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Incontri e tornate | OPEN ACCESS SOTTOPOSTO A PEER REVIEW Ripensando alla "mia" Italia e alla "mia" Grecia: riflessioni di un glottologoEmanuele BanfiPUBBLICATO IL 31 ottobre 2025
Η απονομή ενός τιμητικού πτυχίου – και χάρι μόνο στη γενναιοδωρία συναδέλφων και ακαδημαϊκών αρχών που έχουν δώσει προσοχή στο επιστημονικό έργο ενός “υποψηφίου” στον οποίο απονέμεται αυτή η τιμή – έρχεται στο αποκορύφωμα της καριέρας ενός ακαδημαϊκού. Και είναι αυτονόητο, λοιπόν, ότι στις ακαδημαϊκές αρχές του ΕΚΠΑ – στον Πρύτανη Καθ. Γεράσιμο Σιάσο, στην Αντιπρύτανη Καθ. Σοφία Παπαϊωάννου – και στους ευγενικούς συναδέλφους του Τμήματος Ιταλικής Γλώσσας και Φιλολογίας – στην Καθ. Γιαννούλα Γιαννουλοπούλου, στους Καθηγητές Ιωάννη Τσόλκα και Δημήτριο Δρόσο και, ειδικότερα, στην Καθ. Domenica Minniti Γκώνιας, Διευθύντρια Εργαστηρίου Γλώσσας, Μετάφρασης και Μελέτης των σχέσεων μεταξύ ιταλικής και ελληνικής γλώσσας – εκφράζω τώρα την βαθύτατη ευγνωμοσύνη και εκτίμησή μου.
Il conferimento di una laurea h.c.* giunge – e grazie soltanto alla generosità di colleghi e di autorità accademiche di Atenei che abbiano prestato attenzione all’attività scientifica di un ‘candidato’ cui tale onorificenza è data – al momento conclusivo della carriera di uno studioso. E va da sé, quindi, che alle autorità accademiche dello EKΠA – al Rettore Prof. Gerasimos Siasos, alla Prorettrice Prof.ssa Sophia Papaioannou – e ai gentili colleghi del prestigioso Τμήμα Ιταλικής Γλώσσας και Φιλολογίας – alla Prof. Giannoula Giannoulopoulou, ai Professori Ioannis Tsolkas e Dimitrios Drosos e, in particolare, alla Prof.ssa Domenica Minniti Γκώνιας, Διευθύντρια Εργαστηρίου Γλώσσας, Μετάφρασης & Μελέτης των σχέσεων μεταξύ ιταλικής & ελληνικής γλώσσας – vanno i sentimenti delle mie più vive gratitudine e riconoscenza.
E oggi in questa occasione, quale "trepido neo-laureato" (con alle spalle una ormai lunga carriera… da studente "fuori corso"…), ritengo opportuno tenere, nella solennità dello EKΠA, non una "lezione ultima" (lezione che ho già svolta in concomitanza con la chiusura anagrafica della mia docenza universitaria) né, tanto meno, una ‘prolusione’ (‘quel’ discorso rituale che precede l’avvio di un ciclo di lezioni accademiche: cosa che, per me, non è più il caso); meglio mi pare ripiegare su una semplice (e simpaticamente forse irrituale) lectio brevis: su un intervento che possa valere, insomma, quale testimonianza diretta di quanto, poco o tanto, penso di avere dato agli studi cui ho dedicato gran parte della mia attività professionale: una sorta di ‘bilancio’ di ciò che ho anche e innanzitutto ricevuto, in termini di crescita (professionale e umana), dagli ambiti di ricerca che mi sono stati e che mi sono cari.
Mi soffermerò quindi su tre temi riguardanti la rete dei rapporti tra gli spazi storico-linguistici italiano e greco, inteso quest’ultimo quale componente essenziale del più ampio spazio sud-est-europeo: accennerò quindi, in primo luogo. a un capitolo della grecità linguistica vista in prospettiva sud-est-europea focalizzando l’attenzione sul confine linguistico tra grecità tarda/bizantina e latinità balcanica tra alto e basso medioevo; quindi dirò del ruolo linguistico-culturale di Venezia nelle terre del suo glorioso "Stato da mar" – nel quale tanta importanza ebbe lo spazio greco – tra l’anno 1000 (avvio del dominio veneziano sulla Dalmazia) e il 1797 (caduta della Repubblica di Venezia); e, infine, richiamerò il contributo dei fanarioti – greci costantinopolitani – quali ‘ambasciatori’ dell’italiano in ambiente balcanico e danubiano tra i secoli XVII e XIX.
Premetto che, da glottologo della antica scuola, vengo da classici studi glottologici, quindi dalla Indoeuropeistica; e però sono stato sempre ‘incuriosito’ dal funzionamento e dal ruolo storico di lingue tipologicamente diverse e appartenenti a contesti geolinguistici ‘altri’ rispetto al quadro ove è distribuito – dall’India gangetica e dal cuore dell’Asia centrale fino al fronte atlantico – il continuum delle lingue indeuropee. Ho osato, insomma, varcare i confini del ‘mio’ mondo indeuropeo per inoltrarmi, sempre con vivo e crescente interesse, in territori di lingue "altre": negli spazi di lingue semitiche, uralo-altaiche e, infine, in quelle formanti la cosiddetta "Sinosfera".
Ma gran parte della mia attività di ricerca ha riguardato la grecità linguistica: dopo una formazione liceale nella quale lo studio del greco classico e delle sue meraviglie era stato centrale, ho via via ampliato i miei interessi occupandomi di segmenti "altri" di quello straordinario "contenitore" di dati storico-linguistici e, più latamente socio-culturali, rappresentato dallo spazio linguistico greco inteso nella sua complessità: dalle prime testimonianze del miceneo (notoriamente coincidenti con le più antiche attestazioni del greco, che è di fatto la lingua europea di più antica documentazione) a quelle del greco moderno. Inizialmente, negli anni liceali, la grecità linguistica mi appariva cristallizzata nella evocazione del mondo greco classico: una sorta di fascinazione, idealizzata e idealizzante; un atteggiamento mentale non molto diverso da quello che era proprio della sensibilità dei "filelleni" europei dei primi decenni dell’Ottocento: quello di un François René de Chateaubriand (1768-1848) o di un George Gordon Byron (1788-1824, per intenderci). Questo era, del resto, l’orizzonte entro il quale i miei insegnanti liceali si muovevano, questa la visione della grecità linguistica da loro mediata: sì che poco o nulla i loro studenti – quorum unus ego – sapevano delle fasi successive alla grecità ellenistico-romana; poco o nulla della grecità bizantina-romeica e delle sue successive vicende, fino all’età moderna e contemporanea.
La complessità del quadro linguistico greco mi apparve tuttavia – in tutte le sue articolate dinamiche – negli anni universitari e promotore dell’apertura a un modo nuovo di considerare tale spazio linguistico-culturale è stato il mio grande maestro, Vittore Pisani – glottologo illustre dell’Ateneo Milanese – il quale, quando gli chiesi un argomento per la tesi di laurea, mi propose di occuparmi del confine linguistico-culturale – tutto alto-medievale e tutto balcanico – rappresentato dalla Eγνατία Οδός: continuazione in area balcanica dell’italica Via Appia, la Eγνατία Οδός, tracciata già nel sec. II a.C. e rafforzata poi dal sec. IV, in piena età costantiniana, da una rete di coloniae distribuite tra l’Adriatico e il Bosforo, divenne il tramite più rapido tra Roma e Costantinopoli quando, nel 330, l’imperatore Costantino (Flavius Valerius Aurelius Constantinus, nato nel 274 a Naissus: un macedone, quindi, un uomo dei Balcani) fondò Costantinopoli, sul luogo dell’antica Bisanzio, e destinata a diventare capitale prima della parte orientale dell’Impero romano e quindi, e fino al 1453, di quello bizantino-romeico.
E quel cruciale tracciato viario solcante l’area meridionale dei Balcani (muovendo dalle illiriche città di Dyrrachium e Apollonia) vide il formarsi di significative teste di ponte per il processo di (parziale) latinizzazione e poi di (parziale) romanizzazione del Sud Est europeo: i territori circostanti l’area della ᾽Eγνατία ‘Οδός costituirono infatti, insieme all’area adriatico-dalmatica e al limes danubiano, tessere essenziali del complesso mosaico della latinità orientale: matrice del diasistema balcano-romanzo continuante nel (quadripartito) diasistema dei parlari romeni (danubiani, istriani, aromeni, meglenoromeni), in quello del dalmatico (continuante nel dalmatico veglioto e nel dalmatico raguseo) e, infine, in quello dei parlari proto-romanzi sviluppatisi appunto lungo tale via e cui si deve il consistente elemento latino/proto-romanzo caratterizzante il quadro linguistico albanese e parte dell’elemento lessicale di origine latina attestato nei dialetti neogreci settentrionali.
Dopo la laurea ho avuto poi la fortuna – quale ricercatore del Centro Nazionale delle Ricerche/CNR presso il glorioso Istituto di Studi Bizantini e Neoellenici di Palermo – di interagire con Bruno Lavagnini, altro maestro fondamentale nel mio processo formativo: in una Palermo che accoglieva generosamente – tra il 1967 e il 1974 – intellettuali greci (tra i quali ricordo in modo particolare il grande poeta Nikiforos Vrettakos) fuggenti la dura repressione fascista della Επταετία. Con Bruno Lavagnini e sotto la sua guida ho collaborato alla redazione del Dizionario Greco moderno-Italiano (pubblicato a Roma nel 1993 per i tipi del Gruppo Editoriale Internazionale) e a questa esperienza devo la decisa apertura di interessi verso la grecità bizantina e moderna.
In quel contesto, culturalmente vivacissimo, cominciai a occuparmi del rapporto tra il mondo bizantino-romeico – ben radicato anche in vaste aree dell’Italia meridionale e nella Sicilia bizantina e formante anzi un vero e proprio continuum territoriale – e lo spazio balcanico entro il quale, venuta meno (con l’abbandono della Dacia da parte di Aureliano, tra il 271 e il 273) la linea di difesa settentrionale rappresentata dal limes danubiano, si insediarono via via, a partire dal sec. VI e fino al sec. IX, significativi contingenti di genti indeuropee provenienti dalle pianure asiatiche occidentali e definite dalle fonti latine e bizantine genericamente come Sclavini / Σκλαβηνοί. E dal rapporto tra quei recenti immigrati – i futuri slavi meridionali (croati, sloveni, serbi, macedoni) ma anche proto-turchi (bulgari) – orientati verso i modelli dell’Impero romano d’Oriente irradiantisi da Costantinopoli (città fortemente bilingue greco-latina almeno fino al sec. VII) e da quelli di matrice religiosa, parimenti irradiantisi dal Cristianesimo ortodosso costantinopolitano, si andò formando una speciale simbiosi culturale caratterizzata da forte e decisa impronta bizantina: la base di quell’originalissimo diasistema balcanico entro il quale il greco ha singolarmente contribuito formando quei tratti linguistici, non solo morfologicamente e sintatticamente comuni, ma anche culturalmente comuni, sottesi alla cosiddetta ‘Lega linguistica balcanica’: tale simbiosi linguistico-culturale interessa, come è noto, buona parte delle lingue balcaniche slavo-meridionali (serbo, macedone, bulgaro) unitamente all’albanese (erede del sostrato illirico) e allo spazio romanzo danubiano ove, il greco bizantino e il greco ecclesiastico veicolante il Cristianesimo ortodosso – quest’ultimo grazie all’azione cirillo-metodiana – si riflettono sia nel tessuto linguistico del paleo-slavo (o antico slavo ecclesiastico, o antico bulgaro) che nei modelli architettonici delle chiese ortodosse orientati verso i severi exempla bizantini e – potenti veicoli di omogeneizzazione linguistica e culturale – colleganti il mondo slavo meridionale e balcano-romanzo danubiano con lo spazio slavo-orientale (ucraino, russo, bielorusso).
E però, a questo proposito, si dà una circostanza, a mio vedere del tutto particolare, e cioè il fatto che da tale simbiosi linguistico-culturale, mediata dalla forza "regolatrice" delle istituzioni bizantine e da quella del greco bizantino-romeico, non sono sorte lingue "greco-slave": nell’ambiente bizantino-balcanico il greco non ha determinato la formazione di spazi linguistici definibili come "greco-slavi" sì che le lingue slave meridionali, pur sensibilmente influenzate dalla matrice linguistico-culturale bizantino-romeica, hanno comunque mantenuto – e saldamente – il loro statuto di lingue "altre" rispetto al greco. E ciò a differenza di quanto avveniva contemporaneamente nell’Occidente europeo ove nell’alto-medioevo proto-romanzo e proto-germanico, dall’incontro e dalla dialettica tra il latino – grande "lingua-tetto" amministrativa e lingua del Cristianesimo romano (e poi romano-germanico) – e i diversi parlari locali, sorsero sia i primi nuclei di quelle che diverranno le future lingue neo-latine/romanze, presto distanziantisi rispetto al latino; e sia le future lingue germaniche, caratterizzate singolarmente da significativi elementi di tradizione latina e proto-romanza.
Quanto poi alle relazioni tra gli spazi italo-romanzo e greco-balcanico – nella transizione tra alto e basso medioevo – specialissimi furono i ruoli di Ravenna, della Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Ancona, Senigallia, Fano: città episcopali assoggettate all’Esarcato ravennate) e soprattutto di Venezia: città quest’ultima apertamente bizantina e destinata a proiettarsi, e già dai primi secoli del basso medioevo, oltre l’Adriatico verso gli ambienti ionico, egeo, mediterraneo orientale e, oltre il Bosforo, verso il mar Nero e in tal caso in forte dialettica con Genova e con il composito ambiente dei φράγκοι, degli occidentali (catalani, provenzali, francesi).
Venezia, capitale del suo già menzionato ‘Stato da mar’, motore di una civiltà fiorita nel Mediterraneo orientale per oltre quattro secoli – dal XIII al XVIII – lungo la rotta tra le isole della sua Laguna e Creta e Cipro e destinata appunto ad avere un ruolo determinante per Creta/Candia (eretta a ‘Ducato di Candia’ e isola veneziana dal 1212 al 1669). Quell’isola che fu sede di una scuola pittorica – quella cretese – che per quattro secoli fece da ponte tra Oriente bizantino e Occidente latino e il cui massino rappresentante fu Dominikos Theotokopoulos (Candia 1541-Toledo 1614): a Venezia egli interagì quasi certamente intorno al 1567 con il genio ottuagenario di Tiziano e con le audacissime innovazioni di Tintoretto; e poi fu pure a Roma, intorno al 1570, ove fu folgorato dagli affreschi di Michelangelo alla Sistina; e quindi fu in Spagna, a Toledo, dove morì nel 1614, e dove – pur segnato da una straordinaria, rapida e certamente non lineare metamorfosi artistica, assunse lo pseudonimo di "El Greco", mai rinnegando così la sua Candia e la sua radice greco-bizantina. Quella stessa Candia che espresse, nella stessa temperie culturale, un altro suo figlio: quel greco-cretese/veneziano Vitsentzos Kornaros [1553-1613/1614], l’autore dell’Eρωτόκριτος, poema cavalleresco che è punto di felice fusione tra modelli stilistici medievali occidentali ed elementi della tradizione popolare neogreca: quel Kornaros che Adamantios Korais (1748-1833) definì senz’altro “l’Omero della letteratura in greco volgare”, giudicandone tuttavia l’opera, dal punto di vista linguistico “un aborto (εξάμβλωμα)” sì da giustificarne una traduzione in una varietà di greco di matrice puristica utilizzante “την νυν καθομιλουμένην ανθηράν και γλυκυτάτην φράσιν των του ημετέρου γένους πεπαιδευμένων Γραικών” da parte di Dionysios Photeinos (1769-1821), un intellettuale della classe colta della "Grecità danubiana" che la pubblicò a Vienna nel 1818.
Venezia fu signora del Mediterraneo orientale e dell’Egeo e fu presente con importanti insediamenti anche nella Grecia continentale (nel Peloponneso e in Eubea) e nell’Eptaneso ionico. Corfù, militarmente occupata una prima volta dai veneziani nel 1204, fu da Venezia definitivamente conquistata nel 1386; Cerigo divenne veneziana nel 1363; Zante nel 1484, Cefalonia nel 1500, Leucade nel 1684. Indicativo e paradigmatico è il caso di Corfù, la cui composizione sociale vide presto la presenza di molti italiani (veneziani, soprattutto: e a Corfù del resto ricorrono ancora cognomi veneziani quali Dandolo, Contarini, Foscarini, Gentilini) e anche di molti ebrei provenienti perlopiù da centri dell’Italia centro-meridionale. Si sa che a Corfù, accanto al locale dialetto greco-romeico, erano strumenti di comunicazione d’uso corrente il veneziano e l’italiano (in forma prevalentemente venetizzata): essi divennero anzi ‘le’ lingue della nobiltà e della borghesia eptanesica tendenzialmente plurilingue, quel segmento sociale che considererà a lungo la varietà dialettale romeica dell’Eptaneso quale strumento secondario; quel segmento sociale che voleva distinguersi dal popolo proprio perché sapeva (e voleva) parlare anche veneziano. Quel segmento sociale che, dopo la caduta dell’Impero romano d’Oriente e la presa di Costantinopoli da parte dei turchi (1453), guarderà a Venezia come alla "sua" capitale: ponte verso l’Europa e i suoi fermenti e come via di fuga contro la minaccia turco-ottomana. Non sono stati ancora pubblicati tutti i documenti relativi al quadro storico dell’Eptaneso: gran parte del materiale giace negli archivi di Venezia e in quelli delle isole, e massimamente in quelli corfioti. Ciò di cui si dispone si riferisce a testi legislativi e a registri notarili della cancelleria redatti in una "lingua cancelleresca", un veneziano illustre. Si sa però che, verso la fine del secolo XVIII, la lingua del diritto era esclusivamente l’italiano, strumento comunicativo del resto più naturale per i giuristi locali che si formavano in università italiane; e in italiano saranno anche le Costituzioni redatte e proposte dai Paesi ‘protettori’ delle Isole ionie (Francia, Russia, Gran Bretagna) dopo il 1797 e fino al 1863, e cioè dalla caduta della Repubblica di Venezia al momento della riunificazione dell’Eptaneso con il Βασιλείον της Ελλάδος.
Ma quale italiano si parlava nell’Eptaneso? Interessanti, a questo proposito e tra le altre, le testimonianze di suoi due illustri, autorevoli figli: Ugo Foscolo (1778-1827) e Dionysios Solomos (1798-1857): Niccolò Foscolo, appartenente a una famiglia veneto-cretese emigrata da Creta prima a Corfù e infine a Zacinto, muterà il nome da Niccolò in Ugo e Zacinto fu sempre per lui oggetto di costante nostalgia (“le sacre sponde… Zacinto mia…”). Il Foscolo rivendicherà sempre l’appartenenza a due patrie, l’Italia e la Grecia e, in una lettera datata 22 aprile 1797 inviata a Vittorio Alfieri, si autopresentava come “un giovane nato in Grecia ed educato fra Dalmati, ma sempre italiano e greco”. Il richiamo alla Dalmazia è legato a Spalato dove suo padre, Andrea Foscolo, era dal 1784 medico dell’”Ospital Militare” e dove il giovane Niccolò Ugo frequentò – in modo turbolento – la scuola presso il Seminario arcivescovile. Dopo la morte del padre, nel 1793, il giovane Foscolo lasciò Spalato e giunse a Venezia insieme ai suoi due fratelli, Giovanni e Costantino Giulio, alla sorella Rubina e alla madre, Diamantina Spathis: ma il giovane Niccolò conosceva sostanzialmente poco l’italiano, lingua appresa dai libri, essendo le "sue" vere lingue il dialetto zantiota e il veneziano (quest’ultimo, probabilmente, parlato in modo approssimativo) ereditato dalla famiglia paterna quale lingua delle classi agiate dei greci dell’Eptaneso. In poco tempo, grazie anche all’aiuto di Melchiorre Cesarotti (1730-1808), il giovane Foscolo giunse notoriamente a dominare l’italiano letterario sì da scrivere e a fare rappresentare nel gennaio del 1797, al veneziano Teatro Sant’Angelo, il Tieste, tragedia di impianto alfieriano, dedicata appunto al grande astigiano. E però a Melchiorre Cesarotti, in una lettera inviatagli il 3 ottobre 1795 e in cui l’italiano si alterna con il greco, il giovane Foscolo confessava: “Udrò da voi i precetti di una lingua che con gran fatica ho studiato, e che al presente τραυλίζω (scil. balbetto)”; e il suo apprendistato dell’italiano avvenne a Venezia, città notoriamente trilingue, dove nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi si parlava di tutto e dove la conversazione avveniva normalmente in italiano o in francese: e si sa che la stessa Teotochi Albrizzi preferiva il francese all’italiano. Diversa la situazione di Dionysios Solomos (1798-1857), anch’egli zantiota di nascita e poi corfiota, poeta-vate della Grecia indipendente dal giogo ottomano: anch’egli di formazione italiana (tra Cremona e Pavia), usava quali lingue letterarie l’italiano e, seppur limitatamente nelle sue prime prove poetiche, anche il latino e ciò poiché non riusciva a trovare, all’interno del quadro linguistico della Grecia del suo tempo, una varietà linguistica neogreca che potesse valere quale saldo punto di riferimento. Si sa anzi che egli stesso traduceva in neogreco – e non senza difficoltà, mancando appunto allora una condivisa norma linguistica – i propri componimenti pensati e scritti in italiano: i primi versi del suo celebre Inno alla libertà (Σε γνωρίζω από την κόψη / τού σπαθιού την τρομερή / σε γνωρίζω από την ὄψη / πού με βία μετράει τη γή) echeggiano del resto stilemi della poesia civile manzoniana. Anche il Solomos era bilingue, ma, a differenza del Foscolo, l’italiano gli era certamente meglio radicato che il neogreco; e a riprova del maggior peso che aveva l’italiano nel suo repertorio linguistico, sta il fatto che, mentre i suoi componimenti poetici in neogreco sono prevalentemente traduzioni di testi pensati e scritti in italiano, il suo carteggio è unicamente in italiano. Altre testimonianze relative al quadro plurilingue dell’Eptaneso ionico ci vengono anche da ulteriori, preziose e autorevoli fonti: da Mario Pieri (1776-1852), da Andreas Mustoxidis (1785-1860), da Andreas Kalvos (1792-1869) e, infine, da Niccolò Tommaseo (1802-1874).
Un capitolo a parte dei rapporti tra spazio italo-romanzo e quelli greco e balcanico è rappresentato dal ruolo dell’italiano – e dai contatti con la cultura italiana – caratterizzante l’ambiente dei fanarioti costantinopolitani: nella greca Costantinopoli e nella turco-ottomana Istanbul, luogo privilegiato di incontro per genti di lingue e di culture diverse e città di diplomatici e di dragomanni, l’italiano e altre varietà italo-romanze – veneziano e genovese, soprattutto – al pari di altre lingue europee, e massimamente del francese, erano di ampia circolazione nel momento del massimo splendore della città e cioè tra i secoli XVI e XVIII. E da quella città dalle molte lingue, intellettuali fanarioti – segmento socialmente alto della comunità greca concentrata nel quartiere istanbuliota del Fanar – aristocratici, colti e poliglotti contribuirono a diffondere novità e fermenti culturali provenienti dall’Europa occidentale e, più in particolare, dall’Italia e dalla Francia tra le élites romeiche e romene dei Principati danubiani, nel corso soprattutto del sec. XVIII e nei primi decenni del sec. XIX: in quelle terre ove essi erano stati inviati – e già a partire dal sec. XVII – quali amministratori della Sublime Porta. Quanto più specificatamente all’italiano, si ha a che fare con un capitolo interessante delle fortune di una lingua che era presente dal medioevo sulle rive del Bosforo, portata dalle comunità italiane (veneziane e genovesi, soprattutto) reggenti importanti traffici commerciali tra Asia ed Europa. Un capitolo che permette di cogliere un percorso della lingua italiana che, proprio dal Bosforo, è giunta poi ai margini dell’Europa balcanico-danubiana in un intreccio di relazioni in cui agirono da grandi protagoniste anche le élites culturali dell’Europa asburgica ove, come è noto, l’italiano – quale grande lingua di cultura – era da secoli radicata come mostrato da Gianfranco Folena e da Francesco Bruni in ben noti lavori di sintesi magistrale.
Attenzione particolare meritano, a questo proposito, le traduzioni in neogreco di melodrammi italiani secondo una tecnica traduttoria che prevedeva un uso esteso della prosa intrammezzata dalla resa in versi di arie (μονωδίαι) e intermezzi corali (χορωδίαι). Centrale, a questo proposito, è la figura di Georgios N. Soutsos (1760-1818), detto Ο Δραγουμανάκης (figlio di Nikolaos Soutsos, grande dragomanno alla Porta): egli tradusse in neogreco di Pietro Metastasio (1698-1782) l’Achille in Sciro 1736 / Αχιλλεύς εν Σκύρῳ, il Demofonte 1733 / Δημοφόντης, l’Artaserse 1730 / Αρταξέρξης, l’Adriano in Siria 1732 / Αδριανός εν Συρίᾳ, il Demetrio 1731 / Δημήτριος, La clemenza di Tito 1734 / Η ευσπλαχνία του Τίτου, il Siroe / Σίροης, il Catone in Utica 1728 / Κάτων εν Ιτύκῃ. Sempre a Georgios N. Soutsos si deve la traduzione in neogreco di un dramma giocoso di Carlo Goldoni rappresentato nel 1750 al Teatro San Moisé di Venezia: La patria dei folli / Η πατρίδα των τρελλών; e, ancora, a lui si deve una Satira, composta in versi assai probabilmente nel 1785 e tràdita dal ms. 50 della Biblioteca del Museo Benakis. Il testo è interessante in quanto appare stilisticamente prossimo ai modelli metastasiani anche nella resa delle rime baciate. Tra gli anni Cinquanta del sec. XVIII e i primi decenni del sec. XIX furono quindi tradotti in neogreco e sulle rive del Bosforo – e poi ‘esportati’ anche nei Principati Danubiani – testi di autori francesi e italiani: traduzioni di Voltaire e di Alfieri, vettori di una nuova ideologia politica, antitirannica e elogiante il dispotismo illuminato: Gregorios Serouios (Kea 1783-Syros 1849) tradusse La morte de César di Voltaire (a. 1819); Mihail Hristaris (Ioannina1773-Atene 1851) il Brutus e l’Agathocle (a. 1820) di Voltaire, nonché l’Oreste (a. 1819), il Filippo II (a. 1820) di Vittorio Alfieri e l’Aristodemo di Vincenzo Monti. Frequenti anche le imitazioni del teatro volteriano e alfieriano: Iakobos Neroulos Rizos (Costantinopoli 1778-1849) scrisse una Ασπασία (rappresentata una prima volta nel 1813 e poi ripresa nel 1819) e una Πολυξένη (nel 1814 e rappresentata nel 1820); ad Athanasios Christopoulos (Kastoria 1772-Bucarest 1847) si deve La morte di Patrocolo (rappresentata nel 1819); Nikolaos Pikkolos (Turnovo 1792-Parigi 1866) compose La morte di Filottete e il Demostene. Ioannis Zambelios (Leucade 1787-Kerkyra 1856), eptanesio, nativo di Leucade, scrisse il Timoleone, imitazione dell’omonima tragedia alfieriana. Alla stessa temperie culturale appartiene infine il Dictionarul trilingue greco-francese-italiano di Alexandros Mavrokordatos Firaris (Costantinopoli 1754-Mosca 1819) – Φιραρής < turco-ottomano فراری, firārī 'il fuggiasco’ – cui collaborarono ben più di trenta redattori, molti dei quali boiari e allievi dell’Accademia fondata dallo stesso Mavrokordatos Firaris. In tale contesto svolsero di nuovo un ruolo fondamentale intellettuali fanarioti, fondatori e animatori di scuole aperte a influssi occidentali.
Quanto ho mostrato altro non è se non un modesto assaggio di piste di ricerca relative al ruolo del mondo neogreco, soprattutto fanariota, quale tramite per le fortune dell’italiano irradiantesi dal Bosforo in area danubiana con particolare riferimento allo spazio temporale che vide la preparazione del glorioso 1821, prodromico alla formazione del primo regno di Grecia (1832), alla scelta di Atene (1834) quale nuova capitale del risorto Stato nazionale e alla circolazione di fermenti culturali di matrice occidentale che, per il tramite dei fanarioti, giunsero anche in area danubiana.
Έτσι ολοκληρώνω αυτή τη σύντομη διάλεξη, η οποία θα πρέπει να γίνει κατανοητή με δύο τρόπους: ως μία ζωντανή μαρτυρία του πολιτισμικού και συναισθηματικού μου χρέους απέναντι στην γλωσσική ελληνικότητα και τη σχέση της με τον ιστορικογλωσσικό χώρο της Ιταλίας· και, εξίσου, ως μαρτυρία του γεγονότος ότι η καρδιά και το μυαλό μου, από την εφηβεία μου μέχρι σήμερα, ήταν – και είναι – σαν να “χωρίστηκαν στα δύο”…ανάμεσα στην “δική μου” Ιταλία και την “δική μου” Ελλάδα.
Concludo così questa mia lectio brevis, che va duplicemente intesa: quale viva testimonianza del mio debito, culturale e affettivo, nei confronti della grecità linguistica e dei suoi rapporti con lo spazio storico-linguistico italiano; e, parimenti, quale testimonianza che il mio cuore e la mia mente, a partire dagli anni della mia adolescenza e fino ad oggi, sono stati – e sono – come ‘dimidiati’ … tra la ‘mia’ Italia e la ‘mia’ Grecia. * Il testo ripropone la lectio brevis che ho tenuta ad Atene, il 16 ottobre 2025, in occasione del conferimento della Laurea h.c. da parte dell’Università Nazionale e Kapodistriaca di Atene / Εθνικό και Καποδιστριακό Πανεπιστήμιο Αθηνών (EKΠA). Segnalo che, a proposito delle forme greche, ho seguito – anche nel caso di quelle proprie del greco classico e postclassico (bizantino, medievale e katharevousiàno) – il sistema di accentazione monotonico (μονοτονικό σύστημα) adottato ufficialmente in Grecia dal 1982.
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