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Consulenza linguistica | OPEN ACCESS SOTTOPOSTO A PEER REVIEW Il fungo ovolo o ovulo?Miriam Di CarloPUBBLICATO IL 20 maggio 2026
Quesito: Abbiamo ricevuto alcune domande riguardanti la corretta denominazione popolare del fungo Amanita caesarea, che a volte viene chiamato ovolo altre volte ovulo. Il fungo ovolo o ovulo?Il fungo della specie Imenomiceti del genere Amanita (dal gr. ἀμανíτης - amanìte, fungo del monte Àmano, gr. ῎Αμανος - Àmanos), della famiglia delle Agaricacee (cfr. GDLI e Vocabolario Treccani online), è registrato dalla maggior parte dei dizionari come òvolo, attestato in passato pure con il dittongo (uòvolo), anche nella polirematica ovolo buono, per distinguerlo dal fungo velenoso dello stesso genere (Amanita muscaria), chiamato popolarmente ovolo malefico, ovolo moscario o ovolaccio. La parola ovolo deriva dal latino ovulum diminutivo di ovum ‘uovo’, in virtù della sua somiglianza con l’uovo. Sempre con ovolo in italiano ci si può riferire, genericamente, a qualsiasi oggetto di forma ovoidale (cfr. GRADIT), e specificamente, per restare in botanica, anche a una protuberanza tondeggiante (sempre della forma di un uovo) presente nel pedale o sul tronco dell’olivo destinato alla riproduzione vegetativa nonché, nel campo dell’architettura, a un “ornato di modanature aggettanti, consistenti in una serie di elementi ovoidali accompagnati da motivi semi-lunati concentrici, alternati ad altri a forma di dardo” (Devoto-Oli online); in passato aveva anche altri significati che attualmente risultano desueti (cfr. GDLI, s.v. ovolo). I dubbi dei nostri lettori sono senz’altro leciti visto che troviamo in rete molte occorrenze in cui il fungo Amanita caesarea viene chiamato ovulo anziché ovolo; riportiamo tre attestazioni tratte dai quotidiani, una delle quali “più datata”: Cinquanta amanite falloidi sono state trovate in una partita di funghi provenienti dalla Jugoslavia. Le amanite erano allo stato di ovulo e assai difficilmente riconoscibili dagli ovuli commestibili (amanita caesarea), i funghi più pregiati e più amati dai buongustai. [...] Allo stato primordiale, come il caso delle cinquanta della partita jugoslava, l’amanita può essere facilmente confusa con l’ovulo buono. (Il veleno fra gli ovuli, “Corriere della Sera”, sez. Informazione Milano, 13/9/1975, p. 8) La stagione in corso è ottima per i porcini (la specie di Boleto più raccolta e gettonata) e per l’Amanita cesarea, l’ovulo buono dalle lamelle gialle, apprezzato anche crudo in insalata (ma attenzione a non confonderlo con l’insidiosa Amanita muscaria, quella dai puntini bianchi, o con la mortale phalloides). (Paola Scola, L’estate magica di colombine, porcini e amanite, lastampa.it, 22/8/2019) [occhiello] Ripartita la caccia ad ovuli e porcini nei boschi in seguito alle precipitazioni degli ultimi giorni. [testo] Pioggia e caldo: tornano i funghi. [...] “Ora le prime piogge sono arrivate, ma servono fra i dieci e i quindici giorni prima che i funghi che amiamo raccogliere, soprattutto le amanite come gli ovuli e boleti come porcini, siano cresciuti”, spiega Monica Fonck, biologa, micologa e curatrice dell’orto botanico dell’università della Tuscia, a Viterbo. (Elena Dusi, Il ritorno dei funghi dopo la siccità: “Pioggia e caldo sono l’ideale, dieci giorni e spuntano” , repubblica.it, sez. Cronaca, 20/8/2022) I dubbi sono giustificati anche dal fatto che con il sostantivo ovulo, in italiano, ci si riferisce, in primo luogo, al gamete femminile, ossia l’ovocita rilasciato dall’ovaia (per tutti gli altri significati, si legga il Devoto-Oli, che inserisce anche l’accezione, non registrata nel GDLI e nel GRADIT, di “capsula di forma ovulare contenente sostanze stupefacenti che si introduce temporaneamente nell’organismo allo scopo di superare i controlli di polizia”, che risulta avere molte attestazioni sui quotidiani). Confrontando i vari dizionari etimologici nonché le varie ricostruzioni proposte nei vocabolari italiani, sappiamo che ovolo, riferito al fungo, è documentato a partire dalla prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), nella forma dittongata uòvolo, come “Spezie di fungo, che ha gran similitudine con l’uovo”, e con questa definizione (e in questa forma) è stato registrato nelle edizioni successive nonché nel Tommaseo-Bellini, nel quale l’associazione metaforica viene instaurata con il solo tuorlo dell’uovo. Considerando la presenza nelle varie edizioni del Vocabolario della Crusca e la diffusione del termine ovolo, con questa accezione, in gran parte della Toscana (assieme ai tipi lessicali còcco, voce onomatopeica che riprende il verso della gallina quando fa l’uovo, e tόrlo ‘tuorlo’, cfr. ALT-web l’Atlante Lessicale Toscano in rete), possiamo supporre che la parola abbia avuto origine in area centrale. Il problema riguarda la trafila etimologica, che viene ricondotta da alcuni dizionari (come il DELI) al latino tardo ovŭlu(m), diminutivo di ovu(m): la seconda -o- di ovolo, sarebbe dunque frutto del vocalismo atono del latino volgare, ossia del normale sviluppo delle vocali atone dal latino volgare al volgare toscano; altri dizionari, invece, come l’Etimologico, lo riconducono al latino scientifico ovulum, ma sembra preferibile pensare a uno sviluppo fonologico proprio del latino volgare, visto che la prima apparizione del termine in questo senso è la registrazione nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, con il dittongo tipico delle voci di tradizioni diretta (uòvolo è già documentato nel sec. XIV nel senso di ‘ispessimento del rizoma della canna palustre’; cfr. TLIO). Il sostantivo ovulo, invece, ha una storia più recente e tutti i dizionari sono concordi nel datarlo al XIX secolo: risulta essere, infatti, un cultismo, ossia una parola introdotta dal latino scientifico ovulum per via dotta per indicare la cellula riproduttiva vegetale e successivamente, quando sono stati scoperti ovaia e ovociti nelle donne, il gamete femminile (la scoperta, avvenuta nel 1827, si deve a Karl von Baer: cfr. le voci Embriologia, di Federico Raffaele et alii, e Karl von Baer, di Arturo Castiglioni, dell’Enciclopedia Treccani online). Come è avvenuto nella maggior parte delle parole entrate per via dotta, per ovulo non si è avuta una modifica dell’assetto fonetico (e grafico), che è stato mantenuto il più vicino possibile alla base latina, tranne per il morfema finale. Ci sono casi in cui con ovolo ci si riferisce all’ovocita? Sì, spesso le due parole vengono confuse e sovrapposte nei significati, proprio perché hanno una forte somiglianza fonetica, oltre che la stessa base etimologica: esistono esempi, in cui ovulo viene usato per indicare il fungo (lo stesso GDLI ne riporta uno di Eugenio Montale e uno di Italo Calvino), ed esistono esempi in cui con ovolo si indica il gamete femminile (si veda anche in questo caso il GDLI, che riporta come esempio più recente un passo di Riccardo Bacchelli). Ora, è vero che l’alternanza tra o e u in posizione protonica o postonica è tutt’altro che rara in italiano e che determini fenomeni di polimorfia (si pensi a coppie come ulivo/olivo o primula/primola, con le forme in u decisamente prevalenti), ma in questo caso si tratterebbe di due parole distinte, con due storie differenti, ossia si tratta di due allòtropi: ovolo è entrato in italiano, molto probabilmente per via popolare, ed è documentato, col dittongo almeno dal primo Seicento, mentre ovulo è penetrato in italiano per via dotta, nel XIX secolo.
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