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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Un neologismo e una parola inesistente in un articolo di Rigoni Stern

Luigi Matt

PUBBLICATO IL 01 luglio 2026

Quesito:

Un lettore ha trovato i termini antropofaso e meteorofori in un articolo di Mario Rigoni Stern (Un cuore verde per Stalin, “La Stampa. Tuttolibri”, 23 giugno 1979): non rinvenendoli nei dizionari né in rete, si chiede quale ne siano il significato e l’origine.

Un neologismo e una parola inesistente in un articolo di Rigoni Stern

L’articolo di Rigoni Stern è una recensione di un volumetto allora fresco di stampa: Aleksandr V. Čajanov, Viaggio di mio fratello Aleksej nel paese dell’utopia contadina, Torino, Einaudi, 1979. Si tratta della prima traduzione italiana (realizzata da Vera Dridso) di un curioso romanzo utopico pubblicato da Čajanov (con lo pseudonimo Ivan Kremnev) nel 1920. L’autore, noto soprattutto come studioso dell’economia contadina, dà vita ad una “storia […] gustosa, breve, carica d’ironia” (questo il giudizio di Rigoni Stern); vi si descrive la società perfetta della Russia del futuro (le vicende si svolgono nel 1984), in cui ha grande importanza l’attività agricola.

Leggendo i passi della recensione che contengono le due parole rare, si ha la netta sensazione che esse siano citate dal romanzo (in particolare la prima, che si trova in un’espressione virgolettata):

il nostro Aleksej viene arrestato perché il suo comportamento non da americano, il suo accento russo purissimo e la cattiva pronuncia inglese lo fecero sospettare un “antropofaso tedesco” che stava lavorando per l’avventura dell’invasione.

l’invasione viene fermata non con i carri armati o la bomba atomica ma da una tempesta climatica creata ad arte dai meteorofori di confine, con spaventose trombe d’aria e cortine di vento, sicché due ore dopo il governo di Berlino fece sapere che cessava la guerra.

Affrontiamo prima il secondo termine. Effettivamente esso si legge nel Viaggio, a p. 116, quando si racconta della risposta russa al tentativo di invasione attuato dalla Germania:

Alle 3,15, nella notte dal 7 all’8 settembre, conformemente a piani prestabiliti, i meteorofori della zona di confine diressero l’intensità massima del flusso magnetico su un’area ciclopica di piccolo raggio, e, in mezz’ora, eserciti di milioni di uomini e decine di migliaia di aeroplani furono letteralmente spazzati via da spaventose trombe d’aria.

Origine e significato sono facilmente spiegabili: meteoroforo è un tipico “composto neoclassico”, vale a dire una parola formata da due elementi (“confissi”, secondo la terminologia linguistica) di origine greca: meteoro- e -foro. Entrambi si ritrovano in numerosi termini italiani, come ad esempio meteoromanzia ‘metodo di divinazione basato sull’osservazione di fenomeni atmosferici’ e meteoropatia ‘insieme di disturbi causati dalle condizioni del tempo’ (meteorologia è un caso a parte: il composto esisteva già in greco); galattoforo ‘che determina o facilita la secrezione del latte’ e tedoforo ‘chi porta la fiaccola olimpica’. Mettendo insieme i significati più comuni dei due confissi, rispettivamente ‘relativo ai fenomeni atmosferici’ e ‘portatore’, si ricava che i meteorofori possiedono la capacità di determinare l’andamento del tempo meteorologico. Viene da chiedersi se il termine indichi strumenti o persone (il confisso -foro può essere usato con entrambi i valori); la risposta si trova in un altro capitolo del Viaggio, dove si legge: “Si installarono i meteorofori, rete di stazioni di flusso magnetico che dirigevano i fenomeni atmosferici” (pp. 82-83). Si tratta quindi di complessi congegni; nel passo a cui allude Rigoni Stern, li vediamo scatenare gigantesche trombe d’aria che debellano l’esercito e l’aviazione della nazione nemica. È peraltro la sola concessione che l’autore fa a elementi fantastici, di norma piuttosto comuni nelle narrazioni utopiche (o distopiche).

L’unica altra traccia del termine in italiano si trova in un libro di critica in cui si riassume la trama del romanzo di Čajanov (Marina Rossi Varese, Ivan Ivanovič Kozlov. Colore e elegia nella letteratura russa, Torino, Tirrenia Stampatori, 1996, p. 244: “I meteorofori sono in grado di scatenare a comando pioggie e tempeste”). È quindi naturale che i dizionari non lo registrino.

È interessante notare che la traduttrice non ha dovuto creare una parola, dato che nel testo russo si ha già lo stesso tipo di composto: метеорофоры [meteorofory]: cfr. Ив. Кремнев (А. Чаянов), Путешествие моего брата Алексея в страну крестьянской утопии, Серебряный век, Нью-Йорк [Iv. Kremnev (A. Čajanov), Putešestvie moego brata Alekseja v stranu krest’janskoj utopii, Serebrjannyj vek, N’ju-Jork], 1981, p. 89. La parola (come mi informano le russiste Alessandra Cattani e Monica Puglia) è un’invenzione di Čajanov.

Cercando antropofaso nel Viaggio si ha una sorpresa. In realtà nel capitolo in cui si parla dell’arresto di Aleksej compare, per due volte nello stesso capoverso, il termine antroposofo, anche al plurale (nella citata edizione russa, a p. 82, si leggono le forme антропософа [antroposofa] e антропософов [antroposofov]):

E, sconvolta e impappinandosi, gli raccontò che la sua cattiva pronuncia inglese e il suo accento russo purissimo, i particolari del suo abbigliamento e la sua ignoranza della matematica, avevano gettato nella loro famiglia un dubbio che aveva continuato a crescere, che lo si credeva un antroposofo che stava preparando l’avventura tedesca, che era sotto la minaccia di un arresto o forse peggio, che lei non credeva a quelle calunnie, che nei due scorsi aveva imparato a conoscerlo e ad amarlo […], che temeva di attirare sulle sue tracce il potere giudiziario che stava arrestando i tedeschi e gli antroposofi […]. (pp. 109-10)

Aleksej viene quindi sospettato di essere un adepto dell’antroposofia, dottrina creata da Rudolph Steiner nel 1913, “secondo cui l’uomo avrebbe la capacità di giungere alle cose soprasensibili attraverso un ciclo di reincarnazioni” (GRADIT). Va detto peraltro che il termine era già corrente nell’Ottocento, nel significato di ‘conoscenza della natura dell’uomo’ (è la definizione del Vocabolario universale italiano Tramater [Napoli, Tramater, 1829-1840], la cui voce costituisce la prima attestazione nota: il GRADIT infatti indica come data il 1829, anno dell’uscita del primo volume).

La forma antropofaso è dunque frutto di un errore, quasi certamente generatosi nella composizione tipografica del testo (va anche tenuto conto del fatto che il settimanale “Tuttolibri”, che esce con “La Stampa”, non prevede verosimilmente la fase della correzione delle bozze da parte degli autori).

Nel titolo di questo contributo ho adoperato l’aggettivo inesistente, che però è corretto solo da un certo punto di vista: è vero che antropofaso non è usato nel Viaggio di Aleksej, e con ogni probabilità neppure nella versione della recensione consegnata da Rigoni Stern; ma è anche innegabile che è stato stampato, e molti lettori l’avranno preso per buono (è di fatto impossibile individuare l’errore), pur rimanendo dubbiosi sul significato da attribuirgli.

Del termine non sarebbe rimasta traccia se la curiosità della lettrice che ha posto il quesito non l’avesse sottratto per un momento all’oblio; ma in altri casi, a partire da errori di vario genere hanno poi preso vita e prosperato forme di cui nessuno (se non chi fa studi linguistici) riconosce più l’origine scorretta. Si può ricordare per esempio il comunissimo sostantivo acne, che secondo l’etimologia dovrebbe essere acme (su acme cfr. la scheda di Kevin De Vecchis). Il greco akmé è stato trascritto erroneamente akné in un libro di medicina del VI secolo, e in una traduzione latina di quest’ultimo (realizzata nel XVI secolo) è stato poi reso come acnae; infine è “passato di qui in tutte le lingue europee (ad eccezione del gr[eco] mod[erno]” (DELI).

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