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SOTTOPOSTO A PEER REVIEW

Cosa si può erogare? L’ente che èroga è erogante o erogatore?

Emiliano Picchiorri

PUBBLICATO IL 12 gennaio 2026

Quesito:

Sono arrivati in redazione diversi quesiti intorno al verbo erogare; alcuni riguardano l’oggetto dell’erogazione: si possono erogare un corso o una lezione? E una fattura può essere erogata anziché emessa? E una multa o una sanzione si erogano? E l’ente che eroga si definisce erogante o erogatore? Altre domande invece riguardano la posizione dell’accento: èroga o eròga?

Cosa si può erogare? L’ente che èroga è erogante o erogatore?

Il verbo erogare, voce dotta dal latino erŏgo, erogāre (composto di ex e rŏgo, rogāre ‘chiedere al popolo di effettuare una spesa pubblica’, quindi ‘di­spensare, elargire, pagare’, cfr. DELI), è attestato in italiano fin dal Trecento col valore di ‘elargire una somma di denaro per uno scopo prestabilito’ (compare per la prima volta nel Breve del popolo di Pisa, uno statuto del 1330, cfr. TLIO). La sua ampia diffusione, però, risale all’Ottocento ed è connessa all’espansione del linguaggio burocratico tipica di questo secolo; non è un caso che nei repertori puristici dell’epoca ci si interroghi sulla sua legittimità: se Lissoni 1831 e Puoti 1845 lo condannano come “latinismo inutile alla nostra lingua, e che usano specialmente i legali, parlandosi di danaro e simile per spendere, impiegare, investire, distribuire” (Puoti 1845), altri lessicografi lo accolgono con favore, soprattutto in virtù della sua presenza in autori dei secoli precedenti: così Molossi 1839-41, Ugolini 1848, Valeriani 1854 e Viani 1858-60, i quali però segnalano la diffusione di altre estensioni di significato che considerano improprie; in particolare, Valeriani scrive: “per Chiamare a sé una causa, come: II Tribunale supremo erogò a sé questa causa, e per Trarre, Pigliare, come: Egli erogò a sé quel canale di acqua, non sono significati ricevuti, e debbonsi perciò schifare […]”. All’origine degli usi citati si colloca la confusione con un altro derivato del latino rŏgo, cioè arrogare. Ancora nel primo Novecento, erogare è fortemente legato all’àmbito burocratico, come osserva Alfredo Panzini: “voce buona o registrata, ma di forte sapore curialesco e degli uffici” (Panzini 1905).

Tra le nuove accezioni che erogare sviluppa nell’Ottocento, è attestato dal 1830 (nel Manuale o sia guida per migliorare lo stile di cancelleria di Giuseppe Dembsher, Milano, C. M. Destefanis) il significato di ‘fornire, mediante appositi impianti, a una rete di distribuzione’ (DELI), in riferimento alla fornitura di elettricità, gas o acqua, che già conosce una registrazione lessicografica in Tramater (1834), dove è documentata l’espressione erogazione d’acqua ‘distribuzione regolata delle acque’. Questo valore, ancora oggi molto comune, è alla base di successivi ampliamenti di significato, che nel corso del Novecento hanno seguito due principali ramificazioni: da un lato si è diffuso il valore generico di ‘generare, sviluppare (energia)’, detto tipicamente della potenza prodotta da un motore; da Google libri se ne ricavano esempi fin dagli anni Cinquanta: “tale motore eroga una potenza massima di 27 CV” (“Humus. Rivista mensile di meccanizzazione agricola”, XII, 1956, p. 2); “Il generatore consiste di una prima parte, che eroga 200 mW a 140 MHz” (“Alta frequenza. Rassegna di radiotecnica, telefonia e acustica applicata”, XXXI, 1962, p. 170); “Questo motore eroga una potenza di 105 HP” (“Eco motori”, VI, 1963, p. 38), ecc. Dall’altro lato, alla fine del Novecento e poi con più decisione nel nuovo millennio, in vari settori aziendali privati e pubblici erogare è diventato di uso comune in riferimento alla fornitura di servizi di ogni tipo: l’azienda può erogare prestazioni ai clienti, un istituto può erogare una consulenza, un ospedale può erogare servizi medici ai pazienti. Qualche esempio dagli anni Ottanta a oggi:

[…] l’ambito nel quale l’istituto eroga prestazioni di ricovero e cura […]. (decreto del Ministero della Sanità del 9 giugno 1983)

[…] la figura del tecnico che eroga la consulenza […]. (articolo in “QA. La questione agraria”, XLI, 1991, p. 110)

In un ospedale, o in qualsiasi altra organizzazione che eroga servizi sanitari, il paziente […]. (Americo Cicchetti, L’organizzazione dell’ospedale, Milano, Vita e Pensiero, 2002, p. 77)

Il colloquio di rimprovero. Viene effettuato quando un collaboratore eroga una prestazione inferiore allo standard. (Pietro Moroni, Capirsi, ascoltare, parlare. Un nuovo approccio alla comunicazione in azienda, Milano, FrancoAngeli, 2005, p. 49)

Il volume è rivolto alle piccole organizzazioni che erogano servizi su commessa. (Fabrizio Di Crosta, Il controllo di gestione nelle piccole imprese di servizi su commessa, Milano, FrancoAngeli, 2012, p. 13)

In questo quadro si spiega l’estensione al significato generico di ‘emettere, rilasciare’, riferito a un documento o a un certificato, che si trova in erogare fattura: per rispondere al dubbio del lettore, l’uso appare del tutto legittimo, vista l’ampiezza del campo semantico oggi abbracciato dal verbo, ma l’espressione più comunemente usata resta di gran lunga emettere fattura.

Non si può affermare lo stesso, invece, per erogare una sanzione, una multa: l’espressione nasce dall’interferenza con il verbo irrogare, tecnicismo del linguaggio giuridico con il valore di ‘infliggere, comminare (una pena)’. Proprio perché irrogare è un tecnicismo, e in quanto tale univoco e insostituibile, in questo contesto appare impropria la sua sostituzione con erogare. Si può osservare, tuttavia, che la somiglianza formale e la tangenza semantica tra i due verbi ha dato luogo a fenomeni di scambio già alla fine dell’Ottocento: nell’edizione del 1890 del Lessico dell’infima e corrotta italianità di Fanfani e Arlìa (curato solo da quest’ultimo) alla voce irrogare si segnalano, tra gli usi “non propri”, quelli di ‘dare, produrre, ferire’: “Carlo irrogò L. 100 pei ciechi. Giulio irrogò una ferita a Paolo” (Fanfani-Arlìa 1890). I due verbi non sono collegati esplicitamente, ma sembra di poter affermare che gli usi menzionati dipendono da una confusione tra irrogare ed erogare presso i parlanti.

Solo in anni recenti, il verbo erogare si è diffuso anche nel settore dell’educazione, in particolare da quando le Università hanno iniziato a erogare didattica, corsi e crediti formativi. L’uso appare in linea con la decisa assunzione di procedure e lessico di provenienza aziendale nell’attuale università italiana, la stessa tendenza per la quale nel linguaggio ministeriale relativo a scuola e università proliferano voci come governance, manager, mission, interfaccia, ecc. (sul tema si vedano Lubello 2014, p. 99 e 2022, p. 36-37). Le prime attestazioni ricavabili da Google libri rimandano al mondo della formazione professionale e provengono, non a caso, da testi di àmbito burocratico o amministrativo: ad esempio, nelle “Rassegna di statistiche del lavoro” (XLIV, 1991, p. 36) si tratta della “spesa per ora formativa erogata” dalle aziende; oppure, nella “Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana”, III serie speciale n. 23, del 12/6/1999, si riporta il testo di una legge regionale del Veneto che regola le “funzioni di gestione dell’offerta formativa erogata direttamente dalla Regione attraverso i propri centri di formazione”.

Nell’ultimo quindicennio, su impulso delle normative ministeriali, il verbo erogare e i suoi derivati (erogato, erogazione, erogabile) sono entrati stabilmente nei regolamenti di tutti gli Atenei italiani. Nella SUA (Scheda Unica Annuale) che i Corsi di studio presentano al Ministero per programmare le attività di ogni anno accademico la denominazione ufficiale della sezione relativa all’offerta formativa è “Didattica erogata”. Pur non comparendo ancora nei vocabolari con specifico riferimento all’istruzione, dunque, questi usi sono di impiego quotidiano tra docenti, amministrativi e studenti di tutte le università italiane. Inoltre, una decisa spinta nella diffusione di erogare e dell’intera famiglia di parole negli ambienti universitari è avvenuta con l’accelerazione alla didattica a distanza impressa dalla pandemia da COVID-19: nel 2020, infatti, tutte le università italiane si sono dotate di regolamenti che hanno adottato, anche nella comunicazione verso l’esterno, espressioni come “modalità di erogazione della didattica”.

Uno dei quesiti riguarda i derivati di erogare, e in particolare la coppia di aggettivi e sostantivi erogatore / erogante. Erogatore è registrato dal 1828 con il valore di ‘colui che eroga’ (in un articolo di Cosimo Ridolfi apparso nel “Giornale Agrario Toscano”) e solo dal 1965 con quello di ‘dispositivo che eroga’ (nel Dizionario Garzanti della lingua italiana, cfr. DELI), significato tutt’oggi molto comune. Erogante è di più recente attestazione e diffusione: si tratta di un participio presente con valore verbale tipico del linguaggio burocratico e amministrativo; da Google libri, l’esempio più antico sembra essere quello contenuto nella Legge sul divorzio, del primo dicembre 1970. Oggi, in àmbito burocratico-amministrativo, i sintagmi ente erogatore ed ente erogante sono entrambi molto diffusi e il loro valore è equivalente, né sembra possibile indicare una maggiore o minore diffusione di uno dei due sintagmi. Nel settore della formazione appare tuttavia più diffuso il sintagma ente erogatore, anche perché è questa la denominazione più comunemente usata nei decreti del Ministero dell’Istruzione e del Ministero dell’Università e della Ricerca relativi al riconoscimento o al finanziamento degli enti di formazione. In altri àmbiti, invece, come in quello sanitario, sembra preferito l’aggettivo erogante, ad esempio nel sintagma unità erogante, usato in riferimento al settore o al singolo medico che fornisce una prestazione sanitaria.

È interessante segnalare, tra i derivati di erogare di recente diffusione, anche l’aggettivo erogativo. Se in passato la forma ha conosciuto un’isolata attestazione come formazione scherzosa di Carlo Emilio Gadda riferita ai bisogni corporali (“[Il bimbo] blocca e domina, alfine, l’erogative sue tendenze. Pipì e pupù signoreggia, a tempo debito serbandole, a vaso predisposto”, I viaggi, la morte, Milano, Garzanti, 1958, p. 262: cfr. GDLI), erogativo si è diffuso nell’ultimo quindicennio in àmbito universitario in conseguenza dello sviluppo della didattica a distanza. Nei documenti emanati dall’ANVUR (ad esempio nelle Linee guida “Valutazione pre-attivazione dei Corsi di studio in modalità telematica” del 23/12/2013) e successivamente nei decreti ministeriali, con l’espressione didattica erogativa si intende il complesso delle attività didattiche a distanza assimilabili alla lezione frontale in aula: si tratta, tipicamente, di videolezioni registrate, nelle quali dunque non è possibile un’interazione attiva da parte del discente; alla didattica erogativa si oppone la didattica interattiva, che prevede invece l’intervento dello studente secondo svariate modalità di partecipazione e condivisione. Questa formazione aggettivale in -ivo è costruita sull’antonimo interattivo e mette in evidenza la direzione univoca insita nel concetto di erogare in quanto ‘fornire, emettere’.

Un’ultima serie di quesiti riguarda la pronuncia delle forme coniugate del verbo erogare. Conformemente all’etimologia, i verbi di formazione dotta che riproducono i composti latini di rŏgo hanno sempre pronuncia sdrucciola: èrogo, èroghi, èroga; l’accento è sulla quartultima sillaba nel caso della terza persona plurale èrogano. In latino questi composti avevano sempre l’accento sul prefisso, perché la o di rogo era breve e quindi comunemente atona: hanno questa accentazione, dunque, verbi della stessa serie come intèrrogo o pròrogo. Come documenta il DOP, nell’Ottocento alcuni di questi composti conoscevano anche la pronuncia piana: l’accentazione abrògo prevaleva, ad esempio, su quella oggi più comune àbrogo; per altri verbi la pronuncia piana ha resistito meglio (irrògo e surrògo) o è rimasta praticamente l’unica (arrògo). Come per molte accentazioni sdrucciole, la tendenza allo spostamento sulla penultima sede non è recente, ma compare già nell’Ottocento: lo testimonia, ad esempio, il Dizionarietto di ortografia e pronuncia di Rigutini (1897), che contrasta la tendenza raccomandando la pronuncia èrogo.

Nota bibliografica:

  • Fanfani-Arlìa 1890: Pietro Fanfani, Costantino Arlìa, Lessico dell’infima e corrotta italianità, Milano, Carrara, 18903.
  • Lissoni 1831: Antonio Lissoni, Aiuto allo scrivere purgato, o meglio Correzione di moltissimi errori di lingua, di gramatica e di ortografia, Milano, Tipografia Pogliani, 1831.
  • Lubello 2014: Sergio Lubello, Il linguaggio burocratico, Roma, Carocci, 2014.
  • Lubello 2022: Sergio Lubello, Il diritto da vicino. Intorno ad alcune parole giuridiche dell’italiano, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2022.
  • Molossi 1839-41: Lorenzo Molossi, Nuovo elenco di voci e maniere di dire biasimate e di altre che sembrano di buona ragione e mancano ne’ vocabolarj italiani, Parma, Carmignani, 1839-41.
  • Panzini 1905: Alfredo Panzini, Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni, Milano, Hoepli, 1905.
  • Puoti 1845: Basilio Puoti, Dizionario de’ francesismi e degli altri vocaboli e modi nuovi e guasti introdotti nella lingua italiana, Napoli, all’insegna di Diogene, 1845.
  • Rigutini 1897: Giuseppe Rigutini, Dizionarietto italiano di ortografia e di pronunzia, Firenze, Bemporad, 18972.
  • Tramater 1834: Dizionario universale italiano, Napoli, Tramater, vol. III, 1834.
  • Ugolini 1848: Filippo Ugolini, Vocabolario di parole e modi errati, Firenze, Barbera e Bianchi, 1848.
  • Valeriani 1854: Gaetano Valeriani, Vocabolario di voci e frasi erronee al tutto da fuggirsi nella lingua italiana, Torino, Steffenone, 1854.
  • Viani 1858-60: Prospero Viani, Dizionario di pretesi francesismi, Napoli, Rossi-Romano, 1858-60.

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