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Consulenza linguistica | OPEN ACCESS SOTTOPOSTO A PEER REVIEW Il triplice esito della cappa grecaFranz RainerPUBBLICATO IL 18 maggio 2026
Quesito: Un lettore domanda quale sia la grafia corretta fra ceraunoparalisi, cheraunoparalisi e keraunoparalisi. Il triplice esito della cappa grecaUna delle cose belle delle domande che ricevo dal servizio di Consulenza è che anche in età avanzata imparo ancora parole nuove. La parola che è oggetto di dubbi ortografici da parte del lettore è una di queste e si riferisce a uno stato di debolezza passeggera delle membra causato da un fulmine, che può manifestarsi anche come vera e propria paralisi. Se chi legge non la conoscesse, non c’è ragione di vergognarsi: la parola non figura nel Nuovo De Mauro, né nel completissimo Oxford English Dictionary (OED), nella sua forma inglese. Il primo elemento del termine, quello che è alla radice dei dubbi ortografici, viene dal greco antico keraunós ‘fulmine’ e anche il secondo elemento, paralisi, è di origine greca, ma la parola composta non compare nell’autorevole dizionario del greco antico A Greek-English lexicon (Oxford, Clarendon Press, 1968) di Henry George Liddel e Robert Scott. Si tratta di una creazione del medico francese Jean-Martin Charcot (1825-1893), nella forma kerauno-paralysie (Leçons du mardi à la Salpêtrière [28 mai 1889], Paris, Bureaux du Progrès médical, E. Lecrosnier & Babé, tome II, 1889, p. 436: “ces paralysies des foudroyés [‘folgorati’] ou kerauno-paralysies” [sic, senza accento acuto sulla e]), termine poi adottato da altre lingue, come ted. Keraunoparalyse, ingl. keraunoparalysis, ecc. Il problema ortografico trova la sua radice nel fatto che l’italiano è poco coerente nella resa della cappa greca (κ, Κ), che nell’ortografia italiana appare in ben tre forme differenti: k, c e ch. Nella traslitterazione di parole greche la cappa si rende con k, κεραυνός ‘fulmine’ si traslittera dunque come keraunós. In altre lingue, come l’inglese o il tedesco, la cappa è usata regolarmente per rendere la cappa greca anche nell’ortografia ufficiale, come si desume dai termini citati sopra. Essendo la cappa una lettera piuttosto “esotica” dell’alfabeto italiano, l’adattamento ortografico è generalmente preferito dalle istanze normative. Così, il DELI, sotto le voci kaleidoscopio, keratoplastica, kerosene, kinematografo, kinesiterapia e kripton/krypton rimanda, rispettivamente, a caleidoscopio, cheratoplastica, cherosene, cinematografo, cinesiterapia e cripto. La cappa rimane però in alcune parole dell’area umanistica tratte direttamente dal greco antico, che si usano esclusivamente nella forma traslitterata: koilon, koinè, kore e kuros. Nella grafia keraunoparalisi, la cappa non si deve a una traslitterazione, dato che la parola non esisteva ancora nel greco antico, ma sarà dovuta all’influsso dell’inglese, lingua ormai universale della scienza medica. La c come resa della cappa greca è dovuta all’intermediazione del latino e, più recentemente, anche del francese. I romani rendevano la cappa greca con la lettera c, che si pronunciava [k] anche davanti a e e i (Cicero, come si sa, si pronunciava [ˈkikero], Chichero, non [ˈtʃitʃero]). Il greco kenotáphion ‘cenotafio’ diventava lat. cenotaphium, scritto anche cenotafium, gr. kypárissos ‘cipresso’ diventava lat. cupressus o cypressus, ecc. Anche il greco keraunós è passato al latino nella forma ceraunus, non per designare il fulmine ma come nome di una gemma che, secondo una fonte citata nel Thesaurus Linguae Latinae (ThLL), “repperitur ubi crebra fulmina cadunt et contra fulmina fertur opitulari, a quibus etiam nomen habet” (Scriptores rerum Mythicarum latini…[Bode, Cellis, Schulze, 1834] 3,8) [‘si trova dove spesso cadono i fulmini ed è detto aiutare contro i fulmini, donde il suo nome’]. Quando parole latine del genere sono state integrate nell’italiano scritto in epoca medievale sono state lette secondo le regole ortografiche dell’italiano, pronunciando la c davanti a e, i come [tʃ]. Questa tendenza è poi stata rafforzata ancora da prestiti dal francese di etimologia greca, come ceramica, che viene dal francese céramique, a sua volta tratto dall’aggettivo greco keramikós ‘fatto di terracotta’. Anche in questo caso la pronuncia italiana è una “spelling pronunciation”, basata cioè sull’ortografia italiana e non sulla pronuncia della lingua donante, dove la c iniziale si pronuncia come [s]: [seraˈmik]. Quando, come gentilmente mi segnala l’amico Claudio Iacobini, la nostra parola greca è usata per la prima volta in italiano per la creazione di un termine tecnico, concretamente ceraunografo ‘strumento per registrare le scariche elettriche dei fulmini’, il suo inventore, Giovanni Battista Beccaria (1716-1781) seguì questa tradizione già medievale dando la preferenza alla c con la concomitante pronuncia palatale: Giovanni Battista Beccaria, Di un ceraunografo e della cagione de’ tremuoti scritti due, Torino, Briolo 1780. [Cfr. anche Brenni 2020] Quindi è, che il fu Ch. Padre Beccaria, tanto benemerito della Fisica facoltà, e massime dell’Elettricismo, ha inventato un ordigno, che io con Esso dirò Ceraunografo, il quale allogato nella stanza di un osservatorio, dopo un temporale appresenti segnate, e descritte le porzioni de’ fulmini ad esso osservatorio scompartite, e tenga conto del loro numero, segni il tempo di ciascuno, lasci improntata la misura della forza loro, e ne mostri la direzione; cioè, se sia scoppiato dal nuvolo a terra, ovvero se scoccato abbia da terra al nuvolo. (Atanagio Cavalli, Lettere meteorologiche romane, Roma, Pagliarini 1785, tomo I, p. 37) In un’altra tradizione però, più recente, l’italiano segue la pronuncia della parola straniera e adatta a questa l’ortografia, come nel caso della cheratina. Il nome di questa sostanza è stato proposto dal chimico tedesco Johann Franz Simon (1807-1843) nella forma Keratin, s.n., sulla base di gr. kéras ‘corno’. La parola è stata adottata internazionalmente, ad esempio in francese come kératine (s.f., 1855, TLFi; 1853 in Google libri) e in italiano appunto come cheratina: Cheratina. - La cheratina è una sostanza organica che non viene attaccata da una soluzione debole di potassa, ciò che la distingue da tutte le altre sostanze organiche. Si trova nelle corna, nei capelli, nell'epidermide e nelle unghie. (“Annali universali di medicina”, CL, 1854, pp. 40-71: p. 55) È probabile che il francese sia servito da intermediario, dato che questa prima attestazione si trova nella traduzione di un passo tratto da un’opera francese del 1853, Traité de chimie anatomique, di Charles Robin e François Verdeil, ipotesi che spiega anche il passaggio dal genere neutro del tedesco al genere femminile in italiano, a imitazione del genere femminile del francese. La presenza di ch in parole italiane di origine greca può avere però anche un’altra origine. Il digramma ch serviva in latino, come nella traslitterazione del greco antico in italiano, a rendere la lettera Χ, χ dell’alfabeto greco, realizzata foneticamente come [ç] o [χ], come nelle parole tedesche ich e Bach. Il greco χηλή ‘unghia biforcuta, forbice’ diventa il latino chelae e poi l’italiano chele, pronunciato con [k] secondo le regole dell’ortografia italiana. Anche in questo caso alcune parole italiane sono state il risultato dell’intermediazione di una lingua moderna, come nel caso del francese kilo, che si ispira al greco chílioi ‘mille’. Qui si è preferito rendere il suono [k] del francese [kiˈlo] con il segno ortografico che in italiano corrisponde a [k] davanti a e, i, cioè ch: chilo. Stando così le cose, qual è il consiglio normativo che si può dare al lettore? Scarterei keraunoparalisi perché probabile anglicismo. Le altre due forme possono ambedue valersi di antecedenti nella tradizione della lingua italiana. Per amor di coerenza con ceraunografo, parola ugualmente rara ma anch’essa registrata nel Nuovo De Mauro, darei la preferenza a ceraunoparalisi, anche se l’uso del piccolo mondo dove circola il termine sembra aver una chiara preferenza per la variante con ch, imitata dalla pronuncia del termine inglese (369 pagine secondo il motore di ricerca Google contro 3 soltanto per la variante con c). Rimane solo da augurare a ceraunoparalisi una ceràunica, cioè fulminea, diffusione in ambienti ippocratici. Nota bibliografica:
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