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Consulenza linguistica | OPEN ACCESS SOTTOPOSTO A PEER REVIEW Su profumo e derivatiMiriam Di CarloPUBBLICATO IL 13 aprile 2026
Quesito: In questa scheda cercheremo di rispondere ai numerosi lettori che hanno posto domande riguardanti la parola profumo e i suoi derivati. Su profumo e derivatiUn lettore dichiara di aver trovato difficoltà a ricostruire l’origine del termine profumo e ci chiede chiarimenti sulla sua storia. Rispondiamo subito che, almeno per ora, gli etimologisti non sono arrivati a una ricostruzione certa, ma solo a un’ipotesi plausibile. Dal confronto con le altre lingue neolatine, è evidente la comune base etimologica di tutti gli esiti romanzi: castigliano perfume, portoghese perfume, catalano perfum, francese parfum, rumeno parfum, italiano profumo (senza contare tutte le altre corrispondenze italo-romanze, cfr. FEW, s.v. fumus, t. III, p. 859b, n. 10). Ma questa base etimologica non appartiene al latino classico, il quale, per riferirsi a ‘buon odore’, aveva la parola fragrantia (cfr. la risposta di Raffaella Setti su fragrante) o sintagmi che associavano un aggettivo positivo al sostantivo odor (ad es. suavis odor). Per indicare, invece, il prodotto cosmetico che emana un buon odore (che in italiano viene detto profumo), il latino aveva unguentum (cioè ‘sostanza untuosa’), perché una delle sostanze usate per veicolare le molecole profumate era proprio l’olio di oliva o di mandorla (cfr. Giuseppe Squillace, Il profumo nel mondo antico, con la traduzione italiana del “Sugli odori” di Teofrasto, prefazione di Lorenzo Villoresi, nuova ediz. aggiornata, Firenze, Leo S. Olschki, 2020). Partendo dalle corrispondenze romanze, due sono le ipotesi proposte, le quali non si escludono a vicenda. La prima, facendo riferimento al latino volgare, riconduce la derivazione del sostantivo al verbo *perfumare ‘esalare, emettere odore’, da cui la forma ricostruita *perfumus, formato dal suffisso per- ‘attraverso’ (mantenuto in tutte le lingue romanze tranne in italiano, in cui è stato sostituito da a pro-) e fumus ‘fumo, odore’ (Giacomo Devoto, Avviamento all’etimologia italiana, Firenze, Le Monnier, 1967 e l’Etimologico). È possibile anche ipotizzare una derivazione inversa, ossia che da *perfumus si sia arrivati a *perfumare. La seconda ipotesi etimologica è quella proposta dal DEI, secondo cui la base sarebbe il verbo latino fūmigāre, da cui il settentrionale profumego, documentato nel veneziano accanto a profumegar, passato al toscano nella forma profumico, attestata in Piero da Reggio nel XIV secolo (cfr. anche perfumigio ‘suffumigio con sostanza odorosa’, registrato nel GDLI con attestazione in Ludovico Dolce, XVI sec.). In entrambe le ricostruzioni, comunque, si parte dalla base fumus con riferimento alla pratica di fare suffumigi con esalazioni profumate a scopo medicamentoso e terapeutico (cfr. anche il TLFi Trésor de la langue française informatisé, s.v. perfumer). Aggiungo una mia ipotesi a completamento delle ricostruzioni già proposte: il latino perfusus, participio passato del verbo perfundere ‘versare sopra, sparger sopra’ e anche ‘cospargere, imbevere’, può aver contribuito, per analogia fonologica di perfu-, alla formazione del termine in latino volgare, perché veniva spesso associato alle sostanze odorose (infatti già in Orazio leggiamo il sintagma liquidis odoribus perfusus ‘cosparso di profumo’). Nel GDLI, l’aggettivo antico e letterario perfuso è lemmatizzato con il significato di ‘bagnato, irrorato, asperso di un liquido’ e anche ‘cosparso di profumo’, con attestazioni risalenti al XIV sec. (per es. il volgarizzamento di S. Giovanni Crisòstomo). Dal corpus OVI si rileva che perfummo ha attestazioni di area centrale (senese) che risalgono al XIV secolo [1], epoca a cui risale anche il verbo perfumari, attestato in area siciliana [2]; il GDLI documenta che la variante settentrionale perfumo ha attestazioni contemporanee (o di poco anteriori) a quelle di profumo: le prime risalgono a Michele Savonarola (Padova, c. 1385-Ferrara, 1468) [3] e a Stefano Guazzo (Casale Monferrato, o Trino 1530-Pavia 1593) [4], e con il significato di ‘suffumigio’, a un Erbolario volgare del XVI sec. [5], il quale ha anche perfumare e perfumego: [1] Chi vuole aver gran numero d’amici / aggia in balia un che si chiama Nummo, / ma se tti fugge, distilla perfummo, / e’, senza offesa, ti si fan nemici. (Bindo Bonichi, Rime [a. 1338], a cura di Iacopo Ferrari e Pietro Bilancioni, Bologna, Romagnoli, 1867, p. 5003; cfr. edizione di lavoro per il corpus LirIO, a cura di Fabio Zinelli, son. 7, v. 3) [2] Pigla morroyo e fallu cochiri e fa’ perfumari a quillu di supra et guarirà a li morroyti. (Il «Thesaurus pauperum» in volgare siciliano, a cura di Stefano Rapisarda, Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 2001, p. 35) [3] Apresso loro tengano il perfumo e di incenso o d’altro. (Michele Savonarola, I trattati in volgare della peste e dell’acqua ardente, a cura di Luigi Belloni, Milano, Società italiana di medicina interna, 1953, p. 10) [4] Un certo nostro paesano scrisse alla sua donna una lettera d’amore, e perché la lettera le fosse più grata, le fece dare la concia con un poco di perfumo. (Stefano Guazzo, La civil conversazione, Venezia, appresso Domenico Imberti, 1588, [I ed. Brescia, 1574], p. 272) [5] A modificar la matrice fa perfumo over bagno della acqua dove sia cotta peonia e artemisia. (Herbolario volgare, nel quale si dimostra le virtù delle herbe, e molti altri simplici se dechiarano, con alcune benne aggionte novamente de latino in volgare tradotto, Venezia, s.n., 1522, p. 101) La prima attestazione certa di profumo risale invece al Morgante (composto tra il 1461 e il 1483) di Luigi Pulci; ne segue poi una in Ludovico Ariosto; infatti, l’occorrenza nella Leggenda Aurea del XIV sec. riportata dal TLIO viene interpretata come una probabile voce “fantasma” (ossia una parola che non ha mai avuto un uso reale, che è tuttavia attestata per errore di un amanuense o errore tipografico, in questo caso traduzione del latino odor), ancora difficile da decifrare (cfr. la voce profumo di Maria Fortunato dell’11/11/2013): Pentacul, conciarìe, sigilli e lumi | e spade e sangue e pentole e profumi. (Luigi Pulci, Il Morgante, a cura di Franca Brambilla Ageno, Milano-Napoli, Ricciardi, 1955, p. 717) Questi imbasciadori avevano con loro parecchi poledri e alcuni carriaggi di selle e fornimenti da cavalli bellissimi e sommachi e profumi et altre cose belle e signorili, che tutte in dono il re Ferrante a questo principe mandava. (Ludovico Ariosto, Opere minori - Rime [composte dopo il 1503, I ed. 1545], a cura di Cesare Segre, in La letteratura italiana. Storia e testi, vol. XX, Milano-Napoli, Ricciardi, 1951, p. 311) Solo ottocentesca, infine, e dovuta all’influsso del francese (cfr. DELI), è l’accezione di ‘esalazione naturale’, ‘buon odore’. Rispondiamo ora ai lettori che ci chiedono se esista l’aggettivo profumatorio, come si pronuncia, se sia forma arcaica e se si possa associare ad arte (in arte profumatoria). L’aggettivo profumatòrio (con accento tonico sulla penultima o, pronunciata aperta) è una voce che esiste in italiano da epoca antica, registrata soltanto dal GDLI (e assente in tutti gli altri dizionari della lingua italiana consultati); deriva da profumatóre ‘fabbricante di profumi’ (e anche ‘chi fa uso di essenze odorose o di cosmetici’), nome d’agente deverbale da profumàre, e significa ‘che riguarda la preparazione dei profumi, delle essenze odorose e, in genere, dei cosmetici’. L’aggettivo può essere utilizzato senz’altro in associazione ad arte, tant’è che arte profumatòria è un sintagma registrato nel GDLI con il significato di ‘arte dei profumieri’, attestato sia nel testo sia nel titolo di un’opera di Giovan Ventura Rosetti della metà del XVI secolo: A le virtuose donne, le qual si dilettano de l’arte profumatoria. (Giovan Ventura Rosetti, Notandissimi secreti de l’arte profumatoria: a fare ogli, acque, paste, balle, moscardini, uccelletti, paternostri, e tutta l’arte intiera [...], Venezia, s.n., 1555, p. 1) L’aggettivo profumièro ‘che riguarda la preparazione dei profumi e dei cosmetici’ (anche con il significato disusato ‘che emana vapori e fumi odorosi’, cfr. GDLI), sinonimo dunque di profumatòrio, ha attestazioni più recenti (il Devoto-Oli ne data la nascita al XVIII sec.) e attualmente sembrerebbe essere preferito a profumatòrio, nell’associazione ad esempio a industria (sintagma usato da Guido Piovene in Madame la France, Milano, Mondadori, 1966: cfr. GDLI) e soprattutto ad arte: “arte profumiera” ha 26.900 risultati nelle pagine in italiano di Google, mentre “arte profumatoria” 7.960 (ricerche aggiornate il 21/9/2025). La ricerca nel corpus di Google libri conferma questo dato: mentre “arte profumatoria” restituisce occorrenze in testi del XVI-XVII secolo, “arte profumiera” ricorre a partire dai primi anni Trenta del Novecento e ha un’incidenza maggiore nei testi a noi contemporanei. Quindi, sebbene arte profumatoria abbia attestazioni antiche e letterarie, oggi la collocazione più usata sembra essere arte profumiera, analoga nel significato; entrambe risultano comunque corrette e la scelta dell’una o dell’altra riguarda solo il gusto personale. Al lettore che ci chiede delucidazioni semantiche sul sostantivo femminile profumatoria possiamo rispondere che non abbiamo rilevato attestazioni (letterarie e non) in cui abbia il significato di ‘profumerìa’ ossia ‘arte di manipolare sostanze odorose’ e per estensione ‘il luogo in cui si vendono le sostanze odorose’. Rimaniamo nell’àmbito dei derivati rispondendo al lettore che ci chiede se la parola profumanza possa essere considerata un neologismo, coerente con le parole che terminano in -anza. Ora, i meccanismi derivativi alla base della formazione delle parole in italiano (quali ad es. la suffissazione e la prefissazione) ci permettono di coniare infinite nuove parole, il cui significato è desumibile dalla somma dei costituenti morfologici. Non tutte le parole formate con questi meccanismi possono però essere considerate neologismi, perché un neologismo, per essere tale, deve essere utilizzato e riconosciuto da un numero considerevole di parlanti; altrimenti si parla di occasionalismo (invitiamo i lettori a leggere Che cosa intendiamo per neologismo? di Marco Biffi, e i criteri alla base della sezione Parole nuove). Ora, i suffissi -anza ed -enza concorrono a formare i cosiddetti nomi di qualità, la cui base è spesso un aggettivo (solitamente terminante in -nte o -lento, arrogante > arroganza, sonnolento > sonnolenza), altre volte un verbo (complicanza da complicare, concordanza da concordare) (cfr. Franz Rainer, Nomi di qualità, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 293-314: pp. 305-306); c’è anche la possibilità di selezionare basi nominali come in cittadinanza da cittadino. La parola profumanza, dunque, dovrebbe derivare dal verbo profumare (l’aggettivo profumante non ha quasi attestazioni e la derivazione da un sostantivo come profumo è considerata un’eccezionalità) e potrebbe indicare ‘la qualità di ciò che profuma’. Nonostante ciò, la voce ha pochissime attestazioni (23 nelle pagine di Google, oltre a un’isolata occorrenza in Google libri: “nella profumanza di una pesca suntuosa [sic], nella morbidezza sugosa di una albicocca” (Fausto Bertolini, Gli omicidi del Colosseo, Asola [MN], Gilgamesh, 2020 [ed. digitalizzata]), non sembra usata e conosciuta dai parlanti e dunque non si può considerare un neologismo, anche se è possibile utilizzarla, per es. in un contesto poetico, per alludere a un significato facilmente desumibile. Rispondiamo ora ai lettori che ci chiedono se “esista” l’aggettivo sprofumato e che significato abbia, ossia se indichi qualcosa di puzzolente, fetido o qualcosa senza profumo o addirittura senza odore. Le domande dei nostri lettori non sono banali, perché effettivamente l’italiano ha a disposizione due prefissi omonimi: s-, dal latino ex-, con valore estrattivo, durativo e soprattutto intensivo (battere > sbattere) e s- dal lat. dis- con valore sottrattivo, negativo e privativo (badato > sbadato). Sprofumato è registrato nel GDLI come aggettivo formato con il prefisso intensivo s- e quindi con il significato di ‘che si è abbondantemente asperso di essenze odorose’; le prime attestazioni ricorrono in testi di autori della Toscana orientale, come in una novella del senese Pietro Fortini (1496-1562), negli scritti di Pietro Aretino (1492-1556) e in una commedia del senese Alessandro Piccolomini (1508-1579): Non vedete come ne vanno sprofumati che sanno di mille odori che m’ebbe amorbare quel frate, cotanto ne puzava. (Pietro Fortini, L’anguilla, in Id. Novelle, vol. I, Firenze, Il “Giornale di erudizione” editore, 1896, p. 442) Ei si cava a le donne la berretta | et con gran riverentie sprofumate | cortegia di Cupido ogni carretta. | Ma chi donna è perfetta | et ama l’honor suo fra le persone, | digiuni il dì di tal conversione. (Scritti di Pietro Aretino nel codice marciano IT. XI 66 (=6730), a cura di Danilo Romei, nuovorinascimento.org, 2020, p. 52) Se noi parliam dell’amore, peggio che peggio: ch’io non so, per me, considerare che consolazion che s’abbian costoro di spender tutto il lor tempo in andare stringatelli, sprofumati, con le calze tirate, con la braghetta in punto, con la camiscia stampata [...]. (Alessandro Piccolomini, L’amor costante, [...], a cura di Nerida Newbigin, italian-renaissance-theatre.sydney.edu.au, 2010, p. 48) Con questo significato, lo stesso tipo lessicale (con differenze fono-morfologiche) è attestato nel napoletano, come participio passato del verbo sprofomare, sproffommare ecc. anche ‘incensare’ (cfr. Emmanuele Rocco, Vocabolario del dialetto napolitano. Edizione critica della parte inedita, a cura di Antonio Vinciguerra, 4 voll., Firenze, Accademia della Crusca, 2018), e soprattutto nel romanesco, nelle poesie di Belli e di Trilussa: Morto un Papa, sparato e sprufumato, | L’interiori santissimi in vettina | Se conzeggneno in mano der curato. (Giuseppe Gioachino Belli, San Vincenz’e Ssatanassio a Ttrevi [22 aprile 1835], in Id., Tutti i sonetti romaneschi, a cura di Marcello Teodonio, 2 voll., Roma, Newton Compton, 1998, vol. II, n. 1531; versione consultabile online) Te l’aricordi più le passeggiate | In queli vicoletti de verdura, | in quelle grotticelle sprofumate | che parevano fatte su misura | pe’ fa’ passà le coppie innammorate? (Trilussa, A villa Medici, in Id., Tutte le poesie, a cura di Claudio Costa e Lucio Felici, 3a ed. Milano, Mondadori, 2008) L’aggettivo compare tuttora in testi poetici romaneschi che prendono come modello gli autori citati (ma anche in testi di area dialettale centrale, anconitana e pistoiese): Spasseggia ne le ville sprofumate, | o ner giardino che s’è accommodato | tra li palazzi: un dono de le fate. (Elisabetta Di Iaconi, L’istate a Roma, anposdi.it, 2015) Ore lente e maestose d’un ricconto | pieno zeppo de messi sprofumate, | der roggito de luci aroventate, | d’ozzi felici che nun c’è confronto. (Gabriele Alciati, Estate, rugantino.it, 5/7/2018) Primavera sfacciata e prepotente | sprofumata de rose e de viole; | se fa vede, svojata e evanescente, | facenno capolino quanno vole. || S’approssima cor fiore de mimosa; | ’na nota colorata ner griggiore...| sprofumanno er contorno d’ogni cosa, | me porta l’allegrezza drento ar còre. (Paola Durantini, Con le ali si può, Lulu Press, 2018, p. 46; da notare anche la presenza di una forma del verbo sprofumare, evidentemente derivato dall’aggettivo, sentito come participio passato) Vi sono tuttavia alcune sporadiche occorrenze di sprofumato con il significato di ‘senza odore, senza profumo’ (e dunque formato con il s- di valore privativo): Ne basta una goccia, di Anfo, è completamente sprofumato, come dice Tommi. Adesso hai solo il tuo odore, l’odore della tua pelle. (Caterina Serra, Tilt, Milano, Einaudi, 2008 [ed. digitalizzata]) In definitiva, possiamo dire che l’aggettivo sprofumato è attestato in area centrale fin dal XVI secolo con il significato di ‘carico di profumo’. L’omonimo sprofumato ‘senza profumo o odore’ ha pochissime attestazioni recenti e quindi sembrerebbe una formazione non ancora entrata stabilmente nel lessico. Rispondiamo adesso ai lettori che ci chiedono la differenza semantica tra profumo e odore, soprattutto in riferimento all’aroma che emanano i cibi. La parola odore (dal latino odore(m), attestata in italiano già dal XIII secolo) si può considerare un iperonimo di profumo, ossia una parola dal significato più generico rispetto a una dal significato più particolare. Infatti, con odore ci si può riferire a una qualsiasi “sensazione olfattiva provocata da una sostanza; l’effluvio emanato da una determinata sostanza” (GRADIT). L’associazione a un aggettivo può specificarlo in senso positivo (un buon odore ossia ‘profumo’) o negativo (un cattivo odore, ossia ‘puzza’). In àmbito letterario il termine odore, senza alcuna aggettivazione, poteva significare ‘profumo’, ma quest’uso è senz’altro desueto e limitato ai testi antichi. La parola profumo, invece, come si è detto, ha acquisito anche il significato di ‘odore intenso e gradevole emanato da sostanze naturali o sintetiche’ e dunque si riferisce a una sensazione positiva; in maniera antifrastica e ironica può assumere il significato di ‘cattivo odore, puzza’ (“ti sei tolto le scarpe? Che profumo!”), ma quest’accezione è limitata all’àmbito informale e scherzoso, desumibile solamente tramite inferenze a partire dalla situazione comunicativa. Per rispondere ai lettori che chiedono se profumo possa associarsi all’odore piacevole emanato da cibi appetitosi, riportiamo la definizione del GRADIT: “fragranza appetitosa e stuzzicante, spec. di cibi appena cucinati: in cucina c’è un buon p. di arrosto, p. di torta appena sfornata | aroma caratteristico di un vino”. Dunque, sì, si può usare profumo anche in riferimento all’odore dei cibi, così come si può utilizzare odore associato a un aggettivo: “che buon odore di pane!”. Precisiamo infine che, oltre agli usi figurati, di cui non tratteremo, con odore, soprattutto al plurale (prevalentemente nel Centro Italia, come testimoniano le inchieste LinCi [dom. 141 ‘erbe aromatiche’]) si può indicare l’insieme delle erbe aromatiche utilizzate in cucina (ad es. “mi dà un po’ di odori?” con cui si intende sedano, prezzemolo, basilico ecc.). Rispondiamo infine ai lettori che ci chiedono se sia più corretto usare, in associazione a profumo, la coppia di antonimi bello/brutto oppure buono/cattivo. Evidenziamo tre aspetti: 1) a livello sensoriale, l’olfatto è un senso che viene spesso correlato al gusto perché quest’ultimo si serve dell’odorato per arricchire le sensazioni che produce un cibo: banalmente, quando abbiamo il raffreddore e non riusciamo a sentire bene gli odori, non riusciamo neanche a percepire bene i sapori dei cibi che mangiamo. Per questo motivo l’aggettivazione legata al gusto viene associata anche all’olfatto: in italiano prediligiamo, per odore, gli antonimi buono/cattivo, dal significato generico e di uso talmente comune, da essere fra le prime parole che imparano i bambini; 2) l’associazione di aggettivi negativi come brutto e cattivo alla parola profumo è un ossimoro, perché il profumo, come abbiamo letto nella definizione, è intrinsecamente un odore gradevole e dunque esclude la possibilità di essere cattivo. Possiamo associare brutto/cattivo solo quando ci si riferisce alla sostanza (o anche, per metonimia, alla boccetta che contiene tale sostanza): un profumo cattivo potrebbe riferirsi a un prodotto cosmetico commercializzato che non rispecchia il gusto personale, mentre un profumo brutto potrebbe essere un prodotto contenuto in una confezione poco gradevole alla vista; 3) in relazione a sensazioni olfattive, l’uso degli aggettivi bello/brutto ha motivazioni etimologiche: bello deriva dal latino bĕllu(m) ‘grazioso’, diminutivo di bonu(m) (da cui l’it. buono) ‘valente, onesto, benigno’ (cfr. l’Etimologico). Nell’italiano delle origini bello poteva essere utilizzato per riferirsi a sensazioni olfattive [1] e gustative [2] (nonché tattili e uditive) (cfr. TLIO s.v. bello, redatta da Mariafrancesca Giuliani, 27/4/2007): [1] Ave, flore cum bello odore, / fructo cum dolçe savore... (Laude cortonesi dal secolo XIII al XV [XIII sm. (tosc.)], a cura di Giorgio Varanini, Luigi Banfi e Anna Ceruti Burgio, Firenze, Leo Olschki, 1981, vol. I, p. 112) [2] assegnando utilitade e metendo del suo in dare mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri... (Brunetto Latini, La Rettorica [c. 1260-61 (fior.)], testo critico di Francesco Maggini, prefazione di Cesare Segre, Firenze, Le Monnier, 1968, p. 23) [2] Ov’ài <tu> Dei dizionari storici, soltanto il Tommaseo-Bellini riporta alcuni sintagmi in cui bello può valere ‘buono’: bel pane, vino bellissimo, bella carne, da mangiare e sim., “i ghiotti dicono che il tal piatto è un bel mangiare; e ruminano la bellezza”. Attualmente l’uso di bello ‘buono’ riferito a cibi e a odori sembrerebbe avere una distribuzione diatopica. Infatti, attraverso una ricerca su Google Trends (dal 2004 a oggi), le regioni in cui si digita nel motore di ricerca la stringa “bel profumo” sono quelle meridionali e le isole: Campania, Calabria, Sardegna, Sicilia, Puglia. La stringa “buon profumo”, invece, è digitata in Umbria, seguita da Friuli-Venezia Giulia, Calabria, Puglia, Sicilia, Veneto, Emilia-Romagna, con una distribuzione uniforme sul nostro territorio (sono state escluse dalla ricerca la stringa “profumo bello” perché può riferirsi a una sostanza contenuta in una confezione gradevole alla vista, e la stringa “profumo buono” perché non restituisce molti risultati). Confrontando i vari dizionari dei dialetti meridionali, l’unico che registra il tipo bello con il significato di ‘buono’ è quello dei dialetti salentini: bèddu/bèllu, oltre a significare ‘bene’ (portiti bellu bellu ‘comportati ben bene’), ricorre in frasi come nu beddǝ mierǝ ‘un buon vino’ (Gerhard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), vol. I [A-M], München, Verlag der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, 1956, s.v.). Nel siciliano abbiamo ritrovato anche bidduzzu con il significato di ‘bravo, buono, di buoni costumi’ ma nel vocabolario consultato non si registra l’associazione a sensazioni olfattive/gustative (Giorgio Piccitto, Vocabolario siciliano, vol. I [A-E], Catania-Palermo, Centro di Studi filologici e linguistici siciliani, 1977, s.v.). Dunque possiamo desumere che nel passaggio dal latino volgare alle varietà italo-romanze l’aggettivo bello fosse usato con il significato di ‘buono’ associato a cibi e odori e che poi, nel tempo, questo significato abbia persistito solamente nelle varietà dialettali, perdendosi nell’italiano di base fiorentina.
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