ddl Zan. Cirinnà: “Non si è mai liberi di odiare”, “La Repubblica”, 28/10/2020)

Oltre ad abilismo, si rintracciano sporadiche attestazioni in italiano anche della forma semplicemente adattata ableismo; da una ricerca del 6/6/2021 emergono 610 risultati tra le pagine in italiano di Google e 6 (ma solo uno verificabile) su Google libri:

I fronti su cui opera l’istituto [Institute for Ethics and Emerging Technologies] sono: l’ampliamento del concetto di “diritti umani”, l’identificazione delle minacce al futuro della nostra civiltà, la gestione - detto tra noi, lo smantellamento - delle obiezioni al logevismo [sic], la lotta all’ageismo e all’ableismo - cioè le discriminazioni basate sull’età o verso le persone disabili - e infine lo sviluppo di scenari positivi, negativi e neutri in relazione alla post-umanità e alle intelligenze non-umane che forse creeremo. (Roberto Manzocco, Essere Umani 2.0, Milano, Springer Science & Business Media, 2014)

L’ableismo è la discriminazione e il pregiudizio sociale contro le persone con disabilità basato sulla convinzione che le abilità tipiche siano superiori (Antonio di Mello, Cos’è l’ableismo, su www.eosfiera.it, febbraio 2021)

 

Abilista

Oltre al sostantivo abilismo, anche il derivato abilista, di cui abbiamo già visto alcuni esempi, è discretamente diffuso nell’italiano contemporaneo come aggettivo. La spontanea formazione di abilista non stupisce, giacché l’interrelazione tra i suffissi -ismo e -ista (e -istico) è tipica nella morfologia dell’italiano (razzismo, razzista; materialismo, materialista, materialistico; cfr. Serianni 1988, XV.20). Dalla ricerca su Google Italia (il 18/5/2021) emergono 13.400 risultati per abilista (comportamento abilista, linguaggio abilista, persona abilista; 238 risultati per la forma ableista), 3.450 per abilisti (atteggiamenti abilisti, contenuti abilisti), 1.930 per abiliste (narrazioni abiliste, aggressioni abiliste). Le attestazioni sui quotidiani sono invece piuttosto scarse: una sola occorrenza per la forma abilista nell’archivio della “Repubblica”, nessuna in quelli del “Corriere” e della “Stampa”.

L’impiego di abilista come sostantivo è ancora limitato e scarsamente attestato:

Pensiamo che in televisione vengono mostrate solo persone che hanno eccelso nello sport, persone con tre lauree in ingegneria, persone che viaggiano per il mondo mostrando che non ci sono limiti (grande cavolata), facendo così contenti tutti gli abilisti che cercano disperatamente di collocare nella loro visione stereotipata ciò che ancora considerano fuori dalla norma. (Sofia Righetti, post su Facebook, 21/7/2020)


Altri -ismi

Come abbiamo visto fino ad ora, con la parola abilismo si intende la discriminazione nei confronti di persone disabili, indipendentemente dal tipo di disabilità, fisica, sensoriale o mentale. In questo senso, dunque, il termine assume un significato ampio. Tuttavia, sono stati segnalati alla nostra redazione alcuni termini specifici in riferimento a discriminazioni nei confronti di determinati tipi di disabilità o caratteristiche della persona, relativamente diffusi sia nel linguaggio comune sia nell’ambito dell’attivismo e dei Disability Studies. Si tratta ancora di composti formati con il suffisso -ismo (dal lat. -ismus, gr. -ismòs), presente in diverse lingue, e assai produttivo in italiano nella formazione di parole che indicano perlopiù “un atteggiamento, un orientamento ideologico, un insieme di valori culturali o anche di fenomeni fisici” (Serianni 1988, XV.25); negli ultimi decenni il suffisso è stato largamente impiegato anche nel lessico riguardante le discriminazioni delle minoranze e i movimenti per i diritti sociali (razzismo, sessismo, eterosessismo). Tra i termini che ci sono stati segnalati, trattiamo qui brevemente i due che, stando alle attestazioni trovate, sembrano avere oggi una maggiore diffusione, sebbene non siano registrati dai dizionari sincronici; continueremo a sorvegliare le parole segnalate come, ad esempio, sanismo e mentalismo (entrambi nel significato di ‘forma di discriminazione nei confronti delle persone con disabilità mentale’), i cui dati non sono al momento sufficienti per una trattazione scientifica.

Tra i vocaboli più attestati troviamo audismo che conta 2.420 risultati tra le pagine in italiano di Google (in questo caso i risultati su Google libri non sono attendibili, in quanto non pertinenti o non verificabili), sebbene non siano molte le pagine in rete realmente dedicate all’argomento e non vi siano occorrenze negli archivi dei quotidiani. Deriva dall’inglese audism, che, come si legge su Encyclopaedia Britannica, è un termine coniato nel 1975 dal ricercatore americano Tom L. Humphries e impiegato per descrivere la discriminazione nei confronti delle persone sorde, a partire dalla convinzione che la capacità di sentire renda una persona, in qualche modo, superiore.

In Italia è stato avviato di recente un progetto di traduzione delle canzoni di Sanremo da parte di performer LIS prevalentemente udenti con la partecipazione di solo 1-2 persone sorde (visionabile su raiplay).

Questo ha scatenato una grande polemica nella comunità sorda sulla presenza in Italia di fenomeni di audismo, ovvero il fatto che in molte situazioni le persone sorde vengono messe da parte per consentire a chi è udente e conosce la Lingua dei Segni di fare mediazione o di trasmettere contenuti, mentre questo tipo di attività potrebbero essere fatte anche dalle stesse persone sorde (Visioni. L’importanza dell’espressione visiva. Intervista a Carlo di Biase, “ATP Diary”, 10/4/2021). 

Scarsissime le attestazioni di audista, impiegato come aggettivo, che siamo riusciti a rintracciare in rete, probabilmente anche a causa della sovrapposizione con il più comune audista impiegato per descrivere una persona che possiede ed è appassionata di macchine Audi:

È diventato [Harlan Lane] un portavoce della comunità dei sordi segnanti degli Stati Uniti in forza delle spietate analisi politico-economiche fatte all’impero “audista” dei professionisti udenti che operano nell’ambito della “riabilitazione” dei sordi e in tutto l’indotto clinico-patologico e tecnico. (Chiara Morlini et al., Un altro sguardo – e “un altro ascolto” – sulla sordità, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 2016)

Il secondo termine che qui trattiamo non ha un legame, almeno superficialmente, con la disabilità, ma appartiene anch’esso agli -ismi che esprimono una forma di discriminazione e sembra avere una discreta diffusione nell’italiano. Si tratta di ageismo, derivato dall’inglese ageism, composto da age ‘età’ e dal suffisso -ism (attestato dal 1969, secondo il Merriam-Webster, quando fu impiegato dallo psichiatra e geriatra americano Robert Butler per indicare la svalorizzazione e la discriminazione verso gli anziani). Sul portale Treccani, ageismo è registrato tra i Neologismi 2016 ed è definito come una ‘forma di pregiudizio e svalorizzazione ai danni di un individuo, in ragione della sua età; in particolare, forma di pregiudizio e svalorizzazione verso le persone anziane’. Come prima attestazione Treccani segnala “Repubblica del 31 dicembre 2009”. Tra i 1.210 risultati che emergono dalla ricerca su Google libri (il 18/5/2021) possiamo però rintracciare sporadiche attestazioni già a partire dal 1995:

-l’atteggiamento discriminante nei confronti dei vecchi, atteggiamento per il quale è stato coniato il termine di ageismo (“Paesaggio urbano”, volume 4, 1995)

L’ageismo è una discriminazione di cui nessuno ha ancora capito davvero la magnitudine. Anzitutto include tutti gli esseri umani, di qualsiasi razza, sesso, religione, orientamento sessuale, magri o grassi, alti o bassi, di qualsiasi nazionalità o lingua. [...] Al tempo stesso l’ageismo è anche l’unica discriminazione che colpisce una specie mai interessata da questi fenomeni nella storia dell’umanità: l’uomo bianco, medio, occidentale. (Nicola Palmarini, Immortali: Economia per nuovi highlander, Milano, EGEA spa, 2019)

Dalla ricerca tra le pagine in italiano di Google emergono 8.890 risultati per ageismo, ma il termine è attestato anche sulla stampa: 5 risultati nell’archivio del “Corriere” (a partire dal 2010), 9 in quello della “Repubblica” (dal 2009), nessun risultato nell’archivio della “Stampa” (ma 2 nel sito). Si rintracciano sporadiche attestazioni anche per ageista usato come aggettivo (998 risultati su Google Italia):

Il discorso ageista è progredito dal riferirsi alla crescente popolazione di anziani come problema, minaccia e onere, al parlare di uno 'tsunami d’argento' che spazzerà via le risorse sociali. L’ageismo, come il razzismo e il sessismo, serve a giustificare la disuguaglianza, gli stereotipi, i pregiudizi e la discriminazione. (È tempo di prendere sul serio l’ageismo, dal sito “Associazione Alzheimer OdV”, 6/1/2020)

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