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Consulenza linguistica | OPEN ACCESS SOTTOPOSTO A PEER REVIEW Possiamo essere arrendevoli con qualcuno, ma anche arrendisti o inarresiVittorio ColettiPUBBLICATO IL 23 febbraio 2026
Quesito: Sono giunte alcune domande sul verbo arrendersi e su altre voci della stessa famiglia: arrendevole, arrendista, inarreso. Possiamo essere arrendevoli con qualcuno, ma anche arrendisti o inarresiCominciamo dal verbo, oggi usato quasi solo in forma pronominale, eccetto che nei costrutti causativi in dipendenza da fare. Ha il significato sia di ‘consegnarsi al nemico non potendo più resistergli’, sia di ‘cedere a un’insistenza, a un vizio, a richieste ecc., per necessità o debolezza o esasperazione’ sia di ‘rassegnarsi a qualcosa per abitudine o mancanza di alternative’. Nel primo caso non ha bisogno di argomenti espliciti, il nemico essendo implicito (“la guarnigione, dopo giorni di resistenza, si è arresa”); nel secondo e nel terzo invece li esplicita introducendoli con la preposizione a, come nel comune “arrendersi all’evidenza”. Ovviamente a è anche introduttiva di completiva, quando l’argomento è espresso non da un nome ma da una frase all’infinito: “A trentun anni il tenente si è arreso a considerare l’uniforme come un accidente inevitabile” (Paolo Giordano, Il corpo umano, Torino, Einaudi, 2024, p. 6). La reggenza del verbo è anche quella dell’aggettivo arrendevole che da esso deriva. Arrendevole vale sia ‘che si lascia piegare, modellare a piacimento’, sia ‘che non oppone resistenza, disposto, pronto a cedere’. In entrambi i significati è perlopiù usato senza precisazione di argomenti, perché essere arrendevoli è una caratteristica spesso stabile di una cosa o di una persona e quindi non richiede specificazioni. Ma, domanda un lettore, se la persona cui si cede deve essere esplicitata e (aggiungiamo noi) l’arrendevolezza (altro membro della famiglia di arrendere) non è la caratteristica fissa di una persona nei confronti di chiunque, ma si manifesta solo o soprattutto in determinate situazioni o solo di fronte a certe persone, come si introducono queste ultime? Anche qui la preposizione elettiva è a, che segua cosa o frase, come in questi due esempi dal Boccaccio: il primo dal Decameron, dove (V, 8) parla di “donne arrendevoli a’ piaceri degli uomini”, e il secondo dal Corbaccio: “elle sono arrendevoli a lasciarsi un lor difetto provare”. Il lettore però, giustamente, chiede: se uno cede alle insistenze o pretese dei figli è arrendevole ai figli o con i figli? Per quanto la lessicografia e persino l’esplorazione di Google diano modesti risultati sulla costruzione di arrendevole con nel passato, pure l’osservazione del lettore è più che giusta se si cerca in usi più recenti della lingua. E infatti quando i corpora disponibili in rete cominciano a documentare testi novecenteschi e contemporanei, ecco che si moltiplicano i casi di un uso di arrendevole con se c’è esplicitazione non della cosa ma della persona verso cui ci si è cedevoli, come in “si mostra docile e arrendevole con le guardie” (Alessandro Perissinotto, La guerra dei Traversa, Milano, Mondadori, 2024, s.i.p.): una reggenza che si estende anche a usi figurati (sineddoche) di luoghi per persone, come in “il Duca si mostrò più arrendevole con Berna e Friburgo”, cioè con i governanti di quelle città (da Arturo Segre, Documenti di storia sabauda dal 1510 al 1536, in “Miscellanea di Storia italiana”, III serie, VIII, 1902, p. 77) o in “mostrarsi arrendevole con gli Stati Uniti” (Nello Ajello, Il lungo addio. Intellettuali e Pci dal 1958 al 1991, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 319). Di fronte a persona, del resto, arrendevole è pienamente partecipe del campo semantico di docile, tollerante, remissivo ecc., tutti aggettivi che introducono l’argomento attraverso con. Dunque, arrendevole, se si specifica l’argomento, preferisce introdurlo con a, se si tratta di cosa, e con con, se si tratta di persona. Ma tanto con cosa quanto con persona si trova anche verso, come attestano il GRADIT, il Nuovo De Mauro e vari documenti anche ottocenteschi di Google libri, dove si leggono passi come questi: “La beneficenza chinar si dovrà più arrendevole verso gli sventurati” (in una traduzione del De officiis di Cicerone fatta da Tommaso Gargallo: I tre libri degli Offizj o Doveri della vita, Milano, Silvestri, 1833, p. 160); “Il signor Méline si è dimostrato più arrendevole verso il Vaticano” (Cose straniere: Francia, “Civiltà cattolica”, VII, 1105, 1896, pp. 110-116: p. 114); “la consuetudine parlamentare […] si è mostrata assai arrendevole verso le dimande dell’amministrazione del momento!” (Rodolfo Gneist, Il bilancio e la legge secondo il diritto costituzionale inglese, Firenze, Le Monnier, 1869, p. 57). Verso sembra dunque preposizione non specializzata in reggenza da arrendevole, mentre con e a paiono dividersi tra argomenti di persona e argomenti di cosa. Tuttavia, con è attestato (e non da oggi) anche davanti a cosa, come in “è mite ed arrendevole con tutte le manifestazioni del cervello pensante. (Luigi Alberto Villanis, Il Processo e il Supplizio di Cesare Lucatelli, “Gazzetta letteraria”, 1894, pp. 315-321: p. 321), e a anche davanti a persona, come in “io incomincio a essere più arrendevole a me medesimo” (Il tesoro cattolico. Scelta di opere antiche e moderne atte a sanar le piaghe religiose e politiche che affliggono l’odierna società, Napoli, Società Editrice, 1856, p. 51). Ma mi atterrei alle predilezioni dell’uso e continuerei a distinguere le reggenze di a e di con a seconda che segua cosa o persona, fermo restando che è disponibile verso per ogni destinazione. Infine, veniamo ad arrendista, di cui chiede un lettore. La parola, sostantivo o aggettivo, significa ‘chi/che è incline, favorevole, disposto ad arrendersi, preferisce la resa (alla prosecuzione della lotta)’. È derivata sempre da arrendere, come attendista lo è da attendere, e come attendista è mediata da attendismo (i nomi in -ista derivano perlopiù da sostantivi), così arrendista lo è da arrendismo, anche se le due parole non hanno per il momento fortuna lessicografica (non sono registrate neppure tra i Neologismi del portale della Treccani). Arrendismo però circola in rete e Google libri ne attesta la presenza già in testi degli anni Sessanta-Settanta, come in Agostino Palazzo, Organizzazione sociale e vita di comunità (Bari, Edizioni del Levante, 1960 p. 60): “un vago sentimento di arrendismo”, e in Il fascismo dalla polemica alla storiografia, a cura di Lucia Li Pera (Firenze, D’Anna, 1975, p. 82): “le esitazioni, l’arrendismo, l’impotenza dei riformisti”. La forma arrendista, che interessa al lettore, è coeva (spesso la famiglia -ismo e -ista è composta da “coetanei”) di arrendismo; ce ne sono attestazioni su Google libri degli anni Settanta-Ottanta che non sembrano refusi (o erronee letture) per attendista: per es. “estremamente arrendista nei concetti” (“La Battana”, VII-VIII, 1970, p. 65); “di fronte alla politica arrendista del governo” (“Critica marxista”, XI, 1973, p. 148); “arrendista, remissivo” (Antonella Cammarota et al., La sindacalizzazione tra ideologia e pratica: il caso italiano, 1950-1977, Roma, Lavoro, 1980, p. 35). Oggi si dice e scrive perfino in Parlamento: il disegno di legge in discussione è “figlio” di quella cultura “buonista” e “arrendista”, di quella cultura indultiva che non è la cultura di cui ha bisogno il nostro Paese. (Resoconto stenografico della seduta 193 del 17/2/2014 del Senato della Repubblica) Inutile dire che arrendista è (come del resto arrendismo) una parola che emerge quando purtroppo ci sono guerre. Sul “Corriere della sera” del 6 settembre 1997 l’aggettivo arrendista viene usato per tradurre in italiano un’accorata dichiarazione di Lea Rabin (di straziante attualità), che criticava il leader laburista Barak perché “fa una politica troppo passiva, debole, arrendista” (Lorenzo Cremonesi, Netaniahu blocca il ritiro dai territori arabi). Di recente, la guerra tristemente tornata in Europa con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia “ha creato un nuovo personaggio televisivo e sui media: l’arrendista” (blog di Massimo Masi, 14/3/2022), di cui si legge qui una buona definizione: sia il pacifista che l’arrendista vogliono la pace. Ma il primo la cerca tutelando la libertà della nazione lesa. Mentre il secondo pone la resa e la perdita della sovranità di un popolo come prezzo accettabile, pur di giungere alla fine del conflitto. (Massimo Marnetto, Pacifista/arrendista, “Articolo 21”, 5/5/2022) Insomma, non è proibito usare questo derivato, che ha fatto la sua comparsa in italiano da oltre cinquant’anni, almeno. Forse sarebbe stato meglio che non si fosse sentito il bisogno di rilanciarlo in questi ultimi anni. E veniamo alla domanda su inarreso, fatta da un lettore. Anche questo aggettivo della famiglia di arrendersi è ancora lontano dall’accoglienza lessicografica ed è di uso (a quanto ne so) relativamente recente, anche se coniato secondo una procedura classica, prefissando l’aggettivo arreso con in- negativo. Cercandone su Google attestazioni (non ne mancano), è suggestivo notare che si accompagna volentieri al nome e all’opera di grandi scrittori, quasi dettato dal desiderio, in chi lo usa, di ricorrere a una parola non scontata, colta per la sua rarità, adeguata al rango della persona cui si unisce, cercando il contrario di arreso nel suo stesso etimo, senza uscirne con resistente o irriducibile o tenace o (Dio non voglia) l’oggi abusato resiliente. Ecco allora inarreso in un articolo dello scrittore Antonio Moresco, Leopardi insurrezionale, in “Il primo amore”, 29/7/2019: “Leopardi, poeta, scrittore e pensatore inconciliato, inarreso”; in uno di Chiara Fenoglio, che parla di Giuseppe Pontiggia (Pontiggia leopardiano, in “Doppio zero”, 7/6/2023) che a sua volta riflette su Leopardi: “commuove il Leopardi inarreso che vede nella poesia non solo una forma di consolazione ma un accrescimento di entusiasmo”; di nuovo in un saggio di Moresco (che evidentemente ama questo aggettivo) nella prefazione a Franz Kafka, Lettere a Milena (Milano, Feltrinelli, 2024, s.i.p.): “Kafka pur con tutta la sua delicatezza e mitezza era… un inarreso, un insorto”. Per altro si può trovare l’aggettivo, invece senza pretese di eleganza letteraria ma per gusto di espressività, già in un romanzo di Marcello Venturoli del 1965 (Lo sprecadonne, Milano, Rizzoli, p. 196): “Incrociò le braccia e abbassò la testa nel modo inarreso dei Preistoria”. Non dovrebbe essere difficile reperirne anche attestazioni più antiche. Ma tanto basti per dichiararlo accettabile, anche se il correttore di Google, che non lo conosce, si ostina considerarlo errato.
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