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Parole nuove | OPEN ACCESS SOTTOPOSTO A PEER REVIEW One pot e hot pot (shabu shabu): due modi diversi di cucinare al giorno d’oggiMiriam Di CarloPUBBLICATO IL 20 novembre 2025In questa scheda tratteremo due forme inglesi, diffusesi recentemente in àmbito gastronomico, che presentano come secondo elemento formativo la voce pot, traducibile con la parola italiana pentola e definita nel Cambridge English Dictionary come ‘contenitore, di solito rotondo, usato spesso per cucinare cibo’ (traduz. mia di: “any of various types of container, usually round, especially one used for cooking food”). Con one pot, spesso usato come aggettivo invariabile in italiano (e a volte anche come avverbio), ci si riferisce a una tecnica culinaria che prevede la cottura degli ingredienti “tutti in una sola pentola”. Il sostantivo invariabile hot pot, invece, si riferisce a una pentola calda, posizionata al centro della tavola, tipica della cucina asiatica, direttamente usata dai singoli commensali per cuocere gli ingredienti di una preparazione; per estensione indica anche la preparazione stessa. One pot La parola one pot (anche nella forma univerbata onepot o anche one-pot con trattino) conta nelle pagine in italiano di Google 97.200 risultati (considerando tutte le varianti grafiche; le ricerche sono state aggiornate il 16/6/2025). Seppure ben attestato, il termine non è registrato in nessun dizionario italiano e nella maggior parte dei dizionari inglesi (manca per es. nel Cambridge English Dictionary e nel Merriam-Webster, mentre risulta lemmatizzato senza definizione nel Collins Dictionary); fa eccezione l’OED, in cui è inserito quale aggettivo con la definizione di ‘che è relativo a, o che designa un metodo di cottura tramite cui tutti gli ingredienti sono cucinati in un’unica pentola’ (traduz. mia di “of, relating to, or designating a method of cooking whereby all the ingredients are cooked in one pot”), la cui prima attestazione risale al 1916: One-pot cookery demonstrations... aroused much interest. Less than a halfpennyworth of gas will cook a whole meal for five persons [‘Le dimostrazioni di cucina one-pot... suscitarono molto interesse. Meno di un quarto di centesimo di gas è sufficiente per cucinare un pasto completo per cinque persone’, traduz. mia]. ("Times", 28/6/1916) In inglese si ha la possibilità di rendere aggettivo (o comunque modificatore appositivo) un qualsiasi sostantivo (o sintagma nominale) anteposto al determinato: per fare un esempio check-in baggage indica il bagaglio sottoposto a check in, ossia il bagaglio da stiva; il sintagma, composto grammaticalmente da due nomi (check-in e baggage), è in realtà formato da un determinato (baggage) e da un determinante (il nome check-in), che svolge la funzione di modificatore appositivo/aggettivo. Quindi, a proposito di queste prime attestazioni in inglese, one pot nella funzione di aggettivo/modificatore appositivo, associato alle parole inglesi che significano ‘cucina’, ‘ricetta’, ‘cottura’ ecc., non è un segno certo che esso si fosse del tutto lessicalizzato. La sua progressiva lessicalizzazione in funzione aggettivale è comunque evidente negli anni successivi: sempre l’OED riporta attestazioni risalenti al 1940, 1991, 2001 e registra un notevole incremento di occorrenze dal 1990 al 2010 e poi dal 2017 al 2024 (cfr. OED s.v.). Grazie a una ricerca su Google libri, abbiamo notato che in inglese il termine comincia ad avere largo impiego a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, quando viene utilizzato in una serie di titoli di ricettari, spesso, ma non sempre, come aggettivo. Risale al 1997, in particolare, un libro che ripropone i grandi classici della cucina italiana in versione one pot, in cui leggiamo:
Si nota poi un incremento notevole delle occorrenze nel corso dei primi anni del Duemila, in cui compare prevalentemente come aggettivo (Linda Doeser, One Pot Recipes. Simple Recipes for Stunning Meals, Bath (England), Parragon Publisher, 2004). A one pot si affianca anche one pan, in cui pan indica propriamente una ‘padella’ (dai bordi meno alti rispetto alla pentola). Il significato è spesso simile e sovrapponibile e, anche se il numero maggiore di occorrenze di one pan rispetto a one pot nelle pagine di Google potrebbe indurre a pensare che la parola abbia avuto molto successo, in realtà non è così: i risultati spesso riguardano il sintagma non lessicalizzato (ossia one come numerale e pan ‘padella’) e infatti l’espressione one pan non è registrata né lemmatizzata in alcun dizionario inglese (per l’italiano, cfr. infra). In inglese, recentemente si è avuto un rilancio considerevole di one pot in relazione a una cucina non solo veloce, ma anche economica e a minor impatto ambientale. È proprio per questo che la parola ha cominciato a penetrare nei testi in lingua italiana, nonostante vi sia stata un prima forte ostilità verso il termine, visto che designa la cottura di diverse preparazioni (soprattutto pasta e salsa) in un medesimo recipiente, “mettendo in crisi” la cultura gastronomica italiana. La cucina contemporanea, però, ha necessità diverse rispetto al passato: prima tra tutte la rapidità delle preparazioni e, quindi, l’esigenza di sporcare meno stoviglie. Le prime attestazioni di one pot che siamo riusciti a reperire nei testi in italiano si riferiscono a una particolare sintesi chimica condotta all’interno di un unico contenitore o reattore (cfr. la pagina Wikipedia dedicata alla sintesi one pot). Il termine, associato alla tecnica culinaria di cottura “tutto in una pentola”, comincia ad affiorare nei testi in italiano a partire dal 2015: La pasta al pomodoro che si cuoce usando una sola pentola conosciuta oltreoceano come One Pot Pasta è una vera ricetta sciuè sciuè [‘alla buona’], perfetta per quando non si ha tempo e voglia di sporcare troppe “caccavelle” [‘pentole’]. (Enrica Panariello, Tutto in pentola: pasta al pomodoro One pot, chiarapassion.com, 9/3/2015) Sempre in questi stessi anni viene affiancato da one pan (da notare che nel testo seguente viene proposto il traducente monopentola, creato per prefissazione, il quale conta nelle pagine in italiano di Google un numero trascurabile di occorrenze, ossia solo 155): Sono ricette molto semplici e minimal ma buone, che in inglese chiamano “one pan (o pot) recipes” e sono tra i cavalli di battaglia di Jamie Oliver e Martha Stewart (che ha anche pubblicato il ricettario One Pot: 120+easy meals). Ho cercato un po’ di ricette monopentola, che fossero anche adatte ai gusti dei bambini. [...] La ricetta che mi incuriosisce più di tutte è la one pan pasta di Martha Stewart, in cui pasta e pomodoro cuociono nello stesso tegame. Il risultato mi pare sia una pasta un po’ risottata, che farà storcere il naso a molti italiani, ma che trovo geniale per una mamma che ha poco tempo. (Ricette “one pan” per risparmiare tempo, babygreen.it, 8/2/2016) Anche one pan (che oggi conta nelle pagine in italiano di Google 87.300 risultati) vede una discreta diffusione intorno al 2015-2016 (quando viene anche impiegato all’interno dei quotidiani [2]) e tuttora è utilizzato con lo stesso significato di one pot [3], proprio per il fatto che molte padelle moderne (come ad esempio quelle interamente fatte in ghisa) possono essere inserite dentro al forno, dopo una prima cottura sui fuochi, divenendo a tutti gli effetti pentole o, meglio, casseruole: [1] La “One pan pasta” è la nuova tendenza che spopola in Francia: si tratta di preparare la pasta versando tutti gli ingredienti in pentola, aggiungere l’acqua e cuocere. Da buona italiana, sono rimasta scioccata quando ho scoperto questo sistema, nato negli Stati Uniti. Poi, quando le Edizioni Solar mi hanno proposto di realizzare una delle ricette del loro ultimo libro Incroyable pâtes magiques, mi sono detta che era l’occasione buona per farmi un’idea personale di questa moda un po’ bizzarra. (Chiara Selenati, One Pan Pasta alla Norma, blogthatsamore.it, 18/6/2015) [2] Non si contano le tecniche di cottura con cui viene proposta [la pasta]: dalla pentola a pressione al wok, dalla vaso-cottura alla one-pan pasta, risottata, shakerata. (Eleonora Cozzella, Pasta italiana: le sette ricette più amate nel mondo. Da tutelare, repubblica.it, 25/10/2016) [3] One pan significa una padella, che a volte è tutto ciò che serve per portare in tavola un pranzo o una cena di tutto rispetto! In questa gallery abbiamo raccolto ben 20 ricette che si preparano con una sola padella (o a volte una pentola, e in questo caso parliamo di one pot). (20 ricette one pan: tutto in una sola padella!, cucchiaio.it, 15/11/2024) Il termine one pot, comunque, sembrerebbe aver avuto più successo di one pan, come è avvenuto anche in inglese. Una prima impennata di occorrenze del termine one pot in italiano è stata registrata negli anni 2021-2022, quando si è avuto un rincaro notevole dei prezzi del gas. Infatti la cucina one pot ha il vantaggio di ridurre l’uso del gas, concentrando diverse preparazioni in un’unica pentola, e dunque su un unico fornello. Per fare un esempio, la pasta al pomodoro one pot prevede che la salsa di pomodoro (o addirittura i pomodori interi), gli odori, l’acqua per bollire la pasta e la pasta stessa vengano cotti contemporaneamente tutti nella stessa pentola, attraverso un dosaggio preciso dei vari ingredienti (proprio come nella preparazione della paella, in cui tutto si versa in un’unica padella, con un quantitativo preciso d’acqua che, a fine cottura, completamente evaporata, lascia il riso cotto al punto giusto). Si tratta di una tecnica di preparazione non del tutto estranea alla nostra cucina: il minestrone è tradizionalmente una ricetta one pot, così come lo spezzatino, la pasta in brodo, le zuppe e le minestre in generale. Fatto sta che, dal biennio 2021-2022, il termine ha cominciato a diffondersi nei blog di cucina, nei siti collettivi di ricette (in cui spesso compare una sezione dedicata alle preparazioni one pot), e anche sui quotidiani, dove, dopo una prima occorrenza isolata tra virgolette del 2017, il termine compare nelle edizioni di quegli anni: Se fosse stata presentata in una puntata di MasterChef Italia, il giudice Bruno Barbieri l’avrebbe chiamato mappazzone, anzi “super-mappazzone”: un piatto di pasta lunga cucinato, come piace agli americani amanti della comodità, “one-pot” cioè tutto in una sola pentola. (Eleonora Cozzella, Dagli spinaci al pollo (con un tocco di aglio): ecco la carbonara peggiore di sempre, repubblica.it, 28/1/2017) Nel suo nuovo libro tutti i piatti sono invitanti e suddivisi tra ricette one-pot o insalatone per i giorni feriali e lunghi stufati e arrosti per quelli festivi. (Per ogni giorno della settimana, recensione a That Sounds So Good di Carla Lalli Music, “Corriere della Sera”, sez. Cook, 20/10/2021, p. 39) Come la crema di frutta, le frittelle di mais da mangiare con qualunque verdura, l’aglio al forno che diventa ottimo spalmato sul pane, la pasta one pot alle verdure, il riso basmati al forno con i pomodori. Bastano solo olio, aglio e basilico. (Isabella Fantigrossi, «La bluebird», l’attivista silenziosa, “Corriere della Sera”, sez. Cook, 25/5/2022, p. 43) Il termine continua a circolare e la tecnica di cottura one pot sembra tutt’altro che passata di moda: Il termine inglese “one pot” significa letteralmente “una sola pentola”. Ma il concetto è tutt’altro che nuovo: da sempre, in ogni angolo del mondo, la cucina popolare ha saputo valorizzare ingredienti semplici cuocendoli tutti insieme in un unico recipiente. [...] Oggi la cottura one pot è diventata una tendenza globale, grazie anche alla diffusione sui social, ai food blogger e ai libri di cucina dedicati. [...] Imparare a cucinare one pot significa cucinare meglio e consumare meno: meno energia (grazie alla cottura unica), meno acqua (meno pentole da lavare), meno sprechi (si usa tutto quello che si ha), meno tempo. (Cos’è la cottura one pot e perché è importante conoscerla, alimentipedia.it, 18/5/2025) Quest’ultimo esempio riporta one pot in funzione sia aggettivale sia avverbiale (“Imparare a cucinare one pot”), secondo la modalità inglese per cui un qualsiasi nome può svolgere la funzione di modificatore tanto nominale quanto verbale. In italiano one pot compare nella maggior parte delle occorrenze come aggettivo, di solito posposto al nome a cui si riferisce, secondo l’ordine tipico dell’italiano (determinato + determinante): ricette one pot, cottura one pot, tecnica one pot, pasta one pot. Nel caso in cui si associ a pasta o a spaghetti (che in inglese sono italianismi integrali), però, si registrano casi in cui l’ordine dei costituenti è invece quello tipico dell’inglese (determinante + determinato): one pot pasta (come nella prima occorrenza reperita), one pot spaghetti. Questi casi sono interpretabili anche come sintagmi completamente inglesi inseriti in testi in lingua italiana: Come già abbiamo specificato prima, si tratta di una one pot pasta, ovvero di una pasta risottata. Tutti i gusti vengono assorbiti dalla pasta a differenza di quando la pasta viene scolata e aggiunto il sugo. Qui gli spaghetti cuociono nel sugo. (Spaghetti all’assassina: 1 One Pot Pasta Piccante per te, corsidicucinavegan.com, 28/4/2024) Interessanti sono anche i casi in cui one pot compare come sostantivo, per riferirsi non solo alla tecnica di cottura “tutto in un’unica pentola”, tanto al femminile [4] [5] quanto al maschile [6] [7], ma anche a un particolare tipo di elettrodomestico o anche pentola a pressione con cui è possibile eseguire questo tipo di cottura (chiamato altresì multi-cooker e descritto in italiano come ‘pentola a pressione (elettrica) multifunzione’); in questi casi one pot può anche far parte di marchionimi, insieme a instant pot [8] (da notare che a volte l’articolo determinativo eliso non aiuta a comprendere il genere grammaticale della parola): [4] In realtà sono pochi i motivi per i quali non scegliere una one pot. Uno di questi può essere la poca praticità se dobbiamo cucinare per tante persone. (One pot pasta (e non solo), cos’è e come si prepara in un’unica pentola, corriere.it, sez. Cook, 10/8/2023) [5] Allora abbiamo deciso di prendere spunto dalla cucina iberica per realizzare una one-pot di riso ispirata ai colori e profumi dell’orto di primavera; la one-pot paella vegetariana di riso rosso. (One-pot paella vegetariana di riso rosso, ricette.giallozafferano.it) [6] Dal brasato di manzo allo stufato di lenticchie, dal gulash alla paella, la cottura “tutto insieme” vanta una lunga carriera alle più svariate latitudini. Ma cos’è un one pot, di preciso? Si tratta di una preparazione per cui si utilizza, a seconda, una sola pentola o un solo tegame. (One pot: tutti per una (pentola), una per tutti!, migusto.migros.ch) [7] Se avete voglia di riso con verdure, vi consigliamo di preparare un one-pot di riso. Si tratta di un piatto unico ricco di gusto nutriente, da provare assolutamente. (Il riso è la soluzione ai pasti estivi: ecco alcune ricette, cosmopolitan.com, 29/5/2022) [8] La pentola a pressione One Pot può cuocere a vapore verdure, frutti di mare e persino dolci grazie all’inserto aggiuntivo. (Pentola a pressione WMF One Pot, wmf.it) In definitiva, one pot avrebbe dei corrispondenti italiani che possono svolgere le stesse funzioni del prestito inglese, ossia quella di aggettivo (come il già citato monopentola: es. cottura monopentola) e quella di sostantivo (come il sintagma piatto cotto tutto in una pentola), ma finora queste soluzioni non hanno avuto successo. Hot pot Passiamo ora a hot pot, che, considerando anche le varianti grafiche hot-pot e hotpot, conta, nelle pagine in italiano di Google, 271.000 risultati e che, ricordiamo, indica una pentola calda posizionata al centro del tavolo e, per estensione, la vivanda che vi viene cotta all’interno. In questo caso si tratta di un prestito inglese entrato in italiano solo come sostantivo, riferito a una tecnica o a un piatto di origine cinese, o, più genericamente, orientale. A differenza di one pot, è registrato in tutti i dizionari inglesi: in particolare l’OED specifica che il primo significato in inglese, ossia quello riferito a una particolare bevanda calda (in questo significato la parola è usata soprattutto nell’inglese parlato solo in alcune regioni), è ormai raro, così come rimane marginale il significato, proprio dell’inglese d’Australia, di ‘cavallo ampiamente favorito nelle gare ippiche’, mentre sono ampiamente diffusi sia il significato di ‘spezzatino’, ‘stufato’ (in relazione a una tradizionale preparazione inglese), sia quello con cui il termine è entrato in italiano, ossia ‘nella cucina orientale asiatica, un piatto composto da piccole strisce di carne, verdure ecc., immerse dal commensale in un brodo bollente; la pentola metallica usata per cucinare o servire questo piatto’ (traduz. mia della definizione dell’OED: “In East Asian cookery: a dish consiting of thinly sliced meat, vegetables, etc., dipped in boiling stock by the diner at the table; a metal pot used for cooking or serving such a dish”). Dobbiamo precisare che il termine hot pot (assieme anche al meno diffuso firepot) nasce nella cultura occidentale per tradurre il cinese huǒguō, ossia letteralmente ‘pentola di fuoco’. Le prime attestazioni riportate dall’OED risalgono al 1921 e al 1969 (con bel salto temporale di quasi cinquant’anni): At the Chinese banquet...he went through the forty courses – including...the famous Manchurian hot-pot [‘Al banchetto cinese, provò le quaranta portate, tra cui il famoso hot-pot manciuriano’, traduz. mia]. (“Punch”, 23/11/1921) We dipped our chopsticks into the hotpot to snare tidbits of beef from the mizutaki [‘Immergemmo le nostre bacchette nell’hotpot per pescare i bocconcini di manzo dal mizutaki’, traduz. mia].(“Saturday Review” [U.S.], 13/9/1969) Non entriamo nello specifico della storia della parola in inglese e concentriamo su quella in italiano, in cui la parola si riferisce solo alla pentola e alla vivanda orientale. Una prima isolata attestazione risalente al 1973 si ha nel “Corriere della Sera”, in cui hot pot compare come nome proprio di un ristorante in Nepal: Basta fare un giro nei locali come l’Hot pot, la Cabine, l’Hascisc Den, nei quali si è continuamente cullati dalla musica, per sentire commenti amari: «Peccato – afferma un giovane tedesco con gli occhi sognanti – ci toccherà fare come in tutti gli altri paesi: fumare di nascosto». (Vietato vendere droga nel Nepal, “Corriere della Sera”, 16/7/1973, p. 14) Anche oggi hot pot è usato spesso come nome proprio di ristoranti asiatici (di solito cinesi) che propongono il brodo caldo al centro del tavolo, secondo la tecnica di cottura che prevede l’immersione di strisce di carne o vegetali al suo interno. Per completezza ricordiamo che l’hot pot può prevedere una pentola calda con fornello sottostante al cui interno bolle un brodo in cui si cuociono direttamente gli ingredienti presenti sul tavolo, oppure una pentola calda al cui interno c’è un brodo caldo che serve solo a insaporire ingredienti precedentemente cucinati e portati al tavolo. La prima attestazione che siamo riusciti a reperire in italiano risale al 2005, in un blog di viaggi: In una via laterale di Quienmendaje sono specializzati in Hot Pot, la così detta bourgignonne [sic] cinese, fatta col brodo e accompagnata da ogni tipo di verdura e carne. Guardate i vostri vicini di tavolo ed indicate cosa volete mangiare così fate prima! Praticamente nessuno in quella via parla inglese o altro ed i menù [sono] solo in cinese. (Un piccolo pezzo di Cina 2005, virna.it) Come mostra l’esempio, la parola, soprattutto nelle prime attestazioni, oltre a comparire spesso con la maiuscola (Hot Pot o Hot pot) è accompagnata da una spiegazione, di solito data attraverso il riferimento a un’altra preparazione che prevede la condivisione di un piatto centrale da cui attingere a tavola, come, appunto, la bourguignonne francese o anche la fonduta valdostana. Il termine comincia a comparire sui quotidiani intorno al 2016-2018: Il jet-lag è peggiore quando si viaggia verso oriente ma, dopo aver dormito fino all’una del pomeriggio, la fame ci spinge ad avventurarci nel quartiere di ristorantini e centri massaggi nei pressi dell’hotel, dove Sean sceglie di farci assaggiare l’hot pot, la ‘pentola calda’. In mezzo al tavolo c’è una piastra termica sulla quale viene posta una pentola di brodo bollente nel quale ognuno può cuocere vari tipi di carne e verdure che poi vanno intinte in una vasta scelta di salse, quasi tutte esotiche e piccanti. È ottima e divertente. (Eugenio Finardi, quarant’anni di musica ribelle: il tour sbarca in Cina. Il suo diario, repubblica.it, 3/7/2016) Tutto è scritto in cinese: non perdete l’Hot Pot, il brodo piccante in cui si cucina al tavolo quello che volete. (Simone Marchetti, Cucina etnica a Milano: 5 indirizzi (poco noti) da non perdere, repubblica.it, 21/11/2016) Hot Pot, Mongolia. È la fondue cinese. Un pentolone di brodo nel quale ognuno cuoce carne, pesce o verdure. (Valerio M. Visintin, Il giro del mondo in 80 piatti, “Corriere della Sera”, 17/10/2018, pp. 6-11: p. 7) E al banchetto sono stati proposti: hotpot (una pentola di brodo messa al centro tavola dove si immergono verdure e carne) e spaghetti freddi. (Guido Santavecchi, Il «soju», due cene e molte incognite. La Nord Corea è pronta a rinunciare alle armi?, “Corriere della Sera”, 10/3/2018, pp. 12-13: p. 12) La parola hot pot ha continuato a essere impiegata ininterrottamente fino ai giorni nostri ma ha visto un incremento di occorrenze a partire dal 2022 e poi, ancor più massicciamente, dal 2024: infatti, nel periodo della pandemia, le attestazioni non sono aumentate di molto, visto che la preparazione poteva non risultare sicura dal punto di vista sanitario a causa della condivisione di cibo da parte di più commensali. La nostra analisi è confermata dal grafico di Google Trends, che riassume le ricerche effettuate tramite il motore di ricerca Google in Italia, per una determinata parola (in questo caso hot pot): Similare è il grafico per la variante univerbata (che non riportiamo). A differenza di one pot, che compare spesso associato a nomi di ricette e ricettari, hot pot viene usato all’interno di testi che descrivono alcuni paesi dell’Asia orientale e i loro piatti tipici penetrati anche in Occidente o i ristoranti asiatici che si dedicano a questa preparazione:
In questa nuova moda, dettata anche dai cordoni della borsa che in tempi economici non brillantissimi bisogna stringere, non spopola soltanto il fast food americano. Ma pure sale da karaoke, ristoranti di hotpot della catena Haidilao e le hamburgerie cinesi Wallace: queste ultime hanno lanciato una promozione “pasto nuziale” a 79 yuan (10 euro). (Gianluca Modolo, Hamburger, Happy Meal e pollo fritto al posto dei fiori: in Cina il matrimonio si festeggia al McDonald’s, repubblica.it, 24/10/2024) Domani Shoo Loong Kan, ristorante in via Farini specializzato in hot pot, ospita lo spettacolo tradizionale «Mille volti» con il performer in spettacolari abiti di scena che cambia maschera in un battito di ciglia. (Laura Vincenti, Il Capodanno cinese nel segno del serpente «Saggezza e rinascita», “Corriere della Sera”, sez. Milano, 27/1/2025, p. 5) A testimonianza della diffusione della parola in Italia, segnaliamo la pagina di Wikipedia dedicata all’hot pot, l’esistenza di prodotti liofilizzati commercializzati dai supermercati chiamati con questo nome, e, soprattutto, come dicevamo, la presenza nelle grandi metropoli (soprattutto Milano e Roma) di nomi di ristoranti con la parola in questione (spesso associata al nome di una città o di un distretto/regione dell’Asia). Dobbiamo rilevare, inoltre, che il sintagma hot pot (cfr. l’islandese heiti potturinn) può anche indicare una vasca all’aperto piena d’acqua calda o bollente, condivisa da più persone, tipica dell’Islanda [10] [11], ma recentemente diffusa anche in altri paesi freddi come la Svizzera [9] e l’Austria [12]. Risulta ancora difficile capire se hot pot, con questo diverso significato, nasca dall’associazione metaforica della piscina d’acqua bollente con la preparazione/pentola asiatica o dall’associazione di pot ‘pentola’ con la vasca, spesso di modeste dimensioni, paragonabile (forse ironicamente) al contenitore dedicato alle preparazioni culinarie (risulta altresì difficile stabilire se l’islandese heiti potturinn sia un calco dall’inglese o se sia una parola autoctona): [9] E per rilassarsi sotto il cielo stellato c’è il “Laui Hot-Pot”, una grande vasca da bagno all’aperto piena di acqua calda. (Giuseppe Ortolano, Svizzera. Si rinnova storica funicolare a Stoos. Ed è da brivido, repubblica.it, 13/12/2017) [10] Le così dette “hot pots” (heiti potturinn) sono pozze d’acqua calda in cui la temperatura è regolata a 44°C (180° F), una sorta di sorgente calda addomesticata. [...] Gli islandesi sono esperti nel cingere e creare, sia in piccole “pentole calde” sul lato della collina (piccole piscine di acqua calda affondate nel terreno, fatte di qualsiasi cosa – pietra, cemento, vasche agricole riproposte) o complessi di piscine all’aperto con scivoli d’acqua. Ci sono oltre 100 hot pot in tutto il paese... per cui non dimenticate il costume. (Fare il bagno in Islanda, islanda.it, 14/6/2023) [11] Ecco l’elenco dei migliori punti caldi (hot pots) d’Islanda, quelli veri, quelli che si trovano in natura senza nessuna struttura di lusso affianco [sic], quelli che regalano la veracità e l’avventura dell’Islanda. [...] Continuiamo la nostra panoramica tra le piscine termali d’Islanda, in questo caso siamo nei pressi di Hofn, nel sud est dell’isola, quindi incontrerai questo hot pot dopo aver fatto il tour del sud e nei pressi del grande ghiacciaio. (Piscine termali in Islanda: dove fare un bagno caldo in mezzo alla natura, babaviaggia.com) [12] HOT POT, la piscina idromassaggio termale (35°). Rilassatevi nell’acqua calda che ha quasi la temperatura del vostro corpo mentre vi coccoliamo con i getti massaggianti. Godetevi l’aria fresca di montagna e la splendida vista sui monti Nockberge. (Thermal Love. Le cinque piscine termali del Ronacher a Bad Kleinkirchheim, ronacher.com) Come tutti i forestierismi non adattati, nella maggior parte dei casi il plurale di hot pot è invariabile (si legga al riguardo la risposta di Raffaella Setti), ma, come leggiamo negli esempi precedenti, si hanno casi in cui la parola può comparire con il plurale inglese, ossia con l’aggiunta di -s finale. Per quanto riguarda il genere, prevale il maschile, ma non mancano esempi al femminile, per attrazione del traducente pentola e forse anche di vasca e piscina (“una hot pot” ha 486 risultati nelle pagine in italiano di Google mentre “un hot pot” 7.350). Nei casi in cui compare al femminile, il referente sembra essere più il contenitore o la tecnica di cottura che la vivanda al suo interno: Oggi vi faccio vedere cos’è una Hot Pot. L’Hot Pot o Pentola Mongola è una modalità di cottura di provenienza mongola (Mongolia Interna – Cina), conosciuta ed utilizzata in tutta la Cina. (post Hot Pot sul blog michaelrandon.wordpress.com, 13/4/2006) Il mio primo incontro con la hot pot cinese. [...] Confermava lo scenario campestre uno strano centrotavola collegato alla presa elettrica tramite una prolunga: si trattava di una hot pot cinese, fieramente sponsorizzata dal mio collega che non vedeva l’ora di farmela provare. (Simone Franco, Metti una hot pot cinese di Capodanno a Singapore, aftertasteblog.it, 12/1/2021) Il referente indicato da hot pot, ossia la tecnica di cottura che prevede l’immersione di striscioline sottili di cibo in un brodo caldo, è chiamato in giapponese shabu shabu (pronuncia italiana sciàbu sciàbu): il termine così scritto (ossia con il digramma sh anziché sci, usato per lo stesso suono in italiano), che ha origine onomatopeica visto che riprende il suono del cibo immerso più volte nel brodo caldo, è stato traslitterato dal giapponese all’inglese (fatto che giustifica l’uso del digramma sh) e proprio attraverso quest’ultima lingua sembrerebbe penetrato in italiano. Infatti il termine è registrato nell’OED, con prima attestazione del 1970, nel Merriam-Webster e nel Cambridge English Dictionary; in quest’ultimo con la definizione di ‘piatto giapponese che consiste in sottilissime strisce di carne e verdure cucinate al tavolo attraverso l’immersione (per breve tempo) dentro una pentola di liquido caldo’ (traduz. mia di “a Japanese dish consisting of very thinly sliced meat and vegetables that are cooked at the table by dipping them (= putting them for a short time) into a pot of hot liquid”. Attualmente il termine conta 65.800 risultati nelle pagine in italiano di Google (mentre trascurabile è la variante grafica syabu syabu, che ne ha solo 119). Le prime attestazioni sui quotidiani risalgono al 1997 (una sul “Corriere della Sera” e una sulla “Repubblica”): A Tokyo si mangia da Dio. Non si può capire la bontà della cucina giapponese se non la si prova qui. Sushi, Tempura, Shabu shabu, Miso e soprattutto la carne Kobe sono delle vere e proprie leccornie. (Enrico Vanzina, Ricomposto l’asse Roma-Tokyo, “Corriere della Sera”, sez. Cronaca di Roma, 26/4/1997, p. 43) Paolo Villaggio tra geishe e lottatori di sumo. L’amore dell’attore per il sushi, tempura, shabu shabu e qualunque prodotto alimentare dell’Oriente, ha trascinato i Vanzina nell’avventura di Banzai. (Villaggio in Oriente tra sumo e geishe, “la Repubblica”, sez. Spettacoli e Tv, 24/7/1997, p. 39) Attraverso l’archivio della “Repubblica” abbiamo rilevato che il termine comincia a diffondersi già dai primi anni del Duemila, quasi sempre accompagnato da una spiegazione: Hasekura. Uno dei migliori indirizzi giapponesi della capitale. Il bravo chef Ito Kimiji consiglia zuppa (soba) con spaghetti di grano saraceno, sashimi e tempura. Ottimo “shabu shabu”, fonduta di carne e spaghetti di grano saraceno. (Roma in tavola, “la Repubblica”, sez. Roma, 16/11/2002, p. 14) “Amo molto il cibo giapponese” dice Letizia Moratti. Sushi, sashimi e la scoperta dello shabu shabu, carpaccio di carne specialità di Kobe. (Moratti, stop alle nuove tasse, “la Repubblica”, sez. Milano, 14/9/2006, p. 4) Meno di un decennio dopo lo troviamo spesso, sia nei quotidiani sia in alcuni libri, senza una definizione che ne faciliti la comprensione, segno evidente che il termine è riconosciuto sempre da più persone: Oppure lo shabu shabu con acciughe, capperi, gelatina di acetoe [sic] tartufi, che conferma la voglia di osare. (Antonio Scuteri, Pellegrinaggio gourmet da un genio dei fornelli, “la Repubblica”, sez. Viaggi, 5/10/2011, p. 39)
Dal 2017-2018 si assiste a una vera e propria impennata di occorrenze: nella “Repubblica” nel 2018 se ne hanno 3, nel 2019 altre 3, nel 2020 2, poi 1 nel 2021, 1 nel 2022 e 1 nel 2023 mentre nel “Corriere della Sera” 2 nel 2017, 1 nel 2018, 1 nel 2019, 3 nel 2022 e 1 nel 2023, nel 2024 e nel 2025. Proprio nel 2017 nella rivista “Cook” del “Corriere della Sera” viene pubblicato uno speciale sullo shabu shabu. (Alessandra Dal Monte, Che cos’è lo shabu shabu, il piatto giapponese che ha conquistato Milano, “Cook”, corriere.it, 11/2017) La crescente passione per la cultura giapponese dimostrata dagli italiani negli ultimi tempi ha senz’altro favorito la diffusione del termine, che attualmente ha una pagina Wikipedia dedicata e che compare, spesso anche con valore aggettivale, oltre che in molte riviste femminili che trattano cucina leggera e salutare [13], nei nomi di ricette [14] e in siti, blog e libri dedicati al Giappone e alla cultura giapponese [15], nonché in post su X.com [16], oramai quasi senza un spiegazione di accompagnamento: [13] Per alcuni non ha bisogno di presentazioni. Dal 2017, infatti, come scrive il Gambero Rosso, la zuppa Shabu Shabu è diventata estremamente popolare, molto apprezzata anche dai palati occidentali. (Agnese Giardini, La storia della zuppa Shabu Shabu. Una selezione di ingredienti e carni sottili da immergere in una pentola di brodo caldo: ecco come gustare la zuppa virale che ha conquistato TikTok, elle.com, 9/5/2024) [14] Hirohiko Shoda, Shabu shabu di calamaro, chefincamicia.com [15] Lo shabu shabu è entrato a far parte della tradizione gastronomica giapponese nel XX secolo, quando aprì il ristorante Sueshiro ad Osaka, che ne registrò il marchio nel 1955. (Shabu shabu, post nel blog matteoingiappone.it) [15] Lo Shabu-Shabu si prepara con diversi tipi di cibi, il manzo, il maiale, il pollo, i gamberi, il granchio e le aragoste. [16] il ristorante è costruito sopra un enorme tronco di un albero secolare, il Gajumaru (ma con radici in cemento). Succede in #Giappone dove all’interno del Banyan City di Okinawa sorge il Naha Horbor Diner, un curioso locale a 6 metri dal suolo dove servono un magnifico shabu shabu. (commento su X.com di @Serendipity0025 del 14/5/2024) [17] Nella disperazione sto provando a fare sta specie di shabu shabu /nabe (commento su X.com di @roses_symphony del 30/11/2024) In alcuni articoli si può trovare il termine shabu (senza ripetizione, spesso nella variante shaboo), anch’esso di origine giapponese, che indica invece una droga sintetica di origine orientale: La chiamano “ice”, perché sembra un cristallo di ghiaccio purissimo. Ma è conosciuta come crystal, metii, glass (vetro), quartz, ya ba. Il nome più antico, però, è shabu, perché la formula di questa droga sintetica – elaborazione della metamfetamina – è nata in Giappone nel 1873 ed era usata, durante la seconda guerra mondiale dai kamikaze. (Arriva ice, l’ultima droga, “la Repubblica”, sez. Milano, 28/9/2001, p. 1) La chiamano ice, shabu nelle Filippine, Crystal meth, la droga dei poveri. Invece sono cristalli che costano molto: dai 25 ai 30 euro solo per un decimo di grammo, perché l’effetto stimolante dura 14, 15, 16 ore. (Simone Bianchin, Shaboo, la droga dei poveri sta invadendo il mercato, “la Repubblica”, sez. Cronaca, 9/1/2016, p. 9) Il termine shabu shabu, riferito al piatto orientale, risulta comunque molto meno diffuso rispetto a hot pot, forse perché quest’ultimo ha un significato più trasparente per gli italiani, che conoscono, almeno scolasticamente, l’inglese. Concludiamo questa trattazione ritornando sulla differente diffusione di one pot e hot pot, che trova una spiegazione nel fatto che il primo termine si riferisce a una tecnica di cottura “casalinga”, che si può realizzare con ausili domestici (basta una semplice pentola), mentre il secondo termine si riferisce a una tecnica di cottura eseguibile quasi esclusivamente con un’attrezzatura specifica, difficile da trovare se non nei ristoranti specializzati. Nonostante ciò, il primo termine è meno diffuso rispetto al secondo, che risulta in espansione grazie alla presenza rilevante in Italia di persone provenienti dalla Cina e da altri paesi asiatici, e anche alla crescente attenzione posta alle culture orientali, particolarmente amate negli ultimi anni. Infatti, l’introduzione di prestiti integrali nella nostra lingua, anche quando si riferiscono, come nel caso di one pot, a referenti già presenti da secoli nella nostra cultura gastronomica, rende manifesta l’adesione a mode provenienti dall’estero e ha la funzione di rappresentare pubblicamente tale adesione.
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