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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Su decimare

Alvise Andreose

PUBBLICATO IL 06 maggio 2026

Quesito:

Sono arrivate alla redazione diverse domande sul verbo decimare: alcune riguardano il significato, una ci sottopone un particolare uso del verbo (“le classi si decimano a causa dell’influenza stagionale”), altre vertono sull’accento delle forme coniugate.

Su decimare

Alcuni lettori ci chiedono quale sia il significato esatto di decimare. Per rispondere è anzitutto necessario chiarire un punto generale. Il valore semantico di una parola, in un determinato momento storico, coincide con le accezioni che essa assume nei diversi contesti d’uso. Il significato non è dunque qualcosa di fisso e immutabile, ma il risultato dell’impiego effettivo di un termine nella lingua. Nell’italiano di oggi decimare significa ‘falcidiare, ridurre fortemente di numero qualcosa’ e, per estensione, più in generale ‘ridurre sensibilmente qualcosa’. Questo è il suo valore corrente.

Diversa è la questione dell’origine della parola, di cui si occupa l’etimologia. Individuare l’etimo di un vocabolo non equivale infatti a determinarne il significato attuale, ma piuttosto a risalire alla voce di partenza, ricostruendone l’evoluzione fonetica e, eventualmente, lo sviluppo semantico che ha condotto alla forma e al valore odierni. Tutti i principali dizionari e lessici etimologici dell’italiano (DEI, DELI, LEI, l’Etimologico, Il grande dizionario etimologico di italiano, di Tullio De Mauro, Marco Mancini, Milano, Garzanti, 2000) riconducono decimare al latino dĕcĭmāre ‘punire con la decimazione’, voce attestata nelle fonti post-augustee. La dĕcĭmātio era una pena militare inflitta a reparti colpevoli di gravi mancanze: un soldato su dieci, scelto a sorte, veniva messo a morte. La pratica è documentata già nella prima età repubblicana; Tito Livio (Ab urbe condita, II, 59) ne offre una testimonianza significativa. Essa fu poi applicata, sia pure in forme diverse, da vari eserciti anche in epoche più recenti, almeno fino alla Prima guerra mondiale.

Il passaggio dal latino all’italiano di decimare avviene per via dotta: si tratta cioè di una forma ripresa direttamente dalle fonti latine – in termini tecnici, un latinismo o cultismo – che si diffonde nella lingua letteraria a partire dagli inizi del Cinquecento. La prima attestazione nota compare, non a caso, nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (1513-1519) di Niccolò Machiavelli: “Ma di tutte le altre execuzioni era terribile il decimare gli exerciti: dove a sorte, di tutto uno exercito, era morto di ogni dieci uno” (III, 49).

In uno dei messaggi ricevuti si richiama però un’etimologia alternativa, riportata nel dizionario di Ottorino Pianigiani (Vocabolario etimologico della lingua italiana, Roma/Milano, Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati, 1907), opera utile ma non sempre affidabile. In realtà Pianigiani non mette in dubbio la derivazione dell’italiano decimare dal corrispondente termine latino; discute piuttosto l’origine della forma latina dĕcĭmāre, appoggiandosi a una ricostruzione risalente a Marco Antonio Canini (1822-1891), patriota e poliglotta, autore, tra l’altro, di studi linguistici e comparativi. Secondo l’Etimologico dei vocaboli italiani di origine ellenica con raffronti ad altre lingue di Marco Antonio Canini (Torino, Unione Tipografico-editrice, 1865), dĕcĭmāre non deriverebbe da dĕcĭmus ‘decimo’ (a sua volta da dĕcem ‘dieci’), come sostiene la tradizione etimologica moderna, ma da una radice indoeuropea che esprimerebbe nozioni quali ‘ferire’, ‘dare la morte’ o anche ‘mordere’. In questa prospettiva, il verbo latino avrebbe il valore di ‘distruggere, uccidere’, in particolare di ‘uccidere per punizione’. Questa proposta, tuttavia, non ha trovato conferma nella linguistica storica scientifica, la quale collega in modo coerente dĕcĭmāre a dĕcĭmus e alla ben nota pratica romana di eliminare un soldato su dieci.

Decimarsi
Rispondiamo adesso alla lettrice che chiede se sia corretto dire: “le classi si decimano a causa dell’influenza stagionale”.
Nell’esempio proposto, il verbo decimare è impiegato nel senso di ‘calare drasticamente’, ‘ridursi fortemente di numero’ e, dal punto di vista sintattico, è costruito come verbo intransitivo pronominale, o intrinsecamente riflessivo. Questo impiego, tuttavia, non è registrato nella maggior parte dei principali dizionari dell’italiano contemporaneo, che documentano soltanto il valore transitivo di decimare, con il significato di ‘falcidiare, ridurre notevolmente di numero qualcosa’: per esempio, “la peste bovina decimò il bestiame”; “la popolazione fu decimata dal colera” ecc. Così attestano opere lessicografiche di grande respiro – il VOLIT Vocabolario della lingua italiana Treccani (diretto da Aldo Duro), il Vocabolario Treccani online e il Grande dizionario della lingua italiana moderna Garzanti (Garzanti 1998) – e autorevoli dizionari monovolume, come lo Zingarelli 2026, il Palazzi-Folena, il Sabatini-Coletti 2024, il Gabrielli (Hoepli), il dizionario Garzanti diretto da Pasquale Stoppelli e altri ancora. All’uso transitivo si collega anche quello riflessivo reciproco, come in I partiti si sono decimati a vicenda.

Si discostano da questa linea il GRADIT, diretto da Tullio De Mauro, che qualifica il verbo come di uso comune e il Nuovo Devoto-Oli online, i quali registrano decimarsi come pronominale intransitivo per ‘ridursi notevolmente di numero’ (es.: “negli ultimi anni la popolazione delle campagne si è decimata”, “la popolazione si decimò per le epidemie”). La prima attestazione è fatta risalire dal GRADIT al 1953, sebbene non si possa escludere un’origine leggermente anteriore. Il Grande dizionario della lingua italiana (GDLI), diretto dapprima da Salvatore Battaglia e poi da Giorgio Bàrberi Squarotti, che offre un’ampia documentazione degli usi lessicali dalle Origini alla seconda metà del Novecento, segnala infatti, accanto al valore transitivo, anche un esempio di impiego pronominale tratto da uno scritto di Carlo Cattaneo (Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli Israeliti, capo III, 1836): “S’inceppò la circolazione delle materie prime, decimandosi gravemente le entrate dei fondi; i proprietarj vennero forzati a pagare i romanzeschi tentativi, le profusioni, le vane promesse e l’imperizia dei fabbricatori”. Tale retrodatazione, tuttavia, resta incerta, in quanto il passo non risulta del tutto perspicuo.

Il comportamento divergente dei dizionari a proposito di decimarsi sembra dunque dipendere dal fatto che si tratta di una costruzione affermatasi relativamente tardi e non ancora stabilmente entrata nell’italiano standard. Ciò nonostante, una rapida ricerca in rete mostra che circolano frasi come “In poco tempo la popolazione si decima di almeno un terzo…”, oppure “Il suo reddito si è decimato rispetto a quello dichiarato nell’anno precedente”, ecc. È probabile che simili usi, con il tempo, si diffondano fino a consolidarsi anche nei registri più elevati; allo stato attuale, tuttavia, rimangono piuttosto marginali, benché non ignoti a parlanti con un livello medio-alto di istruzione. Per questa ragione, nei contesti sorvegliati o formali può essere opportuno evitare l’impiego di decimarsi.

Accento
Rispondiamo infine a coloro che chiedono se si debba dire dècimano o decìmano. La forma corretta è la prima, cioè quella con l’accento sulla prima sillaba. In italiano, la terza persona plurale del presente indicativo dei verbi della prima coniugazione (ossia dei verbi in -are) si forma aggiungendo la vocale tematica -a- e la desinenza -no alla radice tematica del presente. Prendiamo, per esempio, il verbo camminare:

io cammìno
tu cammìni
lui cammìna
noi camminiàmo
voi camminàte
loro cammìnano

Come si può osservare, alla prima, seconda e terza persona singolare e alla terza plurale l’accento della forma flessa (cammìno, cammìni, cammìna, cammìnano) rimane nello stesso punto della radice (cammìn-): l’aggiunta della desinenza ed, eventualmente, della vocale tematica (-o, -i, -a, -ano) non comporta dunque alcuno spostamento dell’accento. Diversa è invece la situazione della prima e seconda persona plurale, nelle quali l’accento cade sulla desinenza o sulla vocale tematica (rispettivamente -iàmo e -àte) e non sulla radice. Si possono citare altri esempi di terza persona plurale di verbi della prima coniugazione: arrìvano (radice tematica: arrìv-), diségnano (radice tematica: diségn‑), lavόrano (radice tematica: lavόr-), migliόrano (radice tematica: migliόr-), ecc.

Il dubbio può nascere – oltre che dalla relativa scarsa frequenza d’uso di decimare – dal fatto che, in italiano, la grande maggioranza dei vocaboli rientra in tre principali schemi accentuali. Il gruppo più numeroso è costituito dai termini con accento sulla penultima sillaba (detti piani o parossitoni); meno consistenti sono invece le serie delle voci con accento sull’ultima sillaba (tronche o ossitone) e di quelle con accento sulla terzultima (sdrucciole o proparossitone). Esiste tuttavia anche un ristretto numero di parole con accento sulla quartultima sillaba, dette bisdrucciole. Perlopiù si tratta di forme verbali costruite a partire da una radice tematica piana: quando a questa si aggiunge una terminazione bisillabica atona, come -ano, si ottiene una forma con accento sulla quartultima sillaba. Per esempio:

assìmilano (radice tematica: assìmil-)
càlcolano (radice tematica: càlcol-)
citòfonano (radice tematica: citòfon-)
edìficano (radice tematica: edìfic-)
esèrcitano (radice tematica: esèrcit-)
òperano (radice tematica: òper-)
όrdinano (radice tematica: όrdin-)
pèttinano (radice tematica: pèttin-)
prèdicano (radice tematica: prèdican-)
telèfonano (radice tematica: telèfon-)

Anche in questi verbi, l’aggiunta di -ano non modifica la posizione dell’accento, che rimane quella della radice tematica, come accade in camminare, arrivare, disegnare, lavorare, migliorare ecc.

La pronuncia corretta è dunque dècimano, non decìmano.




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