Consulenza linguistica | OPEN ACCESS

SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Una forma ignorata dai dizionari: i dipressi

Luigi Matt

PUBBLICATO IL 30 gennaio 2026

Quesito:

Una lettrice straniera, studiosa e traduttrice dell’opera di Carlo Emilio Gadda, chiede se il sostantivo plurale dipressi ‘vicinanze’ che si legge in un passo del Giornale di guerra e di prigionia (“Oggi scesero nei nostri dipressi, una ventina di granate, credo da 105, dirette a noi”), non registrato dai dizionari, sia un’invenzione dell’autore.

Una forma ignorata dai dizionari: i dipressi

Com’è noto, la prosa di Gadda accoglie termini di ogni tipo: arcaismi, latinismi, forestierismi, dialettismi, tecnicismi. Frequenti sono anche le parole create dall’autore, o impiegate in modo deviante rispetto agli usi comuni (dal punto di vista grammaticale o semantico): ne sono state censite finora molte centinaia, e tante altre attendono ancora di essere descritte. Di fronte a una voce di cui i dizionari non danno conto viene quindi naturale chiedersi se si tratti di un’invenzione.

Oggi disponiamo di strumenti informatici che permettono di riscrivere la storia delle parole; in particolare è facile verificare che molte voci assenti nella lessicografia hanno conosciuto usi a volte anche piuttosto ampi. È proprio questo il caso della forma in questione.

Partiamo dal singolare dipresso. Quasi tutti i dizionari lo registrano specificando che il suo uso è limitato alla locuzione avverbiale a un dipresso, che ha valore modale: il significato è ‘press’a poco, all’incirca’. Fa eccezione lo Zingarelli 2026, che segnala anche, marcandolo come arcaico, un uso autonomo, nel significato di ‘vicino, da vicino’; esso viene documentato con un esempio duecentesco di Guido Cavalcanti: “mi saluta tanto di presso l’angosciosa Morte”. Si noterà che la separazione grafica tra di e presso indurrebbe anche in questo caso a parlare di locuzione avverbiale. In realtà, la questione è tutt’altro che pacifica: va tenuto presente che nei manoscritti medievali di norma le parole non erano separate, ma scritte continuativamente; eventuali alternanze tra forme univerbate e no sono dovute unicamente alle scelte dei curatori delle edizioni moderne.

Quello di Cavalcanti non è un uso isolato; interrogando il Corpus OVI dell’italiano antico si rintracciano numerose attestazioni trecentesche; se ne riportano alcune:

ucideva i marsigliesi e dipresso e di lunge oltre novero. (I fatti dei romani. Edizione critica dei manoscritti Hamilton 67 e Riccardiano 2418, a cura di David P. Bénéteau, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2012, p. 343)

Manifeste so’ le cagioni della battaglia, e dipresso si combatte con l’armi. (Eneide, volgarizzamento di Ciampolo di Meo Ugurgieri, Pisa, Edizioni della Normale, 2018, pp. 187-490: p. 361)

Chi porrà mente dipresso e cchie entrerrà nelle nostre case saprà che nnoi siamo molto diversi dagli altri. (Pistole di Seneca, volgarizzamento anonimo, in Marco Baglio, Per l'edizione del volgarizzamento trecentesco delle Epistulae morales ad Lucilium di Seneca. Tesi di dottorato, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1999, p. 301)

Allora quella più dipresso vegnendo, nell’estrema parte del mio letto si sedette. (Boezio, Della filosofica consolazione, volgarizzamento di Alberto della Piagentina, in Il Boezio e l'Arrighetto nelle versioni del Trecento, a cura di Salvatore Battaglia, Torino, UTET, 1929, pp. 3-209: p. 17)

In seguito dipresso ha avuto un’evoluzione simile a quella dell’avverbio dintorno, che da un certo punto in poi si è usato anche come sostantivo, in particolare al plurale, nel significato di ‘vicinanze’. Così dipresso ha dato luogo a i dipressi. Questa forma sembra essere presente in italiano solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ma ha conosciuto presto una buona diffusione. Le numerose attestazioni reperibili (grazie all’interrogazione di Google libri) fino ai primi decenni del Novecento hanno un elemento in comune: appartengono tutte a scritture giornalistiche o tecniche, in ogni caso non letterarie (ciò che spiega il mancato accoglimento anche in un dizionario di vasta mole come il GDLI). Se ne riportano alcune (a partire dalla più antica):

Ordine […] di accettare e dar corso alle insinuazioni che in oggetti ipotecarj vengono prodotte riferibilmente ad immobili compresi nei dipressi della provincia di Venezia. (Raccolta degli atti ufficiali dei proclami ec. emanati e pubblicati in Milano dalle diverse autorità durante L’I.R. Governo militare dal 6 Agosto 1848 al 31 Marzo 1849, vol. I, Milano, Pirola, [1849?], pp. 675-76)

nel corso del 1883 il Nordenskiöld intraprende un viaggio con l’intento d’esplorare la costa orientale della Groenlandia nei dipressi del circolo polare. (Vincenzo Caccioppoli, Al polo artico, “Rivista marittima”, XXII [1889], 4, pp. 193-211: 202)

si noti che il Libro Pontificale non dice in Ferentinello, ma in territorio, ossia in quei dipressi. (Padre Mariano [al secolo Giuseppe] Colagrossi, Sull’origine del cimitero al decimo miglio della Via Latina, “Roma e l’Oriente”, III [1913], pp. 368-82: 382)

A tutt’oggi il termine è relativamente comune, e compare episodicamente in opere letterarie, come dimostrano queste attestazioni recenti, tratte da testi narrativi:

Si ha ragione di ritenere, infatti, che i diletti morti siano contenti che si pasteggi in comunione, nei loro dipressi. (Gaetano Cappelli, Il primo, Venezia, Marsilio, 2013, [20051], ed. digitale)

Potrà trovare la Boccalona alla stazione o nei suoi dipressi. (Manlio Santanelli, Racconti mancini, Napoli, Guida, 2011, [20071], ed. digitale)

viene spedito dai Pregadi sulle montagne del Friuli ad aspettare i turchi, se costoro decidessero mai di riaffacciarsi nei dipressi. (Pietro Gattari, Il Duca. Il romanzo di Federico da Montefeltro, Roma, Castelvecchi, 2017, [20131], ed. digitale)

Sarebbe quindi opportuno che i dizionari registrassero quest’uso, eventualmente apponendo una marca come “non com.”, o simili (anche se bene attestato, non lo si può dire davvero corrente).

Ricostruita la storia della forma, rimane da valutare la sua presenza nella scrittura di Gadda. Bisogna considerare che il Giornale di guerra e di prigionia, pubblicato per la prima volta nel 1955, è un diario tenuto quotidianamente da un giovane ufficiale al fronte (e poi in un campo di detenzione), le cui pagine, come risulta evidente dai manoscritti, sono state stese di getto, e non sottoposte a interventi successivi. Se a tratti emerge già un’attitudine autenticamente letteraria, in molti passi la scrittura è invece priva di qualsiasi ricerca formale. A questa seconda tipologia appartiene l’annotazione che contiene dipressi: Gadda ha qui usato un termine che aveva potuto incontrare nelle sue letture tecniche (era infatti studente di Ingegneria), certamente senza particolari intenti espressivi.

È interessante notare che consultando le concordanze gaddiane (curate da Maria Luigia Ceccotti e Manuela Sassi, rese disponibili sin dal 2004 dall’Istituto di linguistica computazionale del CNR di Pisa) si può accertare che l’occorrenza del Giornale rimarrà isolata. Viceversa, la locuzione modale a un dipresso compare in più opere, come d’altronde prevedibile: la sua appartenenza a un registro colto la rende perfetta per la scrittura di Gadda.


Copyright 2026 Accademia della Crusca
Pubblicato con Attribution - Non commercial - Non derivatives (IT)