Consulenza linguistica | OPEN ACCESS

SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Due suffissi per nascondersi: il piacere di essere anonimi

Livio Gaeta

PUBBLICATO IL 28 gennaio 2026

Quesito:

Alcuni lettori ci chiedono se sia possibile usare il sostantivo anonimità in luogo di anonimato.

Due suffissi per nascondersi: il piacere di essere anonimi

Il quesito sollevato dai lettori riguarda l’uso e la differenza di significato dei derivati anonimato e anonimità, formati con due regole di formazione delle parole che coinvolgono rispettivamente i suffissi -ato e -ità. Entrambi i suffissi sono produttivi nell’italiano attuale nella misura in cui si incontrano con entrambi chiari casi di neologismi, come si mostra con l’esempio di derivati deonomastici (Gaeta 2010): “Segno che il Silvierato è solo la fase suprema del Berlusconato” (Maria Novella Oppo, Silvierato, “l’Unità” 30/3/2004, p. 1); “Trump era così tante cose (orribili) che è difficile scegliere le caratteristiche che definiscono la Trumpità” (Umberto De Giovannangeli, Trump-story. I sei momenti topici del fascio-presidente, Globalist.it 22/1/2021). I due suffissi si differenziano tuttavia sia dal punto di vista della selettività, dal momento che l’uno seleziona in genere basi nominali mentre l’altro basi aggettivali, sia in termini di generalità semantica, cosa che si riflette sulla loro disponibilità, cioè sulla numerosità delle formazioni che li contengono, che è sostanzialmente diversa.

Il suffisso -ità, che presenta l’allomorfo -età nel caso di basi terminanti in -io come medietà, sazietà, varietà, ecc., forma nomi a partire da basi aggettivali. Il suo significato derivazionale – che corrisponde al significato del suffisso una volta sottratto il significato della base lessicale – è riassumibile generalmente nel cosiddetto nome di qualità che crea “nomi per riferirsi alle qualità espresse dagli aggettivi base, [per fare in modo] di trattarle come delle entità” (Rainer 2004a, p. 293). In termini concreti, il significato del suffisso -ità è generalmente parafrasabile per mezzo del significato derivazionale ‘condizione o stato di Aggettivo, l’essere Aggettivo’, anche se presenta una serie di possibili significati derivazionali anche più specifici, ad esempio in mortalità ‘il numero dei decessi’, scolarità ‘frequenza effettiva alle scuole’, ecc. (si veda la breve discussione in Rainer 2004a, pp. 293-295), Questo significato derivazionale ben corrisponde al significato del derivato anonimità, che è per altro già noto alla lessicografia italiana, ad esempio nel GDLI Supplemento 2004, s. v., dove troviamo il significato di ‘condizione, natura di ciò che è anonimo’ e l’esempio tratto da Alberto Moravia (Viaggi. Articoli 1930-1990, a cura di Enzo Siciliano, Milano, Bompiani, 1994, p. 909): “Il prodotto in serie si distingue subito da quello artigianale per una maggiore uniformità, anonimità e praticità”. La considerevole produttività di -ità è parzialmente limitata dal suo concorrente principale, il suffisso -ezza, che appare preferibilmente – ma non esclusivamente: si vedano densità, rarità, ecc. – selezionato da basi aggettivali bisillabiche come bellezza, vaghezza, ecc., mentre -ità si combina con basi aggettivali più lunghe, come nel caso di anonimo, a eccezione di quelle terminanti in -to come in compostezza, segretezza, ecc. (Rainer 2004a, p. 299).

Oltre ad anonimità, troviamo un altro nome di qualità derivato da anonimo, cioè anonimia, che è formato con il suffisso -ìa, anch’esso impiegato per formare nomi di qualità in un ristretto numero di basi come allegria, codardia, ecc. Il suffisso -ìa è da considerarsi in generale improduttivo, a eccezione di basi aggettivali formate con materiale lessicale di provenienza greca come anglofilia, autonomia, misoginia, ecc., con le quali è largamente diffuso, soprattutto nei linguaggi settoriali. A tal proposito, il significato associato ad anonimia in GRADIT (2007) indica ‘l’essere privi, mancanti del nome dell’autore’, specialmente a proposito di testi, opere d’arte, ecc. Inoltre, con anonimia compare un altro significato molto specifico che risale alla nomenclatura filosofica heideggeriana: ‘condizione di inautentico dell’essere umano’, ed è chiaramente il calco di un conio intenzionale del filosofo tedesco. Si noti che con basi contenenti materiale lessicale di provenienza greca -ìa entra in teoria in concorrenza con -ità. Tuttavia, anche se ci aspetteremmo che -ità sia “bloccato dalla restrizione morfologica più specifica che lega -ia ad aggettivi in '-nimo (blocco da regola a regola)”, osserviamo come “per lo meno alcuni di questi tipi aggettivali appartengano anche al dominio di -ità”, il che “è provato da neologismi occasionali come anonimità (BC [ndr: Bencini e Citernesi 1994]), comedogenità (Gente 26/4/1990, 13) o idrofilità (GDLI)” (Rainer 2004a, p. 305; sul fenomeno del cosiddetto blocco lessicale si veda in generale Gaeta 2015). In altre parole, anonimità sfugge al meccanismo del blocco da regola a regola che limita l’applicazione di una regola di formazione delle parole meno specifica come quella del suffisso -ità, che seleziona aggettivi in genere lunghi più di due sillabe, rispetto a una più specifica come quella di -ìa che seleziona aggettivi lunghi e di provenienza greca. Chiaramente, nel caso in cui l’aggettivo non risponda in toto alle proprietà selettive specifiche, si applica la regola meno specifica, come nel caso di minimità (si veda GDLI, s. v.), derivato da minimo, che pur terminando in '-nimo non è di provenienza greca. Abbiamo visto tuttavia che, a dispetto del supposto blocco da regola a regola, anonimia e anonimità compaiono con significati decisamente diversi nelle maggiori fonti lessicografiche, per cui i due termini non appaiono in concorrenza stretta.

Per quanto riguarda anonimato, Rainer (2004a, p. 312) osserva che si tratta dell’unico vero e proprio caso in cui un cosiddetto nome di status è utilizzato in funzione di nome di qualità. I nomi di status selezionano in genere basi nominali e presentano il significato derivazionale: ‘condizione o stato con riferimento a un determinato ruolo sociale inserito in una gerarchia o in una classificazione’, come ad esempio in ammiragliato, consolato, principato, papato, ecc. Tipicamente, si fa riferimento a un ufficio della gerarchia politica, amministrativa, ecclesiastica o militare, anche se di recente si registrano estensioni ad altri àmbiti in cui il suffisso -ato è moderatamente produttivo come istituti giuridici o costumi sociali ad esempio in “avuncolato (a. 1955; su base latina), caporalato (a. 1978), levirato, maggiorascato / minorascato (a. 1978), matriarcato (a. 1927) / patriarcato, meticciato (a. 1938), padrinato, patronato (riferito al mondo romano) o seniorato” (Rainer 2004b, p. 242), e in tempi più recenti in “formazioni semiserie come cantautorato o capicomicato” (Rainer 2004b, p. 244). Si inscrive presumibilmente in questa serie la creazione di anonimato nel significato di ‘condizione o stato di anonimo’, che nel GRADIT è datata al 1919 e che si sovrappone al nome di qualità anonimità. Il GDLI individua nel francese anonymat un possibile modello alloglotto che, pur essendo una plausibile fonte soprattutto legata al linguaggio tecnico-giuridico (si veda l’esempio tratto da La tribune judiciaire (Paris, Borrani et Droz) di Jean Sabbatier del 1857: “nous éprouvions des difficultés pour obtenir l’anonymat pour la Société”(tomo IV, p. 75) e il suo corrispondente italiano in L’Italia economica (Firenze, G.Civelli) di Pietro Maestri del 1868: “L’anonimato è la forma quasi generale delle società” (p. 259); sono grato a un revisore anonimo per la segnalazione), non è però essenziale per la creazione italiana. Infatti, l’uso di una base aggettivale con il suffisso generalmente denominale -ato può essere legato al fatto che anonimo viene comunemente impiegato in funzione di sostantivo come in Manzoni (I Promessi Sposi, cap. XXXVII, in Opere, Milano, Mondadori, 1954, vol. II, p. 655): “Intorno a don Ferrante, trattandosi ch’era stato dotto, l’anonimo ha creduto d’estendersi un po’ più”, in maniera simile ai casi di celibato e nubilato, in cui il derivato ha valore canonico di nome di status, oltre che di qualità. Comunque sia, una volta stabilizzatosi nella funzione di nome di qualità, anonimato limita o blocca l’impiego degli altri possibili concorrenti discussi sopra, anonimità e anonimia. Stavolta non si tratta verosimilmente di blocco da regola a regola, ma di blocco di un lessema rispetto a un altro possibile (si veda Gaeta 2015 per la differenza), in quanto abbiamo visto che il suffisso -ato presenta una facies selettiva sostanzialmente diversa da -ità e -ìa. Bisogna infine aggiungere che la moderata produttività del suffisso -ato discende anche dalla specificità del suo significato derivazionale, che ne riduce il potenziale derivazionale solo alle basi nominali compatibili.

Per concludere, non sorprende che i parlanti abbiano individuato anonimità come alternativa derivazionale al più diffuso anonimato. Tanto più che quest’ultimo rappresenta un caso unico di impiego del suffisso -ato in altra funzione rispetto a quella sua più tipica di nome di status. A questo proposito, è stato più volte messo in evidenza come il blocco esercitato da un singolo lessema dipenda in maniera diretta sia dalla frequenza della parola che esercita il blocco, sia dalla produttività della regola che forma il derivato concorrente (Gaeta 2015, p. 867). Da questo punto di vista, non stupisce che i parlanti ricorrano al derivato in -ità, la cui ampia produttività è stata evidenziata da studi quantitativi come Gaeta e Ricca (2005). Infine, anonimità emerge anche in competizione con l’altro derivato anonimia, che riflette invece l’impiego del suffisso -ìa, atteso nel caso di basi contenenti materiale lessicale di provenienza greca. Anche in questo caso, data la specializzazione settoriale di anonimia, almeno stando alla documentazione lessicografica, non stupisce l’uso di anonimità, che riflette la grande produttività di -ità oltre che la sua generalità semantica e selettiva, rispetto sia a -ìa che ad -ato.

Nota bibliografica:

  • Bencini e Citernesi 1994: Andrea Bencini e Eugenia Citernesi, Parole degli anni Novanta, Firenze, Le Monnier, 1994.
  • Gaeta 2004: Livio Gaeta, Nomi d’azione, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 314-351.
  • Gaeta e Ricca 2005: Livio Gaeta e Davide Ricca, Aspetti quantitativi della produttività morfologica, in T. De Mauro e I. Chiari (edd.), Parole e numeri, Roma, Aracne, 2005, pp. 107-124.
  • Gaeta 2010: Livio Gaeta, Deonomastici, in Raffaele Simone (ed.), con la collaborazione di Gaetano Berruto e Paolo D’Achille, Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana G. Treccani, vol. I, pp. 351-353.
  • Gaeta 2015: Livio Gaeta, Restrictions in word formation, in Peter O. Müller, Ingeborg Ohnheiser, Susan Olsen e Franz Rainer (edd.), Word-Formation. An International Handbook of the Languages of Europe, Berlino e New York, Mouton de Gruyter, vol. II, pp. 858-874.
  • Rainer 2004a: Franz Rainer, Nomi di qualità, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 293-314.
  • Rainer 2004b: Franz Rainer, Nomi di status, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 241-244.

Copyright 2026 Accademia della Crusca
Pubblicato con Attribution - Non commercial - Non derivatives (IT)