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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Crocifisso o crocefisso?

Rita Librandi

PUBBLICATO IL 03 aprile 2026

Quesito:

Alcuni lettori ci chiedono quale sia la forma “corretta” o comunque preferibile tra crocefisso e crocifisso.

Crocifisso o crocefisso?

Già nel latino tardo il verbo crucifigere, pur rinviando al supplizio atroce e infamante inflitto agli schiavi ribelli o ai traditori lasciati morire sulla croce, registra le attestazioni più numerose nei testi della letteratura cristiana, con riferimento alla condanna subita da Cristo. Il participio crucifixus, inoltre, acquista negli scritti dei cristiani valore di sostantivo e si identifica con il Signore (ThLL - Thesaurus linguae latinae, s.v. crucifigo), rientrando così tra i cosiddetti “cristianismi”, tra quei neologismi, cioè, che nel latino dei cristiani erano rappresentati o da prestiti dal greco e, più raramente, dall’ebraico e dall’aramaico, o, come nel caso di crucifixus, da estensioni semantiche di parole latine già esistenti. Da qui deriva l’italiano crocifisso, che ha la sua prima attestazione nella Rettorica di Brunetto Latini, volgarizzamento tratto dal ciceroniano De inventione intorno al 1260 (TLIO). Nel testo di Brunetto la parola ha funzione di sostantivo e rinvia all’immagine dipinta o scolpita di Cristo; nelle tante testimonianze successive, però, può identificarsi con la persona stessa di Gesù o, molto più raramente, con il supplizio della croce e con chiunque lo abbia subito.

La forma in -i- è dunque la più antica e la più vicina al latino, ma l’evoluzione popolare in -e, crocefisso, è solo di pochissimo posteriore e nasce, quasi sicuramente, per influenza del sostantivo croce, presente in volgare fin dal X secolo (TLIO, s.v.). In base a quanto ricaviamo dal Corpus OVI dell’italiano antico (s.v.), la prima attestazione di crocefisso sembra collocarsi tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo e, a giudicare dalle testimonianze che la riproducono, non è motivata da influenze regionali: le sue occorrenze, infatti, pur prevalendo in Toscana e nell’Italia centrale, sono rintracciabili in più aree della penisola. Crocefisso si incontra anche nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante composte da Giovanni Boccaccio, che nel Decameron, però, preferisce la forma in -i-:

gli fu tagliata la testa, e non fu, come san Piero, crocefisso (Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di Giorgio Padoan, Milano, Mondadori, 1965, p. 109).

“Perché questo cruccio, messere? ho io crocifisso Cristo?” [...].
E oltre a questo si conviene avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la notte vedere il cielo; e in su l’ora della compieta andare in questo luogo e quivi avere una tavola molto larga ordinata in guisa che, stando tu in piè, vi possi [...] distender le braccia a guisa di crocifisso (Decameron, edizione critica secondo l’autografo hamiltoniano, a cura di Vittore Branca, Firenze, Accademia della Crusca, 1976, pp. 200 e 204).

Le due forme risultano dunque equivalenti fin dalla loro prima apparizione, nonostante sia indubbio che, almeno fino alla metà del XIV secolo, le attestazioni di crocifisso (anche con grafia crocifixo) sono molto più numerose: nel Corpus OVI superano di gran lunga il numero di 500 contro le circa 48 occorrenze di crocefisso (crocefixo). Lungo i secoli il divario si accorcia ma non si annulla: tramite la ricerca avanzata di Google libri, infatti, rileviamo, tra il 1600 e il 2000, circa 255 testi che ricorrono alla forma in -e-, contro i 287 che si servono di crocifisso. L’oscillazione tra le due forme risulta indipendente dai contenuti e dalle finalità delle varie opere e riguarda anche l’alternanza tra crocifiggere/crocefiggere e crocifissione/crocefissione, per le quali, però, non è facile stabilire quando si sia affermata la seconda forma. Il TLIO, infatti, rileva le prime attestazioni di crocifiggere e crocifissione rispettivamente nel 1298 e nel 1309, ma il Corpus OVI dell’italiano antico, a fronte di un numero non irrilevante di occorrenze delle forme in -i-, non dà alcuna attestazione delle seconde. La ricerca su Google libri, d’altro canto, offre, a partire dal Seicento, un’ampia presenza di entrambe le versioni, sia pure, ancora una volta, con una netta prevalenza del verbo e del sostantivo più vicini alla base latina.

La costante preferenza per le forme latineggianti potrebbe anche spiegarsi con una sovrapposizione della conservazione della -i- latina (di quantità lunga in crucifīgĕre e crucīfixus) al fenomeno fiorentino, trasmessosi all’italiano, della chiusura in i di ĕ e ĭ brevi latine che precedono la vocale accentata (secondo il tipo dĕcembrem > dicembre, mĭnorem > minore).

Per quanto riguarda i repertori lessicografici, il Vocabolario degli Accademici della Crusca, dall’impressione del 1612 fino alla quinta incompiuta edizione dell’Otto-Novecento, lemmatizza soltanto crocifisso, mentre il GDLI Grande dizionario della lingua italiana (così come precedentemente il Tommaseo-Bellini) alla voce crocifisso segnala, tra parentesi e senza alcuna notazione, la variante crocefisso. La gran parte dei dizionari dell’uso, alla voce crocifisso, indica come meno comune o meno frequente crocefisso (Devoto-Oli 2025; Sabatini-Coletti 2024; Zingarelli 2026); il Vocabolario Treccani online lemmatizza solo crocifisso, mentre il GRADIT Grande dizionario dell’uso di Tullio De Mauro rinvia da crocefisso al lemma principale crocifisso.

La storica preferenza per il termine più vicino alla base latina è confermata anche dall’onomastica: Crocifissa è un nome proprio femminile associato spesso a Maria, come nel caso della santa bresciana Maria Crocifissa Di Rosa, vissuta tra il 1813 e il 1855; né possiamo dire del tutto assente la versione maschile, per la quale è facile ricordare il personaggio di zio Crocifisso dei Malavoglia di Giovanni Verga.

In conclusione, appare chiaro che le due forme sono, dal punto di vista grammaticale, equivalenti e che non può considerarsi errore adoperare crocefisso; è anche vero, tuttavia, che, fin dalle origini, la comunità linguistica di ogni area della penisola ha privilegiato la forma crocifisso e che sarebbe dunque preferibile confermare questa scelta, ricordando, soprattutto in questi giorni di Pasqua, che il crocifisso, al di là delle forme assunte dal nome, ha per i cristiani un profondo significato simbolico, non di morte, come si potrebbe pensare, ma di nuova vita e, si spera, di pace tra gli uomini.


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