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Temi di discussione | OPEN ACCESS SOTTOPOSTO A PEER REVIEW L’italiano tra passato, presente e futuroPaolo D'AchillePUBBLICATO IL 30 marzo 2026Forse non tutti sanno che l’aggettivo italiano, derivato da Italia con il suffisso -ano, il secondo per frequenza e produttività nella formazione degli etnici dopo -ese (in latino si usavano Italus e Italicus), stentò a lungo a imporsi come sostantivo per denominare quella che Dante chiamava “lingua di sì” e che oggi possiamo considerare la nostra lingua nazionale, comunemente parlata (pur con varie sfumature regionali) in tutto il Paese; e che è tale anche se non è indicata esplicitamente come lingua ufficiale della Repubblica nella nostra Costituzione. Il glottonimo italiano si impose, infatti, definitivamente solo nel corso del Settecento; prima fu contrastato, soprattutto in Toscana, da alternative come “lingua toscana” o “lingua fiorentina”, sulla base (certamente fondata) del fatto che le strutture fonomorfologiche dell’italiano erano quelle del fiorentino letterario trecentesco delle “Tre Corone”, Dante, Petrarca e Boccaccio, rilanciato, nel dibattito linguistico dell’inizio del secolo XVI, da Pietro Bembo e, alla fine dello stesso secolo, accolto anche a Firenze, grazie alla mediazione di Benedetto Varchi e di Lionardo Salviati. In effetti, lo stesso Vocabolario degli Accademici della Crusca, la cui prima edizione (o meglio “impressione”) avvenne a Venezia nel 1612, grazie al quale l’italiano è la prima lingua moderna a disporre di un dizionario monolingue, modello per i dizionari, posteriori, del francese, dello spagnolo, del tedesco e via dicendo (un primato, questo, di cui dovremmo andare fieri), non reca l’indicazione esplicita di quale sia la lingua di cui raccoglie il lessico, anche se, di fatto, si tratta del fiorentino. Diversamente dalle altre grandi lingue di cultura europee, l’italiano non si è imposto, né all’interno dei confini nazionali, né tanto meno fuori d’Italia nei periodi, non brevi, in cui ha avuto un prestigio e una circolazione internazionali, con la forza delle armi. La nostra è stata una “lingua senza impero”, come l’ha definita, in uno studio che ha aperto la strada alle ricerche sull’italiano all’estero nei secoli passati, Francesco Bruni (accademico che voglio qui ricordare a pochi mesi dalla scomparsa, nel 2025). Evidentemente Bruni era memore della frase di Max Weinreich (1894-1969), il quale, parlando delle differenze tra lingue e dialetti, disse che “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”. Questa frase spiega benissimo le ragioni effettive della diffusione, in Europa e nel mondo, del francese, dello spagnolo, del portoghese, del russo e, soprattutto, dell’inglese. Ma per l’inglese è opportuno ricordare che il 6 settembre 1943, parlando all’Università di Harvard, Winston Churchill sottolineò l’importanza geopolitica della comunanza linguistica tra Gran Bretagna e Stati Uniti, considerata, profeticamente, un fattore egemonico su scala mondiale, e affermò che, grazie alla diffusione della loro lingua, “gli imperi del futuro” avrebbero “ottenuto guadagni migliori che portando via le terre o le province agli altri popoli, o schiacciandoli con lo sfruttamento”. È bene ribadire che, a parte alcuni periodi circoscritti nel tempo, non è stato con la violenza che l’italiano ha progressivamente sostituito, in Italia, i vari dialetti, i quali peraltro, in molte aree della penisola, hanno tuttora una vitalità maggiore di quella che si possa immaginare e che risulta dalle indagini statistiche. È stata la forza della letteratura, che ha toccato ben presto i suoi vertici con le opere dei già citati Dante, Petrarca e Boccaccio, a determinare l’accettazione dell’italiano nell’intera penisola e nelle isole maggiori ad essa geograficamente pertinenti, prima nello scritto e poi anche nel parlato. Si trattava di un italiano declinato secondo il modello del fiorentino cosiddetto “aureo”, che aveva il vantaggio, rispetto ai diversa vulgaria passati in rassegna da Dante nel De vulgari eloquentia, di essere rimasto più vicino al latino (lingua che in Italia, anche per la presenza del papato, ha sempre costituito un punto di riferimento, oltre che un serbatoio a cui attingere per arricchire il lessico, indicando nuovi designata) e di trovarsi in una posizione intermedia tra le due grandi aree dialettali del dominio italo-romanzo, quella settentrionale e quella centromeridionale, delimitate rispettivamente dalle linee La Spezia-Rimini a sud e Roma-Ancona a nord. Ed è stata innanzitutto la scuola postunitaria a diffondere presso le masse analfabete l’alfabetizzazione e l’italianizzazione, fatti tra loro indissolubilmente legati, determinando così una seconda standardizzazione, dopo quella cinquecentesca di matrice bembiana, e svolgendo, per molti decenni, quella funzione di ascensore sociale a cui, purtroppo, la scuola italiana sembra da tempo aver rinunciato, o forse piuttosto è stata costretta a rinunciare. Ma, più che trattare della situazione dell’italiano in Italia, è opportuno ricordare il successo della nostra lingua all’estero, un successo che è durato dal basso Medioevo fino al Seicento e che è resistito, pur restringendo i suoi campi di influenza, fino alle soglie dell’età contemporanea, a dispetto dell’assenza di un’unità statale, o forse, chissà, proprio grazie a questo. In ogni caso, si tratta di un successo legato alla lingua come espressione della civiltà italiana presa nel suo complesso, vista – grazie anche a certi tratti strutturali di matrice fiorentina, tra cui il vocalismo, su cui tornerò tra poco, la variabilità della posizione dell’accento, la relativa libertà sintattica e il buon rapporto tra fonetica e grafia – come simbolo di raffinatezza, di gusto, di gentilezza: la lingua come espressione di uno stile di vita da ammirare e da imitare. E l’ammirazione per la nostra lingua è durata fino al pieno Novecento, quando un personaggio delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull di Thomas Mann definisce l’italiano come “la lingua più bella del mondo”, quella parlata anche dagli angeli, per la sua musicalità. E l’italiano è stato effettivamente all’avanguardia in Europa, e quindi nel mondo occidentale, non solo nella letteratura, nella filologia e nella cultura umanistica (che ha reso la nostra lingua anche un ponte per lo studio del latino e più in generale del mondo classico), ma pure in altri campi. Pensiamo alle parole italiane entrate nel settore dello spettacolo con le maschere della Commedia dell’arte (scenario, improvviso, (as)solo); in quello delle arti figurative, lungo una linea che parte da Giotto e Arnolfo di Cambio per arrivare almeno a Bernini e a Borromini (prospettiva, (af)fresco, chiaroscuro, scalinata); nel campo della musica (allegro, crescendo, soprano, libretto), specie con l’“invenzione” del melodramma, definito opera all’estero prima e più spesso che in Italia; nello stesso stile di vita, con il successo di testi come Il Cortigiano di Baldassar Castiglione, Il Galateo di Monsignor della Casa, La civil conversazione di Stefano Guazzo (pensiamo solo all’espressione dolce far niente, connotata tutt’altro che negativamente); e poi ancora (e arriviamo così al Novecento) nei lessici settoriali della moda, della cucina (riconosciuta lo scorso anno dall’Unesco patrimonio dell’umanità), del design. Ma non va dimenticato che in passato l’italiano si è diffuso in Europa anche nel linguaggio dell’economia, grazie ai banchieri e ai mercanti fiorentini (banca, banco, fiorino) e, nel mar Mediterraneo (che è stato spazio di incontri più che di scontri), grazie alle repubbliche marinare, da Pisa a Genova fino a Venezia (regata, gondola); nel linguaggio della politica, con Niccolò Machiavelli, e in quello della scienza, con Galileo Galilei. Galileo decise anzi di abbandonare il latino, allora lingua internazionale delle scienze fisiche, per usare l’italiano. Una scelta rischiosa, ma da cui la nostra lingua trasse beneficio, allargando il suo lessico ed espandendosi all’estero: molti scienziati stranieri, infatti, la appresero pur di leggere e tradurre le opere di Galileo e di entrare in corrispondenza con lui. L’ultima fiammata dell’italiano come lingua della scienza, prima di quella che sembra ormai come la definitiva affermazione del monolinguismo inglese, si ebbe all’inizio del Novecento, con Guglielmo Marconi e con Enrico Fermi, premio Nobel. A questi “splendori” dell’italiano all’estero si contrapponevano però anche delle “miserie” sul piano interno, che costituivano ciò che nel 1873, in polemica con Alessandro Manzoni, il glottologo Graziadio Isaia Ascoli, fondatore degli studi linguistici italiani, avrebbe indicato come “il doppio inciampo” della nazione: la scarsa densità della cultura e l’eccessiva preoccupazione della forma, che – insieme ad altri fattori su cui non possiamo soffermarci – hanno impedito quell’unità linguistica di cui non godevano solo la Francia e la Gran Bretagna, ma, grazie alla Riforma di Lutero, anche la Germania, che pure si era unificata politicamente dopo l’Italia. Nel corso dei secoli l’italiano è costantemente entrato in contatto con altre lingue: fin dal Medioevo ha accolto parole straniere (i cosiddetti prestiti), dalle lingue germaniche, dal francese e dal provenzale, dallo spagnolo, dall’arabo, ma ha mantenuto certe sue caratteristiche tipologiche che lo differenziavano, e che tuttora, almeno in parte, lo differenziano, da altri idiomi: i prestiti infatti sono stati adattati alle strutture fonomorfologiche del fiorentino, che danno ai “suoni” vocalici un’importanza maggiore rispetto ai “rumori” delle consonanti e dei gruppi consonantici. Scriveva Machiavelli nel suo Discorso ovvero Dialogo intorno alla nostra lingua: io voglio che tu consideri come le lingue non possono esser semplici, ma conviene che sieno miste coll’altre lingue; ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale converte i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo; ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano ma ella disordina loro, perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo. Fino al Settecento le parole straniere entrate in italiano sono dunque state adattate o tradotte, con calchi composizionali e semantici; pochissime sono state le voci non adattate, che hanno mantenuto una o più consonanti a fine di parola oppure foni estranei al sistema dell’italiano. Anche per questo, seppure non solo per questo, l’italiano di matrice fiorentina ha mantenuto la sua stabilità, in continuità con la propria tradizione scritta medievale: caso, questo, unico tra le lingue europee, che con la nascita della stampa si sono standardizzate differenziandosi profondamente dalla loro fase “antica”. Una svolta profonda nella storia dell’italiano si è avuta nel corso dell’Ottocento, con l’Unità, in seguito alla quale l’italiano è progressivamente diventato per gli italiani la madrelingua, usata anche nel parlato accanto ai dialetti e, in quanto tale, soggetta a quel mutamento che nei secoli precedenti era stato molto rallentato dall’uso prevalentemente scritto e dalla norma selettiva della tradizione grammaticale, col suo “si dice” e “non si dice”. Solo in tempi recenti si è ridotta la sovrabbondanza morfologica che fin dalle origini era stata tipica dell’italiano, spesso differenziando l’uso poetico da quello tipico della prosa (pensiamo soltanto alle alternanze tra veggo, veggio e vedo, tra sacrificio e sagrifizio, tra morirà e morrà). Non da molto tempo poi si sono diffusi nello scritto costrutti tipici del parlato prima considerati erronei (pensiamo al tipo di questo ne abbiamo già parlato); si è allargato notevolmente il lessico, anche in rapporto ai progressi della scienza, della tecnica, poi della tecnologia. Ma la centralità linguistica di Firenze – rinnovata e orientata verso il fiorentino contemporaneo nelle scelte letterarie di Alessandro Manzoni romanziere e nei suoi interventi pubblici, e culminata nel quinquennio (1865-1870) in cui il capoluogo regionale della Toscana (sede dell’Accademia della Crusca) è stato capitale d’Italia – è poi venuta progressivamente meno. Così, l’italiano novecentesco ha accolto voci e locuzioni di altra provenienza areale: alcuni lombardismi, molti romaneschismi, vari meridionalismi, non di rado mediati da Roma, ecc.: non sono fiorentine, per esempio, le tre parole italiane oggi più diffuse nel mondo, e cioè pizza, espresso e il saluto confidenziale ciao. Sul piano interno, la letteratura, dopo Gabriele d’Annunzio e Luigi Pirandello, ha perso la funzione di punto di riferimento dello standard, mentre, sul piano internazionale, la conoscenza dell’italiano si è mantenuta solo o soprattutto nelle zone ad alta emigrazione, grazie al desiderio di molti nipoti o pronipoti di emigrati di imparare qualcosa della lingua del proprio Paese di provenienza o alla presenza dell’italiano come lingua straniera obbligatoria in alcuni Stati dell’America Latina in cui molti abitanti sono d’origine italiana; ma questa presenza è venuta poi a mancare con la necessità, per le generazione più giovani, di conoscere l’inglese accanto allo spagnolo, e solo in parte è stata compensata con la fortuna dell’italiano televisivo, nel corso degli anni Ottanta, a Malta e in Albania. Ma anche questa fase si è chiusa con il volgere del millennio, quando ci sono stati tre eventi fondamentali per definire l’italiano del presente: 1) la forte immigrazione, che ha determinato la formazione dei cosiddetti “nuovi italiani”, madrelingua, ma figli di non italofoni (o di chi ha appreso l’italiano come L2); 2) la comunicazione mediata dal computer, che ha rivoluzionato le modalità di scrittura e di lettura; 3) l’affermazione dell’inglese come lingua del mondo globalizzato. Questi eventi hanno avuto varie conseguenze sul piano linguistico, tra cui, dovendo necessariamente semplificare il discorso, evidenzierei le seguenti: 1) una crescita della distanza tra la lingua attuale e quella del passato, la cui comprensione non viene più assicurata dallo studio scolastico della letteratura, con relativa riduzione della competenza passiva di parole grammaticali come onde con valore di pronome relativo, poscia, indarno e di parole semanticamente piene, non solo arcaiche, come avello, fiata, occaso, ma anche semplicemente di registro elevato, come mesto, lieto, sdegnarsi; 2) la perdita della “sacralità” della scrittura, ormai fruita prevalentemente nella rete, con l’affermazione, soprattutto nei social, di un italiano spesso inutilmente aggressivo se non violento, sbrigativo, irriflesso (l’operazione di rilettura, fondamentale per la testualità scritta, viene ormai solitamente omessa), lessicalmente povero e, sul piano delle strutture grammaticali, spesso “accidentato” e comunque notevolmente lontano dalla norma tradizionale. Fornisco solo qualche esempio concreto: la frequente presenza di gerundi irrelati rispetto al soggetto a cui andrebbero riferiti (un esempio dalla rete: “Il duo comico […] ha avuto un gran successo. […] Il debutto c’è stato nel 2025 in radio, diventando ospiti fissi dello show […]”); l’estensione del dove relativo ben oltre lo spazio (anche figurato) e il tempo (“Credevo fosse una nuova patologia dove potevo rientrare non avendo nulla a che fare con le altre”); la diffusione di forme devianti e di neosemie, come pultroppo per purtroppo, dare adito per dare atto, reciproco per rispettivo. Resta da dire qualcosa sul problema dei rapporti tra italiano e inglese. Il fatto che la conoscenza dell’inglese sia oggi indispensabile non può e non viene messo in dubbio da nessuno e, bisogna ammetterlo, è certamente positivo che le competenze linguistiche in inglese presso le generazioni più giovani siano costantemente in crescita (perfino migliori, secondo alcuni studi, rispetto a quelle possedute per l’italiano). Ma l’espansione dell’inglese non può non causare qualche preoccupazione relativa alle sorti dell’italiano. Non preoccupa particolarmente la massiccia (e molto appariscente) presenza di anglismi non adattati in vari linguaggi settoriali e nella stessa lingua comune, anche se, certo, l’uso sistematico di parole straniere quando si hanno già a disposizione alternative italiane più trasparenti fa pur sempre una certa impressione; e lo stesso vale per la presenza di pseudoanglismi, formali o semantici, come gli ormai datati ticket (‘quota a carico degli assistiti del servizio sanitario nazionale o di enti mutualistici per l’acquisto di medicinali e per alcune prestazioni mediche’, ma anche, da qualche tempo, nelle amministrazioni, ‘richiesta di intervento da parte dell’ufficio tecnico competente’) e silver (usato come riduzione di silver-plated, e dunque non nel senso di ‘interamente in argento’, ma di ‘rivestito d’argento’), e i più recenti smart working (che viene poi indebitamente “accorciato” in smart, così come stepchild da stepchild adoption) e green pass. Disturbano piuttosto lo slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione, certe novità sintattiche relative alla transitività verbale o alle reggenze preposizionali, già di per sé problematiche (cito solo il caso di aiutare con i compiti), e l’uso sempre maggiore delle sigle, assolutamente opache se mutuate dall’inglese, che prevede un ordine sintattico delle parole diverso da quello delle lingue romanze (si pensi ad AI, ben più frequente di IA per indicare l’Intelligenza Artificiale). Ma c’è da riflettere, soprattutto, sul fatto che l’inglese sta progressivamente togliendo spazio all’italiano nello studio e nella ricerca. Ormai è divenuto indispensabile pubblicare in inglese non solo per essere letti all’estero ma anche per essere valutati in Italia; ci sono settori, e non solo delle cosiddette “scienze dure” o delle STEM, in cui l’italiano, di fatto, non si usa quasi più, così come ci sono corsi di studio universitari, anche triennali (nei quali la piena competenza dell’italiano è prevista dalla legge), che si svolgono interamente in inglese, in nome di una internazionalizzazione che potrebbe rivelarsi tale solo sulla carta, e che comunque sembrano fatti apposta per invitare i giovani ad andare a lavorare all’estero (e poi, magari, ci si lamenta della “fuga dei cervelli”!). Questo assalto alla nostra lingua da parte dell’inglese, o meglio dell’anglo-americano, che di fatto realizza le parole di Churchill che ho ricordato all’inizio, non riguarda (è vero) solo l’italiano, ma altre lingue resistono meglio, come, per un verso, il tedesco e, per un altro, lo spagnolo e il francese. Il problema è che queste lingue – per una serie di ragioni storiche – hanno, oltre che una diffusione internazionale, anche un radicamento più forte nei rispettivi Paesi d’origine di quanto non lo abbia l’italiano in Italia, nata molto tardi come Stato unitario. Non è certo un caso se l’Académie française e l’Academia Española svolgono compiti che potremmo definire istituzionali che alla Crusca non sono stati mai affidati: in Francia e in Spagna c’è una politica linguistica che in Italia, anche a causa dei provvedimenti nazionalistici adottati nel corso del ventennio fascista, dal dopoguerra in poi ha sempre latitato. Bisogna pur dire che le parole si legano alle cose e che, se non solo l’economia e l’informatica, ma anche la musica, la moda, la cinematografia, l’arredamento ecc. parlano oggi inglese (e se sono prevalentemente inglesi le parole nuove raccolte e studiate dall’Accademia della Crusca), significa anche che la nostra capacità creativa si è ridotta e che preferiamo importare dal mondo angloamericano cose, concetti, idee. Bisogna tornare a inventare! Non possiamo illuderci di poter vivere di rendita sul melodramma, che pure dobbiamo conoscere e conservare. Dovrei concludere trattando dell’italiano del futuro. Ma dobbiamo tutti essere consapevoli del fatto che, perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto: altrimenti l’italiano finirà solo per soppiantare definitivamente i dialetti, almeno in certe zone, perché si ridurrà esso stesso a dialetto, usato nel parlato, nelle scritture informali, o magari (come è infatti avvenuto per alcuni dialetti italiani) nella letteratura; continuerà a essere usato a scuola per la prima alfabetizzazione, ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato, anche perché ormai privato di uno standard di riferimento. Si tratterà quindi, di fatto, di un italiano avviato a quel processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero. Probabilmente, per citare una famosa poesia di Thomas Stearns Eliot del 1925, The Hollow Men (Gli uomini vuoti), la fine dell’italiano avverrà “non con uno schianto ma con un lamento”, anzi (preferisco dirlo in inglese), “not with a bang but a whimper”, ma, ineluttabilmente, anche se dopo di noi, avverrà. Siamo ancora in tempo per impedirlo.
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